Appalto

Limiti alla responsabilità solidale ex art. 29 Legge Biagi a carico del committente

| 11 Luglio 2012

Tribunale di Roma, Sentenza 15 maggio 2012, n. 8819

Leonardo Alesii
Avvocato, vanta un'ampia esperienza maturata nel contenzioso delle esecuzioni e del risarcimento danni da responsabilità professionale. Opera sia in sede giudiziale che stragiudiziale, quest'ultima attraverso attività soprattutto di carattere contrattuale.
Autore di svariate pubblicazioni, assiste grandi e medie imprese pubbliche e private (operanti nei settori economici principali: trasporti, bancario, sanità, giochi) nei principali ambiti del diritto civile: assicurativo, lavoro, fallimentare, amministrativo, recupero crediti.




Enzo Nocerino
Dirigente d’Azienda e avvocato civilista e giuslavorista, con solida esperienza nella gestione dei contenziosi delle grandi aziende, nelle procedure esecutive e concorsuali, nel settore de recupero crediti, nella valutazione delle consulenze e delle prestazioni legali.
Autore e co-autore di numerosi articoli pubblicati su riviste specializzate.






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Il caso giudiziario : Tribunale di Roma, Sentenza 115 maggio 2012, n. 8819
- Il caso giudiziario in esame trae origine da un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo incardinato da un committente (trattasi, nella specie, di primaria società operante a livello nazionale) che si è opposto alla pretesa avanzata nei suoi confronti da un dipendente di uno dei suoi appaltatori, volta ad ottenere il pagamento dell’intero TFR (e non anche delle sole quote maturate in costanza dell’esecuzione del rapporto di appalto tra il committente medesimo e l’appaltatore/datore di lavoro, oltre ad altri emolumenti contrattuali).
Il dipendente, quale prova scritta del suo credito ai sensi degli artt. 633, 1° comma, n. 1, e 634 c.p.c., ha esibito il proprio contratto di lavoro con l’appaltatore/datore di lavoro (oltre alle busta paga inerenti a tale rapporto) ed il contratto di appalto tra quest’ultimo ed il committente, invocando l’applicazione dell’art. 29 D. Lgs. n. 276/2003 e s.m.i. sulla responsabilità solidale tra committente ed appaltatore per i trattamenti retributivi ed i contributi previdenziali dovuti ai dipendenti dell’appaltatore. Si evidenzia che il Giudice adito in via monitoria aveva ritenuto di emettere, sulla base dei predetti documenti, un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo .
In adesione allo ius receptum, il Giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo ha riconosciuto che l’ambito della responsabilità solidale del committente si estende anche alle voci retributive in senso lato, quali, appunto, il TFR (che rientra, come noto, nell’ambito della c.d. retribuzione differita).

Venendo alla parte più significativa della sentenza, il Giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo ha espressamente riconosciuto che nell’ambito della responsabilità solidale del committente possono essere fatte rientrare le sole quote di TFR maturate dal dipendente dell’appaltatore per la specifica attività prestata in favore del committente in esecuzione di un preciso appalto ed in concomitanza con il periodo di esecuzione dell’appalto medesimo. Per converso, il dipendente dell’appaltatore non ha azione nei confronti del committente per ottenere l’intero TFR da lui maturato durante il suo percorso professionale e, quindi, le quote di TFR maturate al di fuori dell’esecuzione dell’appalto e senza alcuna correlazione con i tempi di esecuzione di tale contratto.
Segnatamente, si legge nella sentenza a tale riguardo: “I “trattamenti retributivi e i contributi previdenziali dovuti” oggetto della garanzia devono essere quelli connessi allo specifico appalto commissionato dal committente e non possono derivare da distinti titoli. Pertanto, in relazione al trattamento di fine rapporto, la solidarietà del committente non può che essere limitata alla quota di trattamento di fine rapporto maturata in conseguenza dell’esecuzione dell’appalto e non può includere anche eventuali quote maturate in virtù di prestazioni rese al di fuori dell’appalto”.

