SEPARAZIONE - Legittima la "prova" dell’investigatore privato anche se NON AUTORIZZATO

06 Novembre 2013

Tribunale di Milano, Sezione IX civile, Pres. Manfredini Sentenza del 17 luglio 2013

Il commento a cura di Giorgio Vaccaro

ricerca24 SEPARAZIONE TRA CONIUG I


La sentenza in commento è l’esempio di scuola della pluralità dei temi che, nella generalità dei casi, le parti hanno la necessità di regolare tra loro, al momento della “separazione personale” da un lato e dall’altro della “risposta”, più limitata, che la Giurisdizione è in grado di “dare”, quando si rietiene vincolata dalla previsione normativa e da una interpretazione “canonica” della stessa.


Nel silenzio del giudice resterà comunque in capo ai coniugi, la necessità di trovare, “direttamente tra loro”, un modo per affrontare e risolvere, aspetti “diversi” da quelli soliti, previsti dalla normativa in tema di separazione, come l’assegno e la casa coniugale.

Il Collegio, con l’articolata Sentenza in commento, ha quindi disposto il rigetto e/o la non ammissibilità di molte delle domande che sono state poste al suo cospetto, non ostante queste avessero, comunque, tutte a che fare con una dolorosa soluzione di una lunga “vita in comune”.

Il diritto di famiglia affrontato in tutti i suoi aspetti tradizionali ma con un approccio innovativo


mediante indici di legge e giurisprudenza specifici, guide sistematiche e schemi procedurali d’autore.
Il professionista sarà guidato e aggiornato in tempo reale, potendo seguire passo dopo passo
l’evoluzione degli istituti relativi alla Famiglia

Clicca quiper richiedere una visita agente



rigetto delle reciproche domande di addebito


Il primo aspetto affrontato dalla pronuncia è quello della “attribuibilità della colpa”: argomento sempre molto dibattuto, ed ancora in auge, non ostante le difficoltà connesse alla sua prova, per gli effetti che potrebbe avere suo “accertamento” in merito al successivo regolamento economico tra i coniugi.

Nel caso de quo assistitiamo ad una reciproca richiesta di “addebito della colpa esclusiva”, richesta che il Tribunale rigetta in toto, rintracciando negli stessi scritti difensivi delle parti, l’evidenza di una “crisi coniugale” fondata sul venir meno di un progetto di vita in comune, piuttosto che scatenata da fattori estranei, aventi causa nella responsabilità esclusiva di uno dei due.

Entrambi i coniugi “confessano”, in pratica, il venir meno, lo spegnersi, di una volontà comune di proseguire nella vita matrimoniale, datando questa loro consapevolezza in un periodo di tempo precedente all’instaurarsi del giudizio.

Tant’è che, all’esito della istruttoria non v’è traccia dei motivi giustificanti un “addebito di colpa esclusiva”, né le prove richieste in merito, per le quali l’ammissione è stata replicata anche con le “conclusioni istruttorie”, non essendo state ammesse dal giudice in prima battuta, appaiono al Collegio giudicante in grado di superare l’evidenza di quanto già raccontato dagli atti e dalle parti.

legittima l’acquisizione al processo della “prova” dell’investigatore privato “non autorizzato” solo come testimonianza dello stesso

Sempre esaminando il punto delle prove, il Collegio arriva a formulare una prima specificazione “particolare” : l’inesistenza della “qualifica di investigatore privato professionista” non è causa di inammissibilità delle foto e della dichiarazione testimoniale del medesimo soggetto che ha posto in essere le indagini.

Questo, infatti, ben può essere ammesso come testimone e così consentire l’ingresso delle cose viste (e fotografate) per il tramite della prova orale, espletata all’interno del contraddittorio processuale.

In ambito Civilistico non ricorrono, dice il Tribunale di Milano, quelle preclusioni che sarebbero da sostenere, invece, nell’ambito dell’attività investigativa da svolgersi ex art. 391bis Cpp, e che è consentita solo ad un “investigatore privato autorizzato.”

Le dichiarazioni di un soggetto informato sui fatti di cui è causa e la relazione fotografica dello stesso, possono qualificarsi “acquisiti ritualmente, (..) al presente giudizio proprio attraverso la deposizione del T che ne ha confermato la paternità ed il contenuto precisando, altresì, di aver scattato le foro allegate”.

Interessante, ai fini dell’esatta ricostruzione dei limiti dell’ammissibilità al processo di un’attività di indagine investigativa, svolta da un terzo non “investigatore professionista”, è il richiamo testuale che il giudice di Milano opera nella parte motiva della Sentenza in de quo.

