SEPARAZIONE E DIVORZIO

La Cassazione frena sulla Sindrome di alienazione parentale (Pas)

| 13 Aprile 2013

Sindrome da alienazione parentale, validità incerta: non sufficiente a determinare l’affido

Perde l’affidamento dei figli il padre che parla male della madre


Nell'ambito dei procedimenti concernenti i minori ed in generale in qualsiasi vicenda, giudiziaria o meno, in cui questi risultino protagonisti è sempre più frequente ed attuale il riferimento, non sempre pertinente, alla cosiddetta ''Sindrome da alienazione genitoriale''.


La descrizione di Gardner
La sindrome appena citata è meglio nota come PAS ovvero ''Parental Alienation syndrome'' e vede quale suo esperto e “ideatore” il Dottor R. A. Gardner che, a seguito di studi ed analisi approfondite, già nel 1985 cercava di fornire una prima chiara descrizione del disturbo definendolo come:

''… a disorder that arises almost exclusively in the context of child-custody disputes. In this disorder, one parent (the alienator, the alienating parent, the PAS-inducing parent) induces a programme of denigration against the other parent (the alienated parent, the victim, the denigrated parent). However, this is not simply a matter of ‘brainwhashing’ or ‘programming’ in that the children contribute their own elements into the campaign of denigration…’’ ( R. A. Gardner, Recent trends in divorce e custody litigation, in The Academy Forum , n. 29, 1985, New York, pag. 3 e ss.) .


Gli elementi essenziali: indottrinamento e allineamento
Il dottor Gardner al fine di circoscrivere per quanto possibile i limiti di questa sindrome ne indicava, quali elementi essenziali e distintivi, precisamente due ovvero: l'indottrinamento da parte di un genitore in pregiudizio dell'altro e l'allineamento del bambino con il genitore ''alienante''.


Affinché si possa parlare di PAS è necessaria l'esistenza di entrambi gli elementi, la loro combinazione e fusione è indispensabile al fine di evitare di confondere la PAS con altri fenomeni e comportamenti in realtà differenti. Molti, infatti, come lo stesso R. A. Gardner già aveva evidenziato, parlano di PAS anche lì dove manca uno dei due presupposti descritti, soprattutto non tengono sufficientemente conto del fatto che nella PAS fondamentale è la condotta del minore, la sua partecipazione, il suo contributo all'indottrinamento del genitore ''alienante'' contro il genitore ''alienato''. Spesso si giunge a parlare di PAS in casi in cui, invece, si riscontra solo una sorta di “lavaggio del cervello”, condizionamento o programmazione da parte di un genitore in pregiudizio dell'altro, che quale vittima vede il proprio figlio giungere ad un vero e proprio rifiuto immotivato nei suoi confronti. In altre circostanze, invece, cosa forse ancor più grave, si parla di PAS innanzi a situazioni in cui il comportamento del minore è giustificato da violenze, abusi, forme di abbandono di uno dei due genitori nei confronti della prole che causano in quest'ultima un rifiuto della figura genitoriale in questione. In tale ultima circostanza, infatti, il minore allontana con un sostanziale e sincero motivo la figura genitoriale violenta o a lui disinteressata e non, invece, in rappresentazione di un indottrinamento realizzato dall'altro genitore, circostanza caratterizzante appunto la ''Sindrome da alienazione genitoriale''.


Una difficile definizione
Fin dall'inizio lo studio, l'analisi e l'affermazione stessa dell'esistenza di questo disturbo introdotto da Gardner si sono mostrati difficili e discussi: tante, variegate e mutevoli sono state le opinioni espresse in proposito nel mondo scientifico e giuridico ed ancora oggi non trovano un indirizzo chiaro ed univoco, né nell'ambito medico psichiatrico, né in quello più strettamente giuridico concernente la tutela del minore e l'adozione di qualsiasi provvedimento lo riguardi.


Per poter procedere ad un'analisi attenta ed utile sul riconoscimento o meno della PAS e sulla sua rilevanza nelle aule dei Tribunali in pendenza di cause concernenti l'affidamento dei minori e la potestà genitoriale è fondamentale occuparsi del disturbo, seppur in modo generico, anche sotto il profilo medico-scientifico. Ciò che assume rilievo, infatti, è proprio cercare di comprendere cosa esso sia e che tipo di affermazione abbia tra gli esperti del settore dato che è indiscutibile che un effettivo riconoscimento come patologia ne permetterebbe la più facile affermazione in ambito giuridico.


