Maltrattamenti in famiglia

Maltrattamenti in famiglia: è configurabile il reato mediante omissione

| 28 Giugno 2013

I termini della questione

La possibilità di ritenere integrato il reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p. mediante condotte omissive, sebbene prima facie non sembra presentare profili di particolare complessità, rappresenta, viceversa, una delle tematiche del diritto penale destinate ad offrire spunti di rimarchevole interesse giuridico.

Più nel dettaglio, si tratta di questione da tempo al centro di un annoso contrasto interpretativo, per vero in via di superamento in virtù di una serie di recenti pronunce della Suprema Corte di Cassazione.

In particolare, da ultimo la Sesta Sezione Penale, con sentenza 28 febbraio 2013, n. 9724, confermando l'indirizzo ad oggi invalso nella giurisprudenza di Piazza Cavour, ha sostenuto a chiare lettere che

'il reato di maltrattamenti è integrato non soltanto da specifici fatti commissivi direttamente opprimenti la persona fisica, sì da imporle un inaccettabile e penoso sistema di vita, ma altresì da fatti omissivi di deliberata indifferenza verso elementari bisogni assistenziali e affettivi di una persona disabile' [1].

Come in precedenza anticipato, se ci si limita all'analisi del dato letterale la questione oggetto di indagine non sembra destare alcuna incertezza ermeneutica.

Infatti, la rubrica dell'art. 572 c.p., nel fare espresso riferimento ai maltrattamenti, sembra implicare necessariamente una azione, ovverosia una condotta positiva.

Questa considerazione reca con sé, quale logico precipitato, una contraddizione in termini qualora sia un non facere ad integrare la condotta dei maltrattamenti; ad integrare, cioè, l'elemento materiale in presenza del quale, soltanto, può essere correttamente contestata la fattispecie di reato di cui all'art. 572 c.p.

In realtà, a dispetto di quanto possa apparire alla luce di questa prima ed elementare constatazione, la questione è molto più complessa.

Alcune riflessioni, dunque, sono d'obbligo.

La configurabilità della fattispecie di cui all'art. 572 c.p. come reato abituale e riflessi pratici

In apice ad ogni ulteriore osservazione, ragioni logico - giuridiche impongono una puntualizzazione.

È opportuno evidenziare, infatti, che la risposta che si ritiene di dare al quesito iniziale (se il reato di maltrattamenti è configurabile mediante omissione) non rappresenta una disquisizione puramente teorica, ma è foriera di implicazioni pratiche di non poco momento destinate a riflettersi su una serie di ulteriori questioni.

Anticipando quanto si avrà modo di osservare nei paragrafi successivi, se si ritenesse il reato di maltrattamenti una fattispecie configurabile solo in presenza di condotte attive, l'interprete sarebbe chiamato ad un notevole sforzo ermeneutico volto a giustificare l'esclusione della rilevanza penale di alcune condotte omissive che, se portate alle estreme conseguenze, possono anche provocare la morte - ossia l'evento lesivo massimo - del soggetto passivo del reato.

A ben vedere, ritenendo, come fanno dottrina e giurisprudenza maggioritarie, che il reato ex art. 572 c.p. possa configurarsi anche mediante omissione, sorgerebbero ulteriori nodi da sciogliere.

Infatti, oltre a dar conto di come mediante un non facere si possa maltrattare una persona, gli operatori del diritto vedrebbero aprirsi una ulteriore finestra problematica, riguardante l'ambito di applicazione dell'art. 40, co.2, c.p.; pietra miliare, questa, in tema di reati omissivi impropri.

Pertanto, si tratta di affrontare il tema guardando non soltanto dal buco della serratura rappresentano dalla norma generale di cui all'art. 40 cpv e valutando se il reato de quo possa configurarsi anche mediante condotte omissive, bensì occorre volgere lo sguardo anche alle possibili limitazioni applicative della cd. regola di equivalenza fissata dall'art. 40 cpv.

Come noto, non tutti i reati previsti dall'ordinamento possono essere integrati mediante omissione.