Il capitolo specifico, ammesso dall’Istruttore, è il seguente : “vero che durante le indagini e le ricerche effettuate ho accertato e constatato personalmente l’identità delle persone e le circostanze descritte e contenute nella relazione che mi si rammostra (sub doc.X) e che ho provveduto a redigere in forma scritta su richiesta della sig.ra”.

necessità del rispetto dei pricipi della oralità e del contraddittorio



La dichiarazione del teste, così positivamente acquisita, consente al Collegio di ritenere rispettato sia il “principio della oralità della prova” che quello del “contraddittorio” (con la possibilità astratta della prova contraria) e ciò inquanto la decisione non si è formata su di un documento, “relazione inivestigativa”, che sarebbe stato nella sua mera consistenza documentale semplicemente inammissibile, ma si è trasformato, per il tramite del “capitolo di prova teste”, in “fatti e circostanze relative ai fatti di causa, riferite nel corso della istruttoria”.

Ciò considerato, nel concreto le dichiarazioni rese dall’investigatore “dilettante” (che confermavano la relazione del marito con una donna) non sono state considerate rilevanti, ai fini della “attribuibilità esclusiva della dichiarazione di colpa”, perché gli episodi “extraconiugali” sono stati riferiti come successivi alla data “origine della crisi coniugale” ed individuata dal Tribunale, giusta la concorde ricostruzione operata dalle stesse parti.

la convivenza della figlia universitaria con la madre esclude
l’ammissibilità del pagamento dell’assegno alla stessa in forma diretta

Così esaurito l’esame delle domande sulla colpa, vediamo subito come la Sentenza affronti un ulteriore argomento “caldo”, quello dell’ammissibilità della istanza di “pagamento dell’assegno in forma diretta al figlio maggiorenne” così come previsto dall’ art. 155 quinquies (disposizioni in favore dei figli maggiorenni) il cui testo recita : “il giudice valutate le circostanze può disporre in favore dei figli maggiorenni, non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salva diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto”.

L’art 155 al suo comma 4 detta poi, specificamente, i criteri, alla luce dei quali “stabilire” la misura dell’assegno periodico e tra questi il “tenore di vita cui la figlia è sempre stata abituata…” è solo uno degli elementi.

In generale, il Tribunale di Milano “all’esito del giudizio”, posto l’acclaramento, della situazione economica e patrimoniale delle parti, rispetto a quella presente solo in nuce al momento della presidenziale, ritiene che la “misura del mantenimento debba essere “determinata in misura superiore sia per la figlia che per la moglie”.

In particolare, per la figlia, si decide: “pare quindi equo e proporzionato alla complessiva situazione dei coniugi, ed al tenore di vita cui la figlia è sempre stata abituata, stabilire che il padre contribuisca al mantenimento di xx con un assegno mensile di € 1.500,00 oltre al pagamento integrale delle spese mediche non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale, delle spese universitarie e del tempo libero, previamente concordate direttamente con la figlia, e debitamente documentate, salva l’urgenza per quelle mediche, confermando che il versamento, dovrà essere fatto alla madre, come disposto nella ordinanza presidenziale”.

Nonostante, quindi, l’esistenza di un figlio maggiorenne ed univesitario, il Tribunale ritiene di non poter applicare il testo della norma, che attribuisce ai maggiorenni il diritto di poter disporre direttamente della somma periodica loro attribuita, e questo perché: “il fatto che, essendo xx una studentessa universitaria e convivendo con la madre, è quest’ultima che provvede alle esigenze quotidiane di vita della figlia, gestendo il menage domestico ed anticipando di conseguenza tutte le spese per la ragazza”.

d a giustificazione del concetto appena esposto, il Tribunale di Milano, sente la necessità di specificare come “non possa trovare accoglimento la domanda (del padre) di “versamento diretto alla figlia (ribadita in sede di precisazione delle conclusioni) posto che l’art. 155 quinquies c.c., se pure propende per il versamento del mantenimento direttamente al figlio maggiorenne, è pur sempre derogabile dal Giudice sulla base di motivate ragioni, quali quelle sopra indicate”.

