Sport & concorrenza

Calcio e diritti TV: l’Antitrust chiede una ripartizione delle risorse basata sul merito sportivo

| 22 Aprile 2013

In un momento storico in cui gli Addetti ai lavori invocano a gran voce (ormai da tempo) la legge sugli stadi e la riforma dei campionati, quali strumenti normativi fondamentali per consentire al calcio italiano di colmare il gap con le società straniere (in primis tedesche e spagnole, ma anche inglesi), con segnalazione del 17 aprile scorso (www.agcm.it/trasp-statistiche/doc_download/3676-s1773.html) l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) pone all’attenzione del Parlamento e Governo una questione ulteriore e diversa: riformare l’attuale sistema di ripartizione dei diritti tv.

L’argomento, naturalmente, è piuttosto delicato ed è particolarmente caro (neanche a dirlo) alla Lega Calcio e ai Club associati, tanto da essere stato motivo – nel recentissimo passato – di lunghe “lotte” intestine tra le singole Società sportive al fine di vedersi riconoscere, nella ripartizione delle quote, delle somme più elevate rispetto a agli altri Club.

L’attuale quadro normativo è stato definito dal Decreto Legislativo n. 9 del 9 gennaio del 2008 (meglio conosciuto come Decreto Melandri), che, tra i diversi aspetti affrontati, ha sancito il passaggio alla vendita centralizzata dei diritti televisivi (fino ad allora basata sulla contrattazione individuale), ha inoltre attribuito alla sola Lega Calcio (l’organizzatore della competizione) il compito di predisporre i pacchetti e commercializzare i relativi diritti, ed ha infine definito i requisiti per ripartire le risorse derivanti dalla citata commercializzazione, che attualmente sono suddivisi nelle seguenti modalità:

1. 40% in parti uguali tra tutti i soggetti partecipanti al Campionato di Serie A

2. 30% sulla base dei risultati sportivi conseguiti, ripartiti ulteriormente in:

i) 10 % sulla base dei risultati conseguiti da ciascuno dei partecipanti a partire dalla stagione sportiva 1946/1947

ii) 15 % sulla base dei risultati delle ultime cinque stagioni sportive

iii) 5% sulla base del risultato conseguito nell’ultima competizione sportiva

3. 30% secondo il bacino di utenza, suddiviso in:

i) 25% sulla base del numero di sostenitori di ciascuno dei partecipanti alla competizione, così come individuati da una o più società di indagini demoscopiche incaricate dall’organizzatore del Campionato di calcio di Serie A

ii) 5% sulla base della popolazione del comune di riferimento della squadra

Una volta delineato, seppur brevemente, il contesto normativo è possibile valutare l’intervento dell’Autorità, che in sostanza si articola su due punti:

· la riforma dei criteri di ripartizione degli introiti derivanti dalla vendita dei diritti TV. In particolar modo l’AGCM ritiene necessario intervenire su due dei criteri sopra riportati, e cioè quello dei risultati “storici” [vd. sopra al punto 2.i)] e quello dei bacini di utenza [vd. sopra al punto 3.i)] (riaprendo vecchie ferite tra le “Piccole” e “Grandi” squadre sulla corretta interpretazione della figura del sostenitore), sostenendo che la ripartizione effettuata sulla base di principi meritocratici sarebbe capace di stimolare “gli investimenti nello sport anche da parte di nuovi entranti”, in considerazione del fatto che “nella situazione attuale, poiché la quota delle risorse viene allocata secondo criteri che premiano in buona parte la storia e la notorietà di un club, gli investimenti volti a sviluppare club minori per portarli a competere ad armi pari non trovano adeguata remunerazione in tempi ragionevoli”. Fondando le proprie motivazioni su un concetto nuovo e rivoluzionario per il mondo del calcio (forse più aziendalista che sportivo) e cioè che: “i profitti di una società sportiva dipendono dalla competitività dei concorrenti” e che quindi “un evento sportivo ha una maggiore attrattiva quando c’è equilibrio tecnico tra le squadre e quindi incertezza sul risultato”;

· la necessità di individuare un soggetto terzo e imparziale rispetto alla Lega Calcio che si occupi della ripartizione dei diritti audiovisivi, dal momento che “la Lega, in quanto composta da organi in cui siedono esponenti delle singole squadre, non rappresenta infatti il soggetto nella posizione migliore per dettare le regole di ripartizione delle risorse, posto che talune società potrebbero trovarsi nella condizione di influenzare a loro vantaggio tali scelte. La ripartizione dei proventi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi, indipendentemente dallo specifico meccanismo di commercializzazione adottato, dovrebbe, quindi, essere effettuata da un soggetto avulso dagli interessi economici delle società di calcio, e realizzata nell’ottica di garantire la necessaria flessibilità e competitività dell’intero sistema calcistico”. Aprendo così allo scenario (non facile) della convivenza di due soggetti diversi intenti nella gestione degli interessi delle Società di calcio: uno impegnato nella vendita, l’altro nella distribuzione.

Ad ogni modo senza entrare nel merito della segnalazione dell’Autorità, sarà curioso vedere quali saranno le reazioni del mondo del calcio e quali saranno gli interventi normativi che il Parlamento ed il Governo riterranno opportuno adottare, atteso che non sempre i due mondi viaggiano in parallelo e soprattutto non sempre perseguono gli stessi obiettivi.