L’assenza di classificazione nel DSM
A sostegno di chi afferma l'inesistenza della PAS come vera e propria sindrome viene solitamente utilizzato quale argomento principale, se non esclusivo, la mancanza di un riconoscimento formale di questo disturbo all'interno delle più rilevanti classificazioni internazionali, prima tra tutte quella contenuta nel DSM-IV (''Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders''). La catalogazione internazionale appena citata, infatti, non comprende al suo interno il disturbo in questione ed a quanto pare tale integrazione non si realizzerà nemmeno con il DMS-V, la cui pubblicazione è prevista per maggio 2013. Molte, invero, sono ad oggi le questioni ancora discusse in merito alla PAS e soprattutto le incertezze che ne rendono difficile il riconoscimento formale in classificazione come quella appena richiamata o in altre come, per aggiungerne un'altra importante, l'ICD-10 (''International Classification of Diseases'') di cui a breve si avrà la nuova versione ICD-11. Da una parte le opinioni ed affermazioni discordanti sulla preparazione, formazione e capacità del fondatore di questa sindrome (R. A. Gardner, tra le altre cose, pare che morì suicida – tale accadimento viene, a volte, utilizzato, dai suoi contestatori per confutare la validità scientifica delle sue tesi - e fu molto criticato per i suoi studi e le sue teorie anche in materia di pedofilia) e dall'altra, inoltre, la difficoltà di individuare con certezza, univocità e chiarezza i confini, i caratteri e le manifestazioni di questo disturbo rendono particolarmente difficile l'individuazione e condivisione di una sua affermazione formale come ''sindrome'', come effettiva patologia, seppur molti sono i professionisti del settore della salute mentale che hanno pubblicato articoli, libri interi o capitoli all'interno degli stessi e documenti rilevanti in materia (per citarne alcuni: G. Gullotta, ''La sindrome di alienazione genitoriale: definizione e descrizione'', pubblicato nel 1998; G. Gullotta, A. Cavedon, M. Liberatore, '' La sindrome di alienazione parentale (PAS): Lavaggio del cervello e programmazione dei figli in danno dell'altro genitore'', pubblicato nel 2008; American Psychological Association, ''Guidelines for Child custody Evaluations in Family Law Proceedings'', pubblicato nel 2009 a revisione del documento già adottato nel 1994).


Il difficile riconoscimento giuridico

Come precedentemente anticipato, dunque, una tale mancata affermazione formale e condivisa della PAS come vera e propria sindrome a livello nazionale ed internazionale ne rende particolarmente difficile il suo riconoscimento nell'ambito giuridico. In altre parole, come risulta palese da svariate pronunce giurisprudenziali, l'assenza di solide basi scientifiche a fondamento del disturbo in esame non permette ai giudici di fare palese riferimento allo stesso nei loro provvedimenti concernenti l'affidamento dei minori, al fine di motivare gli stessi senza rischiare censure ed impugnazioni.


Il rischio strumentalizzazione
- È vero sì che l'assenza di conferme chiare e solide da parte degli esperti del settore medico-scientifico non permette di dare troppo spazio e rilevanza ad un fenomeno quale la PAS il quale, infatti, potrebbe essere facilmente utilizzato da un genitore nei confronti dell'altro quale strumento di accusa in un giudizio per l'affidamento della prole, al solo fine di far scontare allo stesso remore passate cercando di privarlo dell'affetto dei figli incolpandolo di averli alienati. Allo stesso tempo, tuttavia, lì dove in effetti un disturbo del genere dovesse davvero esistere ed aver portato il minore ad odiare il genitore ''alienato'' si rischierebbe di non tenerne sufficientemente conto in Tribunale, sempre per l'assenza di riconoscimenti medico-scientifici formali, così da mettere seriamente in pericolo la salute psichica-emotiva, la crescita del minore ed il suo fondamentale diritto alla bigenitorialità.