Ora non v’è chi non veda, come si sia voluta giustificare una disposizione che applica un modo di “determinare ed attribuire l’assegno di mantenimento” quanto meno “obsoleto”, ricorrendo ad una mera ripetizione di concetti, che non soddisfa alcuno dei requisiti del nuovo spirito della disposizione di Legge.

auspicabile un sistema di controllo della spesa utile
almeno quando svolta in favore dei figli maggiorenni


Considerare oggi un maggiorenne, per di più studente universitario, e quindi con una formazione ed uno spirito critico superiore alla media, come un soggetto per il quale sia “la madre” colei che “provvede alle esigenze quotidiane di vita della figlia, gestendo il menage domestico ed anticipando di conseguenza tutte le spese per la ragazza” significa esprimere una valutazione acritica della realtà quotidiana, perfettamente in contrasto con quello che normalmente accade.

E significa, soprattutto, confermare in capo al genitore convivente, la figura del “gestore” della vita del figlio, convivente e maggiorenne.

Questa, era la realtà che la norma ha inteso modificare con il mutare del testo, e con il prevedere in prima battuta “il versamento diretto all’avente diritto” ovvero al figlio maggiorenne, dell’assegno periodico ex art. 155 c.c., assegno che ha lo specifico scopo di realizzare quel “contributo al mantenimento” della prole, che grava su ogni genitore, e la cui misura dovrebbe, comunque, essere determinata alla luce di “tutti i criteri” dettati e non solo di alcuni di questi.

Pensare che “una diversa determinazione del giudice” possa essere giustificata solo con l’immaginare un maggiorenne, studente universitario come “incastrato in un menage familiare di fine secolo”, significa mortificare lo spirito della Legge 54/2006 , che, al contrario, ha introdotto nel nostro ordiamento un principio astrattamente condiviso da tutti, ma in concreto ancora non perfettamente rispettato: quello della centralità del rapporto tra il figlio, minorenne o maggiorenne, con entrambi i genitori !!

Perseverare, quindi, in soluzioni che possano “ri-costruire un “filtro” indebito tra il genitore onerato dell’assegno periodico ed il figlio o la figlia maggiorenne”, prevedendo l’altro genitore come “gestore esclusivo di un menage economico”, soprattutto in mancanza di una qualsivoglia norma di controllo di questa “gestione economica” della vita della figlia” significa introdurre nel processo di separazione delle vite di una famiglia, che dovrebbe tendere alla ricostruzione di “nuovi legami diretti tra i figli ed il genitore non convivente” un ostacolo inimmaginabile, assolutamente contrario allo spirito della norma vigente.



non è ammissibile la “sospensione” dell’onere di mantenimento disposto per la prole per il periodo di fequentazione esclusiva di questa con il genitore onerato



Passiamo ora ad analizzare l’esito di un’ulteriore interessante domanda, formulata dalla difesa del padre, quella della previsione di un criterio di “riduzione” del contributo al mantenimento del figlio almeno per i “periodi nei quali il figlio si trovi a convivere con il genitore non coabitante” !

Ad una tale istanza il Collegio milanese ha, con grande chiarezza espositiva, e citando la giurisprudenza della Suprema Corte, replicato così:


“si ribadisce cioè che il contributo al mantenimento dei figli, minori o maggiorenni, e non economicamente indipendenti, determinato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario o con il quale convivano, non costituisce mero rimborso delle spese sostenute dal suddetto genitore nel mese corrispondente, bensì la rata mensile di un assegno annuale determinato, tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportate all’anno; ne consegue che il genitore obbligato non può ritenersi sollevato dall’obbligo di corresponsione dell’assegno per il tempo in cui i figli si trovino presso di lui ed egli provveda pertanto, in modo diretto, al loro mantenimento”
( Cass.Sez.1 nr. 566 del 17.1.2001 , e Cass.Sez.1 nr. 12308 del 25.5.2007 ).

l’assegno per i figli constituisce “rata mensile di un assegno”
rapportato ad una spesa annuale

Ora appare quantomeno in contrasto con il concetto dell’equità, il fatto che si sia provveduto a stabilire quale “assegno periodico necessario a stabilire il principio di proporzionalità” , dell’onere gravante su entrambi i genitori di mantenere i figli, in capo al genitore non convivente, un importo mensile in quota parte di € 1.500,00, con ciò immaginando come il complessivo importo da ritenere adeguato all’anno sia una somma pari al doppio e quindi di € 36.000,00, e si consenta la gestione, “senza controllo né rendiconto” (né in favore dell’avente diritto, il figlio maggiorenne, né dell’onerato) di un importo annuale di siffatta misura, che, ricordiamo, dovrebbe ex lege, essere esclusivamente dedicato al mantenimento della prole.