L’interpretazione di cui sopra – si legge, ancora, nella sentenza - è stata confermata dalle recentissime modifiche introdotte dalla legge n. 35/2012, di conversione del decreto legge n. 5/2012, che, nel riscrivere integralmente l’art. 29, 2° comma, del D. Lgs. n. 276/2003, ha previsto che nei “trattamenti retributivi” sono “comprese le quote di trattamento di fine rapporto dovute in relazione al periodo di esecuzione dell’appalto” (sulla novella legislativa si tornerà infra).
In applicazione dell’orientamento interpretativo di cui sopra e con l’avallo della recentissima novella di cui alla legge n. 35/2012 è stato integralmente revocato il decreto ingiuntivo ottenuto dal dipendente dell’appaltatore nei confronti del committente.
Ed invero, secondo la sentenza: “Non può rientrare nella responsabilità solidale del committente la quota di trattamento di fine rapporto maturata o presso lo stesso datore di lavoro in relazione a diversi appalti ovvero presso altri datori di lavoro pur se in relazione ad appalti con lo stesso committente”, mentre il trattamento di fine rapporto imputabile in via solidale al committente è solamente quello relativo allo specifico appalto a questi riferibile.
E’ interessante che, nel caso di specie, il lavoratore aveva agito per ottenere dal committente l’intero trattamento di fine rapporto anche in relazione alle quote maturate presso altri datori di lavoro, sulla scorta dell’argomentazione per cui egli aveva sempre lavorato indirettamente in favore del committente, avendo prestato la sua attività per i vari appaltatori che si erano succeduti negli appalti di pulizia intrattenuti con il committente. “Tuttavia”, ha rilevato il Giudice, “in tal caso, il lavoratore avrebbe dovuto agire nei confronti [del committente] o per la sola quota di trattamento di fine rapporto maturata in relazione all’appalto con [l’appaltatore], ovvero richiedere anche le ulteriori quote maturate presso altri appaltatori, specificando gli appalti per i quali aveva prestato servizio, al fine di consentire al committente sia di verificare l’effettiva pertinenza dell’attività lavorativa del lavoratore all’appalto indicato, sia eventualmente eccepire la decadenza, qualora l’appalto in questione fosse cessato da oltre un biennio”.
Oltre agli errori di diritto in relazione alla corretta esegesi dell’art. 29 D. Lgs. n. 276/2003, sono stati, in tal modo, evidenziati dal Giudice anche i difetti di allegazione e prova commessi dal ricorrente (cfr. artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c.), posto che il dipendente non aveva allegato, né offerto di provare (e, quindi, provato), di avere prestato la sua specifica attività in favore del committente, essendosi, per converso, limitato ad allegare e provare la mera esistenza dei contratti di lavoro (tra lui e l’appaltatore) e di appalto (tra il suo datore di lavoro/appaltatore ed il committente).
In altri termini, si legge nella sentenza: “La responsabilità solidale [del committente] non può essere ritenuta sussistente neppure nei circoscritti limiti di cui ai crediti relativi alla quota di trattamento di fine rapporto maturata in relazione all’appalto con [l’appaltatore] e ai ratei di 13^ e 14^, considerato che il lavoratore, a fronte di una specifica contestazione da parte [del committente], non ha provato, né ha chiesto di provarlo, se non tardivamente, di essere stato addetto ad attività lavorative inerenti il rapporto di appalto tra [l’appaltatore] e [il committente]”.
Attese le segnalate carenze di allegazione e prova del ricorso presentato dal dipendente, il Giudice non ha ritenuto operante nemmeno la responsabilità del committente in base alla norma generale di chiusura ex art. 1676 c.c. (ritenuta dal Giudice astrattamente applicabile in cumulo con l’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003) , posto che “Le circostanze sopra riferite escludono, in ogni caso, che possa applicarsi alla fattispecie in esame l’art. 1676 c.c., non avendo il lavoratore provato l’assegnazione all’appalto commissionato”.