Infatti, se per un verso vi sono alcune tipologie di fattispecie che, per pacifico e costante insegnamento, non possono essere realizzate mediante un non facere (si pensi all'incesto, tipico esempio di cd. reato di mano propria), su altro fronte l'ordinamento nostrano conosce categorie di reati la cui configurabilità mediante omissione è oggetto di disputa.

È proprio il caso dei cd. reati abituali, dei quali quello di maltrattamenti ex art. 572 c.p. ne costituisce la principale espressione.

Per definizione si ha reato abituale ogniqualvolta il soggetto agente reitera nel tempo più condotte identiche od omogenee.

Orbene, in merito alla soggezione della summenzionata categoria di reati alla regola dell'equivalenza, si sono confrontati due differenti filoni interpretativi.

Per un primo e minoritario orientamento, la struttura dei reati abituali impedisce una loro integrazione mediante omissione, sottraendoli alla regola dell'equivalenza; si porta, infatti, come esempio paradigmatico il reato di sfruttamento della prostituzione[2].

Ragioni di completezza espositiva suggeriscono di osservare, altresì, come in seno all'orientamento richiamato sia dato cogliere una linea di pensiero ancora più estrema.

Più nel dettaglio, secondo siffatta visione il reato di maltrattamenti non sarebbe realizzabile mediante omissione neanche qualora lo si considerasse come reato abituale, il vero ostacolo ricavandosi direttamente dalla rubrica dell'art. 572 c.p. che parla di maltrattamenti; una condotta, quella del 'trattar male' , integrabile solamente mediante comportamenti commissivi, sì da considerare il reato de quo come un illecito di pura condotta (attiva).

A questa impostazione fa eco, tuttavia, un consistente fronte interpretativo che ritiene i reati abituali soggiacere alla regola di equivalenza e, per ciò solo, integrabili mediante condotte omissive [3].

Le perplessità legate alla reviviscenza della tesi del cd. aliud facere

L'orientamento da ultimo esposto, sebbene oggi prevalente, non va esente da rilievi critici.

Infatti, presta fin troppo agevolmente il fianco ad obiezioni l'impostazione che ritiene il reato di cui all'art. 572 c.p., in quanto reato abituale, si caratterizzi per la reiterazione delle condotte che potranno di certo essere condotte attive, purtuttavia in alcune ipotesi 'accompagnate' da condotte omissive.

Pertanto, in questo modo verrà riconosciuta rilevanza causale alle condotte omissive, ma solo in quanto 'legate' a condotte attive.

La stessa sentenza 28 febbraio 2013, n.9724 sembra alludere a ciò nel momento in cui i giudici affermano che:

'il reato di maltrattamenti è integrato non soltanto da specifici fatti commissivi direttamente...ma altresì da fatti omissivi di deliberata indifferenza verso elementari bisogni assistenziali e affettivi di una persona disabile. Indifferenza espressa con dissimulata severità e fonte di inutile mortificazione, tali da incidere -non meno di gesti di reale violenza- sulla qualità di vita della persona offesa, contraddistinta da quotidiani atti commissivi (sgridate, rimproveri) ed omissivi (vestiario dismesso e sporco, scarsità del cibo, mancanza di igiene) producenti gratuite umiliazioni e durevoli sofferenze psicologiche della stessa persona offesa affidata per ragioni di cura e vigilanza al soggetto agente'.

In conclusione, dalla lettura del richiamato passaggio motivazionale è data licenza di cogliere l'intenzione dei giudici della Sesta Sezione Penale di fotografare i maltrattamenti quale risultanza sia di condotte attive (sgridate, rimproveri) sia di condotte omissive (mancanza di igiene, ecc.), queste ultime, tuttavia, inevitabilmente legate alle prime .

Così argomentando, i Giudici di Piazza Cavour sembrano rievocare la tesi, inizialmente sostenuta da autorevole dottrina e oggi unanimemente ripudiata, del cd. aliud facere.

Più nel dettaglio, i fautori della suddetta impostazione, alla ricerca di una 'fisicità nella omissione' in quanto ex nihilo nihil fit (nulla deriva da nulla), ebbero a sostenere che nei reati omissivi la condotta non si esaurirebbe in un mero fatto negativo, ma sarebbe pur sempre accompagnata da un fatto positivo.

