GEOGRAFIA GIUDIZIARIA/IL TAGLIO DEI TRIBUNALI

Giudici di pace, ai comuni 60 giorni per salvare gli uffici

| 27 Febbraio 2013

Ho sempre creduto che la distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari necessitasse di un restyling ma, aggiungo subito, a scanso di equivoci, che il mio auspicio non interessava i c.d. “tribunalini” che, piccoli per quanto si voglia, costituiscono un avamposto di legalità in un Paese abbastanza allergico al rispetto delle regole.


Situazioni eterogenee

Peraltro, osservando la consistenza, in termini di fascicoli, dei 31 tribunali soppressi colpisce l’enorme divario che separa il primo della lista (Rossano, con un totale di quasi 30.000 procedimenti civili e penali) e l’ultimo (Tortona, con appena 1.835 affari) (dati Il Sole 24 Ore del 18 febbraio 2013).

Mi auguravo, inoltre, un robusto accorpamento delle sezioni staccate, più per senso pratico che per ragioni ideologiche: la chiusura in blocco di tutti questi uffici avrebbe determinato un esodo di fascicoli e personale verso le sedi circondariali, notoriamente già in debito di spazi, ma temevo che non sarebbe stata accompagnata da investimenti per l’adeguamento degli edifici giudiziari.


La proliferazione dei GdP
Infine, mi attendevo una significativa sforbiciata degli uffici del giudice di pace, non avendo mai dimenticato lo stupore che mi destò una cartina geografica dell’Italia suddivisa in 846 “tessere”: tanti erano (rectius: sono) i giudici di pace sulla carta ed alcuni uffici sono talmente minuscoli che, tranne il giorno in cui si tengono le udienze, sono frequentati quotidianamente solo dal cancelliere, quando il posto non è vacante.


La scura del governo
Invece il Governo è stato draconiano con le sezioni distaccate, sopprimendole tutte; abbastanza severo con i tribunali minori, riuscendo a chiuderne 31; quasi inconsistente con i giudici di pace perché astrattamente ne avrebbe soppressi 667 su 846, se non fosse per l’articolo 3 del decreto legislativo 7 settembre 2012 n. 156, che consente agli enti locali, anche consorziandosi, di mantenere gli uffici del giudice di pace da tagliare facendosi integralmente carico delle spese di funzionamento e di erogazione del servizio.


Le difficoltà patrimoniali dei comuni
È dunque elevato il rischio, in un Paese che è sempre stato afflitto da un campanilismo ossessivo, che le singole amministrazioni locali, pur di conservare il “prestigio” di essere sede di un ufficio giudiziario, si accollino i costi della sua sopravvivenza.

Se le amministrazioni locali si avvarranno in massa della facoltà loro concessa dalla norma, saranno letteralmente vanificati gli attesi risparmi di spesa.


Ma la scelta legislativa appare davvero incomprensibile se ci si sofferma un attimo sulla situazione patrimoniale dei comuni italiani.

Sono talmente tanti quelli sul punto di essere dichiarati dissestati, a causa delle loro esposizioni debitorie, che il legislatore è dovuto intervenire prevedendo la possibilità che le singole amministrazioni attivino una procedura di riequilibrio finanziario pluriennale grazie alla quale gli enti potranno ripianare le passività anche in dieci anni.


Ancor più discutibile è questa soluzione se si pensa che i debiti degli enti pubblici sono una voragine di 136,9 miliardi di euro (a tanto ammonterebbero secondo i dati apparsi su Il Sole 24 Ore del 18 febbraio 2013) e che i ritardi nei pagamenti dei fornitori di beni e servizi sono divenuti oramai intollerabili e sono causa, molto spesso, del fallimento di piccole e medie imprese.


Tempi stretti per i municipi
Tuttavia, piaccia o meno il margine di discrezionalità riconosciuto dalla legge ai comuni in cui ha sede un ufficio del giudice di pace, dadiovedì 28 febbraio comincia a decorrere il termine di sessanta giorni entro il quale le amministrazioni interessate dovranno far pervenire al Ministero la loro disponibilità ad accollarsi i costi di funzionamento dell’ufficio da sopprimere.


Stando così le cose, c’è solo da sperare che gli amministratori locali – una volta tanto – diano prova di senso di responsabilità e pensino concretamente agli interessi prioritari dei loro concittadini, in cima ai quali in questo momento non vi è, con buona probabilità, il mantenimento a tutti i costi dell’ufficio del giudice di pace: un lusso che le esangui casse degli enti e gli ancor più esangui portafogli dei contribuenti non possono più permettersi in modo indiscriminato.