Il quadro normativo di riferimento
Al fine di fornire un inquadramento sistematico del regime della solidarietà tra committente ed appaltatore previsto dal citato art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003 (anche al fine di individuare la ratio di tale disposizione, in modo da capire quali limiti essa incontri nell’applicazione pratica), pare opportuno ripercorrere le varie disposizioni del nostro ordinamento che “espandono” al committente, soggetto estraneo al rapporto di lavoro, gli obblighi nei confronti dei dipendenti dell’appaltatore , con la conseguente “moltiplicazione dei centri di imputazione della responsabilità patrimoniale”, a garanzia dei lavoratori.

Procediamo con ordine, iniziando dall’art. 1676 c.c. (1942), secondo cui “Coloro che, alle dipendenze dell'appaltatore, hanno dato la loro attività per eseguire l'opera o per prestare il servizio possono proporre azione diretta contro il committente per conseguire quanto è loro dovuto, fino alla concorrenza del debito che il committente ha verso l'appaltatore nel tempo in cui essi propongono la domanda” .
Come noto, a differenza dell’art. 29 D. Lgs. n. 276/2003, l’art. 1676 c.c. si applica anche nei confronti dei committenti persone fisiche o che comunque non svolgano attività d’impresa o professionale (in sostanza, il semplice committente privato senza propri dipendenti).
E’ stato, al riguardo, precisato che l’art. 1676 c.c. dà luogo ad un’azione eccezionale concessa a maggior tutela dei lavoratori nei confronti di chi, pur estraneo ai rapporti individuali di lavoro, si è comunque avvalso del risultato della prestazione degli ausiliari .
Il profilo da ultimo messo in evidenza pare alla base della ratio di ogni regola prevista dal nostro ordinamento sulla responsabilità solidale tra committente ed appaltatore, non sembrando, evidentemente, al Legislatore tollerabile il fatto che il committente, da un lato, si avvantaggi dei risultati della prestazione lavorativa svolta in suo favore da chi, formalmente, è alle dipendenze di altri, mentre, dall’altro, pretenda di essere integralmente estraneo rispetto al soddisfacimento dei crediti retributivi di tale dipendente ovvero rispetto al versamento dei contributi in favore del medesimo.
Ebbene, se tale (come sembra corretto) è la ratio delle disposizioni sulla responsabilità solidale tra committente ed appaltatore (ad iniziare dagli artt. 1676 c.c. e 29 D. Lgs. n. 276/2003), pare legittimo ritenere che le predette disposizioni si applichino solamente (in presenza del segnalato “vantaggio” derivante al committente in ragione dell’avvenuta esecuzione in suo favore della prestazione lavorativa) a quanti abbiano lavorato nello specifico appalto di riferimento ed in relazione ai soli, specifici, crediti di lavoro da questi maturati in connessione all’esecuzione dell’appalto.
Ed invero, con particolare riguardo all’art. 1676 c.c., è stato evidenziato che “L'azione diretta proposta dal dipendente dell'appaltatore contro il committente per conseguire quanto gli è dovuto, fino alla concorrenza del debito che il committente ha verso l'appaltatore al momento della proposizione della domanda, è prevista dall'art. 1676 c.c. con riferimento al solo credito maturato dal lavoratore in forza dell'attività svolta per l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio oggetto dell'appalto, e non anche con riferimento ad ulteriori crediti, pur relativi allo stesso rapporto di lavoro” . Sempre in tale ambito, non rilevano, d’altronde, i debiti del committente verso l’appaltatore, al momento della presentazione della domanda, riferiti ad altri periodi o ad altre opere o ad altri servizi resi dalla stessa appaltatrice . Correlativamente, sul contesto applicativo dell’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003, è stato ritenuto che il fatto generatore della responsabilità solidale del committente è (oltre all’esistenza del contratto di appalto) l’esplicazione della prestazione lavorativa dei dipendenti dell’appaltatore nell’ambito del contratto di appalto medesimo.
Si deve, quindi, ritenere che la responsabilità solidale del committente vada limitata, da un lato, ai soli crediti maturati dal dipendente dell’appaltatore in correlazione all’esecuzione dell’appalto (in tal senso, chiaramente la sentenza in commento), e, dall’altro lato, ai crediti dei soli lavoratori impiegati nell’appalto.