Insomma, l'omittente deve aver fatto 'qualcosa in più' rispetto a quanto previsto dal comando normativo, l'omissione potendo avere rilevanza causale solo se legata ad un'azione.

Tuttavia, questa impostazione deve ritenersi oggi completamente superata sulla scorta di una interpretazione costituzionalmente orientata.

Di fatto essa finiva per dare la stura, nel nostro ordinamento, ad una interpretatio abrogans della categoria dei reati omissivi impropri; tanto in virtù della considerazione che tutto il percorso interpretativo aveva come fine ultimo l'edificazione di un concetto lato di azione, inglobante sia l'azione positiva che quella negativa.

In conclusione, se di rilevanza in chiave omissiva del reato di cui all'art. 572 c.p. si deve disquisire, è escluso che se ne possa parlare solo allorché l'omissione che integra il reato sia legata ad un'azione.

Le riserve critiche legate alla configurabilità del reato in epigrafe mediante omissioni causali

L'orientamento favorevole all'ammissibilità del reato di maltrattamenti realizzato mediante condotte omissive, si presta ad un ulteriore rilievo critico.

In particolare, riconoscere cittadinanza nel nostro ordinamento a fattispecie come quelle in oggetto sembra far riaffiorare alcune interpretazioni legate all'art. 40 c.p., invalse nella dottrina degli inizi del secolo scorso e oggi pacificamente superate.

Più nello specifico, la rilevanza in chiave omissiva del reato de quo potrebbe alludere all'esistenza di tipologie diverse di omissioni, cioè alla sussistenza di omissioni e omissioni: omissioni che sono conseguenza della violazione di un obbligo di non cagionare (nel quale sembra rientrare l'ipotesi di maltrattamenti mediante omissione) e omissioni che sono conseguenza della violazione di un obbligo di impedire.

Così facendo, l'impressione è che venga riportata in auge quella vecchia e abbandonata impostazione secondo cui sarebbe consentito distinguere tra omissioni causali e omissioni non impeditive, con l'omissione che integra il reato di maltrattamenti inquadrabile tra le prime[4].

A tal riguardo una parte della dottrina ha sostenuto che il primo comma dell'art. 40 c.p., facendo riferimento a tutte quelle condotte in grado di determinare una modificazione della realtà esistente, prenderebbe in considerazione proprio le omissioni causali[5].

Inoltre, sempre ad avviso di tale dottrina, è dato rinvenire nelle omissioni de quibus una caratteristica peculiare costituita dal contenuto dell'obbligo giuridico gravante in capo al garante: un obbligo di non cagionare l'evento.

Viceversa, alle omissioni non impeditive farebbe riferimento il comma secondo dell'art. 40 c.p.

Più nel dettaglio, ci si troverebbe al cospetto di una disposizione che, a differenza del comma che la precede, prende in considerazione solo le condotte omissive.

Si tratterebbe, dunque, innanzitutto di omissioni che non impediscono la produzione dell'evento e, a differenza di quelle causali, aventi come contenuto dell'obbligo giuridico gravante in capo al garante un obbligo di impedire l'evento.

Pertanto, sulla base di queste considerazioni i fautori di tale orientamento concludono osservando che l'omissione capace di integrare il reato di cui all'art. 572 c.p. sarebbe una omissione causale.

L'impostazione su richiamata è stata, tuttavia, oggetto di una serrata critica ad opera di autorevole dottrina.

Le perplessità che animano i sostenitori di questa differente corrente interpretativa muovono da un differente angolo visuale: in ogni caso il nesso causale esistente tra omissione ed evento è sempre espresso in termini di mancato impedimento, precisando che 'è soltanto l'esistenza di un obbligo giuridico di agire (al fine di impedire l'evento lesivo) che rende causale il non impedire' [6].

Pertanto, ad avviso della suddetta impostazione, per correttamente 'fotografare' un reato di maltrattamenti commesso mediante un non facere, non sarà possibile prendere a riferimento una particolare tipologia di omissione - l'omissione causale - e considerarla una omissione diversa rispetto a quella non impeditiva.