E’ parimenti evidente come, nei casi nei quali l’ammontare dell’assegno periodico di cui al 155c.c ., abbia una misura inferiore, l’evidenza della necessità di un “rendiconto” sia inferiore, potendosi più agevolmente, sostenere l’utile spesa di ogni euro del contributo per esigenze “quotidiane” del figlio, ma il principio espresso con la domanda del padre, nel caso de quo, resta in tutta la sua attualità.

è auspicabile la “sospensione” dell’onere di mantenimento disposto per la prole per il periodo di fequentazione esclusiva di questa con il genitore onerato


Se quello mensile è un contributo periodico, versato per assicurare la proporzionalità dell’onere gravante su ogni genitore al mantenimento della prole, allora può accadere che la misura di un tale contributo possa restare “sospesa”, almeno in quel limitato periodo di tempo nel quale si realizzano gli effetti di una convivenza, superiore al mese, tra il figlio ed il genitore onerato, questo almeno in quei casi nei quali l’importanza della somma versata ogni mese, può considerarsi “non spesa tutta quotidianamente” per le esigenze del figlio.

nella determinazione dell’assegno al coniuge è necessario valutare gli effetti fiscali “rispettivamente dell’esborso e dell’incasso” della somma



Quanto al punto della determinazione dell’assegno “di mantenimento” della moglie la sentenza del Tribunale di Milano svolge una considerazione estremamente interessante, che merita di essere evidenziata in ragione degli aspetti fiscali che va ad analizzare.

Posta la determinazione dell’assegno nell’importo di € 4.000,00 mensili il Tribunale così rileva:
“deve infatti anche considerarsi che il quantum stabilito, incide sul convenuto in misura significativamente inferiore rispetto all’importo lordo, dal momento che l’obbligato beneficia di una deduzione di pari importo dal proprio reddito complessivo, mentre per l’attrice l’imposizione fiscale ne riduce l’importo effettivamente percepito, importo che il Tribunale ritiene in ogni caso adeguato (…) alle esigenze di mantenimento della stessa tenuto conto anche del reddito netto, sopra indicato, che la sig.ra percepisce in proprio”.

Viene quindi, correttamente, affermata l’esigenza di rapportare l’importo dell’assegno anche alle riduzioni ed ai benefici fiscali che lo stesso genera rispetto alle redditualità di entrambi i coniugi.

questioni ulteriori


Così deliberato in merito ai temi, come detto, canonici di ogni seprazione, il Tribunale con la Sentenza in esame ha affrontato anche altre questioni, “diverse”, introdotte in giudizio dalle opposte richieste delle parti.

inammissibile la domanda tesa a “regolare” l’onere delle spese ed a ripartire il periodo di gestione del “cane domestico di proprietà della coppia”


Ha quindi stabilito di “non poter accogliere la domanda di parte attrice relativa la cane… posto che i poteri del Giudice nel caso di separazione giudiziale in ordine ai provvedimenti accessori sono determinati in modo puntuale dalle norme di cui agli art. 155 e 156 c.c., che non contemplano, certo, statuizioni relative agli animali di proprietà del nucleo familiare ed al loro mantenimento”.

Svolgendo una considerazione ineccepibile in punto di diritto, ma rispetto alla quale, la diversa sensibilità sociale, affermatasi in tema di animali domestici (ed affermata ormai anche da precise disposizioni di legge quali, ad esempio, quelle intervenute in tema di divieto di abbandono) avrebbe forse da imputare qualcosa, in merito alla ritenuta “obbligatorietà “ del … non doversene occupare.

inammissibilità delle domande volte alla regolamentazione dell’uso della casa delle vacanze ed alla restituzione di ratei di mutuo


Conclude la pronuncia un richiamo che si inserisce nel filone della giurisprudenza dominante : quello della impossibilità a decidere con la sentenza di separazione questioni diverse da quelle affidate al giudice della stessa, come quelle, ad esempio, avanzate dalle parti e tese a regolare l’uso della “casa del mare”, perché : “l’ art. 40 cpc consente nello stesso processo il cumulo di domande soggette a riti diversi soltanto in ipotesi qualificate di connession (art.31, 32,34,35 e 36 c.c.) così escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente e caratterizzate da riti diversi: conseguentemente è esclusa la possibilità del “simultaneus processus” tra l’azione di separazione e di divorzio e quelle aventi ad oggetto, tra l’altro, la restituzione di beni mobili, od il risarcimento del danno essendo queste ultime soggette al rito ordinario, ed autonome e distinte dalla prima (di separazione o divorzio). (Cass. Sez. 1 nr. 11828 del 21.5.2009).





Vetrina