La definizione dei due Ddl

Chiare ed esaustive sembrano in proposito le parole utilizzate nelle Relazione di accompagnamento a due Disegni di Legge presentati negli ultimi anni, ovvero il Ddl n. 957 del 2008 ed il successivo Ddl n. 2454 del 2010. Entrambe le Relazioni, infatti, facevano espresso riferimento alla PAS ed alla necessità di dare maggiore attenzione e chiarezza al fenomeno, ad esempio nella presentazione del Ddl n. 2454 del 2010 si afferma espressamente che: ''il nuovo intervento normativo, inoltre, ha dovuto ancora tenere conto della necessità di porre fine a quei frequenti tentativi di manipolazione da parte di un genitore- … - miranti ad eliminare completamente l'altro dalla vita dei figli, inducendo in essi il rifiuto di ogni contatto, un malessere indotto che va sotto il nome di Sindrome di alienazione genitoriale (…). A prescindere dall'ufficializzazione o meno della PAS – e dai riconoscimenti del mondo accademico – sono ormai ampiamente riconosciuti nel mondo giuridico i problemi legati alla manipolazione dei figli, quale che ne sia il titolo e la definizione tecnica, e i gravissimi danni che provocano nei figli, soprattutto quando arrivano ad indurre il rifiuto degli incontri con il genitore alienato...''.


Seppur tali Ddl non abbiano concluso positivamente il loro iter parlamentare divenendo legge tuttavia ci permettono di comprendere che il legislatore italiano, oltre a molti operatori del diritto, giudici o avvocati che siano, hanno mostrato in passato e mostrano tuttora particolare attenzione al fenomeno.


I provvedimenti di merito

Nelle aule giudiziarie italiane alla PAS, espressamente o in modo implicito, si è fatto spesso riferimento a partire, ad esempio, da una pronuncia del Tribunale di Alessandria (sentenza n. 318, del 1999), poi confermata dalla Corte d'Appello di Torino, nella quale veniva deciso di affidare un bambino di 10 anni alla madre, nei cui confronti presentava forte avversione, riscontrandosi nello stesso la PAS attivata dal padre. Altro provvedimento che si può richiamare è quello del Tribunale di Matera, del 11 febbraio 2010, che individuava nella minore la sindrome in questione innescata dalla madre collocataria.


Il caso del piccolo Leonardo

Tra i casi più recenti viene immediatamente in mente quello del bambino di Cittadella (PD) che nell'ottobre 2012, veniva forzosamente prelevato da scuola al fine di dare esecuzione al provvedimento della Corte d'Appello di Venezia (decreto del 02.08.2012). Quest'ultima, nello specifico, ne disponeva l'affidamento al padre con inserimento all'interno di un'apposita struttura residenziale educativa dove potesse incontrare i genitori seguendo, altresì, un apposito ed accurato programma psicoterapeutico. Tale decisione modificativa della situazione preesistente, che vedeva il minore affidato ai servizi sociali e collocato presso la madre decaduta dalla potestà, si fondava essenzialmente se non esclusivamente sui risultati della CTU, la quale aveva riscontrato nel minore la ''Sindrome da alienazione genitoriale'' attivata dalla figura materna. La vicenda, che ha suscitato tanto scalpore, soprattutto a causa della diffusione mediatica eccessiva, è giunta fino in Cassazione la quale, con la recentissima sentenza n. 7041, pronunciata il 06 marzo 2013, ha accolto il ricorso e cassato il decreto impugnato con rinvio alla Corte d'Appello di Brescia.


Cassazione: teoria non consolidata scientificamente

Nella pronuncia della Suprema Corte si evidenzia proprio quella difficoltà di inquadrare definitivamente e chiaramente la PAS quale patologia rilevante in ambito giuridico, a causa dell'assenza di un effettivo, condiviso e formale riconoscimento della stessa nel settore medico-scientifico. La Cassazione, infatti, evidenzia come '' venga in considerazione una teoria non ancora consolidata sul piano scientifico, ed anzi, come si vedrà, molto controversa'' ed inoltre, richiamando le censure mosse dalla madre alla validità scientifica di tale disturbo ed alla sua eventuale sussistenza nel caso di specie, mette in rilievo ''le perplessità del mondo accademico internazionale, al punto che il Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) non la riconosce come sindrome o malattia'', oltre ad altri studi di esperti del settore.


La Cassazione dunque non nega, l'esistenza generale di questo disturbo in ambito scientifico e conseguentemente giuridico ma conclude con la chiara affermazione che: ''di certo non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che le teorie ad esse sottotese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare''.