In relazione al secondo profilo ora accennato, così è stato rilevato in dottrina: “Quanto ai lavoratori che possono far valere la responsabilità solidale, stante la laconicità dell’art. 29, 2° comma, che non offre precise indicazioni sul punto, sembra necessario cercare di limitare il campo di applicazione della norma. Ciò, soprattutto, per evitare l’irrazionale estensione della responsabilità solidale verso tutti i lavoratori che abbiano in corso con l’appaltatore o il subappaltatore un qualsiasi rapporto di lavoro. Al riguardo, pare ragionevole - anche in virtù di un’interpretazione sistematica, che coinvolge l’art. 1676 c.c., e dando specifica rilevanza tecnica al riferimento ai «trattamenti retributivi» contenuto nell’art. 29, 2° comma - affermare la sussistenza della responsabilità solidale del committente (e, analogamente, dell’appaltatore) solo nei confronti dei lavoratori dipendenti dall’appaltatore o dai subappaltatori e impiegati nello specifico appalto (o subappalto) di opere e servizi oggetto del contratto con il committente”.
Segnatamente, in base al testo della norma espressa dal citato art. 29 D. Lgs. n. 276/2003 (risultante a seguito delle modifiche apportate dal D. Lgs. n. 251/2004 e dalla legge n. 296/2006), “In caso di appalto di opere o di servizi il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali ulteriori subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali dovuti”.
In ogni caso, quanto previsto dall’art. 29, 2° comma, del D. Lgs. n. 276/2003 non costituisce una novità, in quanto tale disposizione ripropone (fin dal testo originario) il contenuto dell’abrogato art. 3 della legge n. 1369/1960 , dando al vincolo di solidarietà ivi previsto una generale e completa estensione.
Con l’emanazione dell’art. 29 D. Lgs. n. 276/2003 (norma che, come visto, si inserisce nel solco del citato art. 3 della legge n. 1369/1960), rispetto all’art. 1676 c.c., “la solidarietà si estende, però, a tutto il credito retributivo e non è contenuta nei limiti del debito che il committente ha verso l’appaltatore al tempo della domanda” .
Pare doveroso accennare al fatto che l’art. 29 D. Lgs. n. 276/2003 (alla pari dell’art. 1676 c.c. ovvero dell’art. 3 della legge n. 1369/1960) non prevede alcuna possibilità di esonero per il committente dalla responsabilità solidale, né alcuna limitazione della stessa .
Proseguendo la disamina delle norme sulle responsabilità solidali negli appalti, occorre accennare all’art. 35, 28° comma, decreto legge n. 223/2006 (convertito con modifiche dalla legge n. 248/2006), il quale prevede che “L'appaltatore risponde in solido con il subappaltatore della effettuazione e del versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e dei contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei dipendenti a cui è tenuto il subappaltatore”.
Rimandando ad altra sede per un’approfondita analisi della norma , ci limitiamo qui ad osservare, da un lato, che il committente non è coinvolto da alcuna responsabilità solidale in relazione all’effettuazione ed al versamento delle ritenute IRPEF (cfr., però, infra) e, dall’altro lato, che, rispetto alla formulazione letterale dell’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003, compare anche il riferimento (oltre ai contributi previdenziali, anche) ai “contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali” .
Nel concludere l’excursus sulle disposizioni in tema di solidarietà tra committente ed appaltatore (oltre ad eventuali subappaltatori), occorre accennare anche all’art. 26 D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., dettato in tema di cooperazione e coordinamento nella gestione degli adempimenti di sicurezza in relazione ai cantieri delle grandi opere di edilizia ed ingegneria. Segnatamente, in base al 4° comma del citato art. 26: “Ferme restando le disposizioni di legge vigenti in materia di responsabilità solidale per il mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assicurativi, l'imprenditore committente risponde in solido con l'appaltatore, nonchè con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall'appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell'Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA). Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell'attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici”.
Conformemente alla ratio di tutte le disposizioni sulla responsabilità solidale, è legittimo ritenere che anche i citati art. 35, 28° comma, decreto legge n. 223/2006 e 26, 4° comma, D. Lgs. n. 81/2008, si applichino solamente ai lavoratori concretamente impiegati nella filiera degli appalti in relazione agli specifici periodi di esecuzione degli appalti stessi.