Si tratta, infatti, di una distinzione priva di qualsiasi fondamento sistematico.

I rapporti tra reato di maltrattamenti e condotte omissive tout court: riflessioni finali

Dato atto delle notevoli difficoltà ermeneutiche cui andrebbe incontro l'interprete nel tentare di 'dar credito' alla configurabilità del reato di maltrattamenti per omissionem, alludendo tanto a un aliud facere connesso all'omissione quanto alla sussistenza di una particolare tipologia di omissione (le omissioni causali), giova a questo punto interrogarsi se trovino cittadinanza nel nostro ordinamento fattispecie di reato, come quelle oggetto della presente disamina, integrate mediante condotte omissive.

A tale quesito la giurisprudenza di Cassazione con una serie di recenti pronunciamenti, di cui la sentenza 28 febbraio 2013, n.9724 ne rappresenta l'ennesima conferma, ha dato risposta positiva.

A ben vedere, attribuendo valore dirimere al dato letterale si perverrebbe certamente a conclusioni diametralmente opposte; l'art. 572 c.p., nell'utilizzare l'indicativo presente del verbo 'maltrattare', alluderebbe, infatti, ad un evento ottenibile solo mediante condotte attive.

Di contro, come insegnano pacificamente dottrina e giurisprudenza, il testo delle leggi, e a maggior ragione quello di dati normativi risalenti ad epoche differenti da quella odierna e di cui il codice penale del '30 ne rappresenta l'emblema, deve essere soggetto ad una rilettura ed interpretazione che, senza soffermarsi sulla littera legis, dia licenza di cogliere appieno la reale essenza della disposizione, prediligendo sempre una interpretazione che non la esponga a contrasti con disposizioni dettate dal legislatore in altri rami dell'ordinamento.

Da ultimo, giova puntare i riflettori sul profilo contenutistico dell'art. 572 c.p., il cui ultimo comma ha espresso riguardo all'ipotesi in cui dai maltrattamenti derivi la morte del soggetto passivo del reato.

La lettura di tale disposizione offre il destro ad una riflessione di non marginale rilevanza.

Ebbene, se è pacifico che nel nostro sistema penale la fattispecie criminosa che punisce la morte di una persona ( l'omicidio) rappresenta l'emblema di reato realizzabile mediante omissione, ragioni di logica giuridica impongono di considerare realizzabile mediante un non facere anche il reato di maltrattamenti, giusta la eventualità che da esso abbia a verificarsi la morte del soggetto maltrattato.

In conclusione, sulla scorta delle argomentazioni sin qui spese, non può che rispondere ad una esigenza di logica del diritto l'assunto fatto proprio dai giudici della Sesta Sezione Penale che, in sentenza 28 febbraio 2013, n.9724, ancora una volta hanno ribadito 'la possibilità che il reato ex art. 572 c.p. possa esser integrato mediante condotte omissive'.

[1] La sentenza in epigrafe affronta la questione relativa alla badante, e convivente, di un ragazzo affetto da sindrome di Down, la quale con comportamenti attivi (duri e virulenti rimproveri) ed omissivi (trascuratezza nell'alimentazione e nel vestiario) aveva ingenerato nel ragazzo uno stato di 'palese turbamento e di ingiustificata prostrazione e sofferenza'.

[2] FIANDACA - MUSCO, Diritto Penale. Parte Generale, 2007, pag. 585.

[3] COPPI, Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli, in Enc. Dir., Vol. XXV, pag. 248; PISAPIA, Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli, in Dig. Pen., Vol. VII, 1993, pag. 523.

[4] GRASSO, Il reato omissivo improprio, 1983, pagg. 107 ss.

[5] SABATINI, Obbligo di far rispettare la legge e obbligo di impedire l'evento dannoso o pericoloso, in Foro it., 1935, pagg. 331 ss.

[6] GRISPIGNI, L'omissione nel diritto penale, in Riv. it. dir. proc. pen., 1934, pagg. 41 ss.