IL DLGS IN "GAZZETTA"

Dal 7 febbraio non ci saranno più figli «naturali» e figli «legittimi»

| 10 Gennaio 2014

Con il decreto legislativo 154/2013 (in attuazione della delega contenuta all'articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219) è portata a compimento la più radicale modifica del diritto di famiglia successiva alla legge 19 maggio 1975, n. 151. Peraltro, se - allora - il fronte delle riforme era particolarmente ampio (incidendo la legge n. 151, radicalmente, su tutto il diritto di famiglia, ivi comprese sia la disciplina della separazione dei coniugi sia le conseguenze patrimoniali e successorie derivanti dal celebrato matrimonio) attualmente la novella è circoscritta allo specifico tema della filiazione.

Il decreto legislativo 154/2013 integra le modifiche già introdotte al primo libro del codice civile dalla legge 10 dicembre 2012 n. 219.
Pur se non mancano disposizioni aventi un indubbio carattere innovativo [e, per le quali, pertanto, all'articolo 104 il decreto in commento detta la disciplina intertemporale] nella maggioranza di casi le modifiche apportate, al codice come alle altre leggi, dal decreto in esame sono meramente lessicali.
Come nel 1975 si volle, da un lato, rendere il diritto di famiglia più adeguato alle nuove realtà sociali del secolo ventesimo che stava tramontando e, dall'altro, estirpare dal linguaggio giuridico parole ritenute non in armonia con i nuovi tempi (quali, ad esempio, «illegittimo», «adulterino», «patria potestà» ecc.) così nel 2013 il legislatore ha inteso non solo eliminare ogni residua discriminazione tra i figli, ma anche rendere più «moderno» il vocabolario, eliminando, riferiti ai figli (e al rapporto di filiazione) i termini «legittimo» e «naturale».

Le correzioni dei termini
Essendo - peraltro - ineliminabile [almeno al momento] in linea di fatto che la nascita possa, alternativamente, avvenire in costanza di matrimonio o al di fuori di questo, si sono sostituite - ogni qualvolta la circostanza fosse rilevante - le parole «figlio legittimo», «figlio naturale» con le parole «figlio nato nel matrimonio», «figlio nato fuori del matrimonio».
Contemporaneamente si è ritenuto antiquata la definizione dei rapporti tra genitori e figli in termini di «potestà genitoriale».
Nel concetto di «potestà» è insito - come noto - il potere di disporre, di dirigere l'altrui attività e, quindi è ineliminabile, dallo stesso, una connotazione di «subordinazione» del soggetto in potestate rispetto all'altro (al genitore).
Diversamente la locuzione «responsabilità» designa - piuttosto - sia una qualità di un soggetto (cioè la capacità che si attribuisce a un soggetto di essere in grado e perciò di dover dare risposta a causa dei suoi comportamenti, o comunque di un fatto a lui ricollegabile secondo criteri accertati) sia il processo che si sta svolgendo in forza di tale qualità (sulla questione, cfr. Rescigno G.U., «Responsabilità» (diritto costituzionale), in «Enciclopedia diritto, XXXIX, Milano 1988, p. 1342).
Affermando, pertanto, che «i genitori hanno la responsabilità genitoriale» si ribadisce che si è - in realtà - a fronte di un rapporto assolutamente «paritario».
Con obblighi - peraltro - prevalentemente a carico dei genitori.
Come si ricava - del resto - dalla circostanza che a fronte dei tantissimi diritti spettanti al figlio, analiticamente descritti nei primi tre commi dell'articolo 315-bis Cc, il quarto comma di tale articolo dispone unicamente il dovere, per il figlio, di «rispettare i genitori» e di «contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

Gli interventi formali
Altre modifiche - pur esse meramente formali - ancora, si sono rese necessarie in conseguenza della abrogazione [da parte dell'articolo 1, comma 10, della legge n. 219 del 2012] dell'istituto della legittimazione.
In più occasioni, infine, il decreto ha [singolarmente] ritenuto di modificare norme già modificate, totalmente trascurando il precetto di cui all'articolo 1, comma 11, della legge 10 dicembre 2012, n. 219.
Tale ultimo comma dispone, testualmente: nel codice civile, le parole «figli legittimi» e «figli naturali», ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente «figli».
Certo quanto sopra è palese che tutte le volte in cui il decreto in commento ha «sostituito» le parole figli legittimi, figli naturali con la parola figli lo stesso non ha fatto che ribadire - del tutto inutilmente e secondo una pessima tecnica legislativa - una modifica già esistente nel nostro corpus normativo (e del resto già puntualmente recepita nei più autorevoli codici pubblicati successivamente all'entrata in vigore della legge n. 219).