L'interpretazione proposta dalla sentenza de qua

Dopo aver ricostruito la ratio delle norme previste dal nostro ordinamento in relazione alla responsabilità solidale tra committente ed appaltatore, pare opportuno soffermarsi brevemente sugli ulteriori ed interessanti spunti di riflessione forniti dalla sentenza in commento.
Ed invero, nel caso di specie, il datore di lavoro-appaltatore era stato dichiarato fallito (successivamente al deposito del ricorso per decreto ingiuntivo ), per cui il committente aveva, innanzitutto, invocato l’inoperatività della propria responsabilità solidale ex art. 29 D. Lgs. n. 276/2003, posto che al datore di lavoro-appaltatore insolvente era subentrato ex lege, ai fini della liquidazione del TFR, il Fondo di garanzia costituito presso l’INPS ai sensi dell’art. 2 della legge n. 297/1982 , rispetto al quale (Fondo) alcuna norma imponeva una forma di responsabilità solidale a carico del committente. In altri termini, secondo la tesi articolata in giudizio dal committente, l’intervenuta dichiarazione dello stato di insolvenza del datore di lavoro – appaltatore aveva determinato ipso iure il venir meno della soggettività giuridica della società datrice di lavoro del dipendente che aveva agito in via monitoria, la quale era stata ex lege sostituita da un nuovo soggetto giuridico (il Fondo di garanzia) rispetto al quale nessuna normativa prevedeva espressamente un vincolo di solidarietà con il committente ai fini del pagamento del TFR, per cui sarebbe stato arbitrario applicare l’art. 29 D. Lgs. n. 276/2003 (norma, evidentemente, di natura eccezionale) in carenza di uno dei suoi presupposti applicativi.

Alla luce delle difese così articolate dal committente, lo stesso aveva chiesto al Giudice l’autorizzazione a chiamare in causa l’INPS, quale soggetto giuridico presso il quale è istituito il predetto Fondo di Garanzia, al fine di ottenere, in via subordinata (per la eventualità in cui le pretese del dipendente avessero previamente trovato accoglimento), la condanna dell’INPS a restituirgli tutte le somme eventualmente corrisposte a titolo di TFR al dipendente che aveva agito in via monitoria.
Il committente aveva, al riguardo, evidenziato che, ai sensi dell’art. 2 della legge n. 297/1982, “il lavoratore o i suoi aventi diritto possono ottenere a domanda il pagamento, a carico del fondo, del trattamento di fine rapporto di lavoro e dei relativi crediti accessori, previa detrazione delle somme eventualmente corrisposte”, richiamando l’orientamento della Suprema Corte in base al quale “la locuzione “aventi diritto” indica semplicemente la posizione giuridica del soggetto che, a qualsiasi titolo, sia succeduto ad altri nella titolarità di un diritto” (Cass. n. 25257/2010 ) e, ancora più significativamente, quello in base al quale nella categoria dei c.d. “aventi diritto” del lavoratore che possono accedere alle prestazioni del Fondo di Garanzia debbano essere ricompresi anche i coobligati in via solidale ex art. 29, 2° comma, D. Lgs n. 276/2003 (cfr. Cass. Civ., Sez. Lav., 1°/2/2011, n. 25685). In altri termini, secondo la sentenza testè citata della Suprema Corte, il pagamento effettuato dal committente in favore dei dipendenti dell’appaltatore in base al 2° comma dell’art. 29 del D.Lgs n. 276/2003 determina “la surrogazione di diritto ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1203 c.c., n. 3 … e, quindi, il subentro del solvens nella posizione creditizia degli “accipientes””.
In merito alla chiamata in causa dell’INPS così azionata dal committente nel giudizio da cui ha tratto origine la sentenza in rassegna, si deve notare che, pur non essendosi il Giudice pronunciato sul merito delle questioni fatte valere dal committente con la predetta chiamata in causa (essendo le stesse risultate assorbite dal previo integrale rigetto di tutte le domande svolte dal dipendente nei confronti del committente), cionondimeno pare legittimo ritenere che il Giudice abbia comunque ritenuto le stesse prima facie fondate, avendo espressamente autorizzato la chiamata in causa dell’Istituto.
In tale ipotesi, rimarrebbe tuttavia da verificare se tale chiamata in causa possa ritenersi tempestiva o meno, atteso che lo sarebbe senza dubbio nell’ipotesi in cui il lavoratore, già ammesso - in relazione ai crediti accertati - allo stato passivo della procedura fallimentare e/o comunque concorsuale, avesse conseguentemente già fatto istanza di liquidazione al richiamato Fondo di Garanzia; potrebbe essere di contro valutata come intempestiva nel caso in cui il credito del dipendente non fosse ancora stato definitivamente accertato e/o riconosciuto in seno alla richiamata procedura.