Attualmente, dunque, si presenta questo l'orientamento della Suprema Corte in merito alla ''Sindrome da alienazione genitoriale'' tanto discussa oggi che legittimamente, non presentando alle spalle una solida affermazione e definizione scientifica, non può essere il solo ed essenziale elemento sulla cui base prendere decisioni particolarmente incisive nella vita dei minori coinvolti in ipotesi di crisi familiare (nello stesso senso v. anche Cassazione n. 5847/2013; la Corte rigetta il ricorso presentato dal padre contro la sentenza della Corte d'Appello di Catania che in parziale accoglimento dell'appello proposto dalla madre toglieva l'affidamento dei figli al padre per concederlo alla signora, anche sulla base della PAS riscontrata nei figli ed attivata dal padre. La Corte, in tal caso, rigetta il ricorso perché la decisione della Corte d'Appello non si basava solo sul riconoscimento della PAS ad opera del servizio di psichiatria della Asl ma anche ''su altri elementi non specificatamente censurati dal ricorrente, concernenti il giudizio negativo circa le attitudini genitoriali del padre (…), dandone conto in una motivazione priva di vizi logici e quindi incensurabile in questa sede...'').

L’audizione del minore
Non si può per completezza non concludere senza sottolineare, seppur può risultare facilmente deducibile, come il fenomeno della PAS, la rilevanza della stessa e la sua sussistenza effettiva nei casi concreti, assumano particolare rilievo e necessitino di particolare attenzione in relazione all'istituto dell'audizione del minore, ex art. 155 sexies c.c., comma 1°, data l'esigenza di comprendere se ciò che dichiara il minore sia frutto di una sua effettiva volontà, bisogno e desiderio o, al contrario, sia conseguenza di un pregiudizievole fenomeno di alienazione genitoriale (v. Cass. Civ., n. 5847, del 2013, citata, in cui si riconosce come l'esistenza della PAS ''causata da pressioni paterne che avrebbero inficiato i risultati dell'audizione''). L'audizione, invero, quale strumento che permette al minore di esprimersi e di introdursi più attivamente all'interno di un giudizio destinato a concludersi con provvedimenti per lui particolarmente rilevanti, merita la giusta attenzione al fine di non divenire pregiudizievole per l'interesse stesso della prole ascoltata che tanto si vuole tutelare. Non necessariamente, infatti, le dichiarazioni del minore e ciò che esso esprime come sua volontà risulta al termine del giudizio ciò che realmente è meglio per lui, dato che sta all'autorità giudiziaria individuare con attenta analisi ''l'interesse morale e materiale'' della prole, parametro esclusivo nell'adozione dei provvedimenti che la concernono (Tra le tante Cass. Civ., n. 7773, del 2012, in cui tra le altre cose si afferma che: ''… attesa la primazia dell'interesse morale e materiale della prole stessa, la norma contenuta all'art. 155 sexies, primo comma, (…), non solo consente di realizzare la presenza nel giudizio dei figli, in quanto parti sostanziali nel procedimento (…), ma impone certamente che degli esiti di tale ascolto si tenga conto. Naturalmente la valutazione del giudice, in quanto doverosamente orientate a realizzare l'interesse del minore, che può non coincidere con le opinioni dallo stesso manifestate, potranno in tal caso essere difformi...'').


No a decisioni basate solo sulla PAS
Alla luce della trattazione svolta, dunque, non può che concludersi asserendo che in un settore così importante come quello della tutela dei minori, dei loro diritti ed interessi, primo tra tutti il loro diritto alla bigenitorialità, il richiamo a fenomeni dai confini e contenuti ancora poco certi come la PAS non può essere utilizzato quale motivo esclusivo di provvedimenti così rilevanti come l'affidamento esclusivo ad un genitore o ai servizi sociali, l'allontanamento da una delle due figure genitoriali e quant'altro.


E' innegabile che nell'ambito di molti giudizi di separazione, divorzio e di affidamento sia diffuso il fenomeno consistente nell'atteggiamento di un genitore che tenta, in buona o cattiva fede, di allontanare il figlio dall'altro genitore addossando a quest'ultimo una serie di colpe e di responsabilità, vere o presunte, che possono trovare la loro giustificazione, al massimo, in sede processuale ove è possibile un approfondimento istruttorio e un riscontro probatorio finalizzato alla verifica dell'idoneità o meno del genitore accusato e di quello accusante; giammai, tale tentativo di “esclusione” e di “demonizzazione” deve essere rivolto unilateralmente nei confronti del minore affinchè questi sia indottrinato su come comportarsi nei confronti dell'altro genitore o, ancora peggio, sulla natura delle risposte da fornire alla domande del Giudice, in sede di audizione, sovraccaricando il minore di ulteriori momenti stressanti e costringendolo ad erigersi quale “arbitro” dei conflitti e delle frustrazioni degli adulti.

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