Peraltro, si coglie l’occasione per rilevare come alcuni giudici, su diversi Tribunali, ritengano che proprio nei casi di apertura di una procedura concorsuale, il giudizio vada interrotto ed eventualmente riassunto nei confronti del curatore/amministratore dell’impresa in crisi, restando peraltro ancora non chiariti (ma ad oggi neppure esplorati) i confini che delimitano le competenze tra giudice del lavoro e giudice fallimentare, atteso il potenziale pregiudizio che l’applicazione dell’art. 29, 2° comma può procurare agli ulteriori creditori muniti di privilegio.
Per esigenze di completezza, prima di concludere il presente paragrafo, va detto che il committente aveva, inoltre, sostenuto l’inoperatività della propria responsabilità solidale ex art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003 per le quote di TFR maturate successivamente al 2007, attesa l’avvenuta devoluzione di parte del TFR ad un fondo pensione di previdenza complementare istituito presso l’INPS (ovvero presso il “Fondo di Tesoreria” istituito sempre presso il predetto Ente) sulla base dei meccanismi e delle modalità operative dettate dall’art. 8 del D. Lgs. 252/2005 (entrato in vigore, appunto, in data 1°/1/2007 ) e, quindi, in base all’operatività del silenzio – assenso da parte del dipendente, che in giudizio non aveva dedotto alcunché, né aveva articolato al riguardo alcuna offerta probatoria. In altri termini, secondo la tesi difensiva articolata dal committente, solamente il fondo di previdenza complementare istituito presso l’INPS (ovvero presso il “Fondo di Tesoreria” istituito sempre presso il predetto Ente) – ma non anche il lavoratore – era titolare della legittimazione attiva ad esigere il versamento degli accantonamenti di TFR secondo il meccanismo devolutivo delineato dal citato art. 8 del D. Lgs. 252/2005 , sulla cui base erogare, poi, al lavoratore il trattamento previdenziale complementare ai sensi di legge.
A tale proposito, peraltro, v’è anche da evidenziare come tale richiamata norma non consenta di poter qualificare, proprio per effetto della devoluzione delle quote di TFR al Fondo di Tesoreria e/o anche ai diversi Fondi di Previdenza Complementare, l’eventuale credito del lavoratore come liquido ed esigibile (sotto forma di prestazione unica o di rendita), se non esclusivamente allorquando la cessazione del rapporto di lavoro venga a coincidere con l’effettivo pensionamento del lavoratore, il quale prima di allora potrà aver solo interesse a che venga accertato e versato al soggetto dallo stesso prescelto (Fondo di Tesoreria o Fondo di Previdenza Complementare) l’importo da accantonare.

Conclusioni
Prima di concludere la presente nota, è doveroso soffermarci brevemente sulle recentissime modifiche legislative che sono intervenute sulle disposizioni in tema di responsabilità solidali nella filiera degli appalti.
Ebbene, l’art. 21 del decreto legge n. 5/2012 (c.d. d.l. sulle semplificazioni), convertito con modificazioni nella legge n. 35/2012, ha così riscritto il testo del citato art. 29 (nella formattazione in grassetto sottolineato vengono evidenziate le specifiche modifiche della novella): “L'art. 29, 2° comma, del D. Lgs. 10/9/2003, n. 276, è sostituito dal seguente: “In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell'inadempimento. Ove convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all'appaltatore, il committente imprenditore o datore di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio dell'appaltatore medesimo. In tal caso il giudice accerta la responsabilità solidale di entrambi gli obbligati, ma l'azione esecutiva può essere intentata nei confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l'infruttuosa escussione del patrimonio dell'appaltatore. L'eccezione può essere sollevata anche se l'appaltatore non è stato convenuto in giudizio, ma in tal caso il committente imprenditore o datore di lavoro deve indicare i beni del patrimonio dell'appaltatore sui quali il lavoratore può agevolmente soddisfarsi. Il committente imprenditore o datore di lavoro che ha eseguito il pagamento può esercitare l'azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali””.
Con tale intervento (in parte già esaminato per i profili inerenti all’ambito della responsabilità solidale del committente in relazione alle quote di TFR maturate in costanza di appalto), è stato, quindi, tra l’altro, precisato che l’ambito della responsabilità solidale del Committente non si estende alle sanzioni civili, ascrivibili al solo responsabile dell’inadempimento .
Da notare che, da ultimo, la legge n. 44/2012, di conversione del decreto legge n. 16/2012 (c.d. decreto fiscale), con l’art. 2, comma 5 bis, ha riformato l’art. 35, comma 28, della legge n. 248/2006 (di conversione del c.d. decreto Bersani, già esaminato). Ed infatti, “Il comma 28 dell'art. 35 del decreto-legge 4/7/2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4/8/2006, n. 248, è sostituito dal seguente:
'In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, al versamento all'erario delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e dell'imposta sul valore aggiunto scaturente dalle fatture inerenti alle prestazioni effettuate nell'ambito dell'appalto, ove non dimostri di avere messo in atto tutte le cautele possibili per evitare l'inadempimento'».
Come è evidente, anche il committente è ora coinvolto da responsabilità solidale per quanto attiene alla corretta effettuazione delle ritenute IRPEF in favore dei dipendenti degli appaltatori e dei subappaltatori, con l’assoluta novità, però, della estensione della responsabilità solidale del committente anche al corretto versamento dell’IVA in favore di tutti coloro che hanno reso prestazioni autonome nello specifico appalto.
In ultimo preme richiamare un recentissima pronuncia giurisprudenziale con cui è stata sollevata la questione di incostituzionalità dell’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003.
Ebbene, il Tribunale di Sanremo, con ordinanza del 8/2/2012, ha rimesso alla Consulta lo scrutinio di conformità a Costituzione (e, precisamente, all’art. 76 Cost.) dell’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003, in un giudizio incardinato nell’ambito delle stesse parti della sentenza odiernamente in commento.
Il Tribunale di Sanremo ha dubitato che fossero stati rispettati i parametri della originaria legge delega n. 30/2003.
Ed invero, secondo il Tribunale, “la norma citata è stata adottata dal Governo sulla scorta della delega conferitagli all’uopo dalla legge n. 30 del 14/2/2003 che, per quanto rileva in questa sede, al punto p) n. 3 aveva stabilito “La previsione di un regime particolare di solidarietà tra appaltante e appaltatore, nei limiti di cui all’art. 1676 c.c., per le ipotesi in cui il contratto di appalto sia connesso ad una cessione di ramo d’azienda””. “A fronte di un criterio direttivo indicato in modo così specifico”, il Tribunale ha ritenuto che “la norma delegata, in ragione dell’ampiezza del suo ambito applicativo, risulta chiaramente esorbitante rispetto alla delega conferita, introducendo, in modo del tutto irragionevole, un regime di responsabilità solidale a carico del committente completamente privo di limite circa il quantum e comportando addirittura, in parte qua, l’abrogazione del fondamentale principio fissato al riguardo dal citato art. 1676, ribadito dal legislatore delegante”.
E’ stata, invero, ravvisata una violazione delle prescrizioni contenute nella legge delega n. 30/2003, posto che il legislatore delegato, con il D. Lgs. n. 276/2003, ha inteso fare riferimento non solo a ipotesi di inadempimento connesse alla cessione di ramo d’azienda e, per di più, senza previsione di alcun limite per il quantum, nonostante il “tetto” posto dall’art. 1676 c.c., cui il legislatore delegante si sarebbe dovuto ispirare.