LA PRONUNCIA DELLA CASSAZIONE

Divorzio, no alla interruzione del rapporto col padre accusato di abusi sul minore

| 14 Gennaio 2014

Cassazione Civile - Sezione I civile - Sentenza n. 372 del 10 gennaio 2014

L’interesse del minore a mantenere (o riprendere) i rapporti con un genitore, anche se assistiti da speciali cautele per l’imputazione a carico del padre, deve prevalere sul rischio di rendere questi “irrecuperabili” per il lungo tempo della loro interruzione, ove si dovesse attendere l’esito della vicenda penale. Con la sentenza 372/2014, la Prima Sezione della Corte di Cassazione è tornata a dare un ulterirore contributo su di un argomento al calor bianco: quello della tutela dei “rapporti” tra un figlio ed un padre anche nel caso in cui, come nella vicenda sub judice, quest’ultimo fosse stato “accusato” di aver commesso “presunti abusi sessuali sul figlio”.

La vicenda
Gli elementi della storia umana, all’esame della Corte, prendono le mosse da un conflitto genitoriale che scaturisce dal risolversi di una convivenza ed in tale occasione il Tribunale per i minorenni dispose l’affidamento “condiviso” del figlio minore, con collocamento di questo presso la madre, ed organizzò le modalità di visita e frequentazione del minore stesso con il padre, nonché l’obbligo del contributo gravante sul genitore in favore del figlio.

Alla pronuncia di primo grado seguì, subitaneo, l’appello, nel quale la madre, allocataria, chiese l’affidamento esclusivo del figlio a se medesima e “il divieto” degli incontri tra questo ed il padre.

Il padre al contrario, forte del provedimento di “richiesta di archiviazione” disposto a fronte della denuncia presentata dalla madre per “presunti abusi sessuali sul figlio”, richiese espressamente alla Corte di appello, dice la sentenza, di valorizzare: “quanto emerso sulla personalità di quest’ultima (della madre) nella CTU eseguita, nell’ambito del procedimento penale a carico di esso reclamante” chiedendo poi la la “revisione” del collocamento del bambino presso la madre.

La Corte del riesame, disattendendo le richieste di entrambi, dispose in via provvisoria provvedendo ad affidare il bambino della coppia ai Servizi Sociali, incaricandoli di “adoperarsi” per una graduale ripresa dei rapporti tra il padre ed il figlio.

Oppostasi la madre all’archiviazione del procedimento penale, veniva disposta nuova Ctu che portava il giudicante penale a rinviare a “giudizio” il padre per i reati di “violenza sessuale e lesioni a carico del figlio”.

La nuova Ctu: il recupero della genitorialità
Contestualmente al provvedimento con il quale era stato disposto l’affido del minore al servizio sociale (in luogo della madre convivente) la Corte di Appello, diede, quindi, impulso ad una ulteriore consulenza tecnica di ufficio, in capo al minore ed ai suoi “conflittuali” genitori, ed all’esito della quale, nell’emettere i provvedimenti di gestione delle dinamiche familiari, ebbe a confermare sia il provvedimento provvisorio di affido del minore al servizio sociale competente che l’incarico quest’ultimo di predisporre un progetto di cura della “relazione tra il padre ed il figlio finalizzata al “recupero della stessa” seguendo queste specifiche indicazioni: a) previsione di un supporto terapeutico per il padre; b) organizzazione degli incontri protetti tra il padre ed il figlio presso un centro specializzato, in grado di offrire, anche al minore, supporto e sostegno; c) mantenimento di tale regime sino a diversa indicazione dell’autorità giuidziaria; d) obbligo di aggiornamento del percorso a sei mesi ed in caso di inosservanza delle disposizioni.

Con tali prescrizioni, che certo non possono essere tacciate di “concretizzare espressioni stereotipate” la Corte di appello, rileva la sentenza in commento: “ha ritenuto rispondente all’interesse del minore la ripresa dei rapporti con la figura paterna, interrotti da più di quattro anni, senza attendere la conclusione, prevedibilmente non vicina, del procedimento penale a carico del padre” e questo su specifica segnalazione del CTU secondo il quale “l’indugio ulteriore” poteva rendere “impossibile” il ripristino della relazione tra padre e figlio, con grave danno, quindi per quest’ultimo.

La Corte di merito terminava, poi, il suo rilievo osservando : “Ancora di più, secondo la Corte, quel rapporto va comunque recuperato, indipendentemente dall’esito del procedimento penale, la cui pendenza giustifica l’adozione di opportune cautele, non potendosi escludere, attraverso il sostegno terapeutico, il recupero della genitorialità pur nella eventualità che risutino accertati gli episodi ascritti”.

Dunque, per i giudici dell’appello, a diretta conoscenza dei documenti di causa, restava essenziale “consentire il recupero immediato dei rapporti tra padre e figlio” ed il fatto che questi fossero interrotti da oltre 4 anni, ed il fatto che il minore fosse stato affidato ai servizi sociali e non più alla madre, è traccia sicura di una poca collaborazione di quest’ultima al mantenimento, nella dinamica della crescita della personalità del comune figlio, della figura paterna.

Il bilanciamento degli interessi
A conferma di una tale ipotesi vediamo, infatti, come il ricorso in Cassazione della madre del minore si incentrava su di un unico motivo, con il quale la difesa della stessa “stigmatizzava ed aggrediva la sentenza dell’appello” lamentando la contrarietà alle norme di diritto del passaggio logico-giuridico contenuto nella pronuncia, laddove secondo la corte “anche nell’eventualità dell’accertamento della commissione di abusi sessuali nei confronti del minore” questo “accertamento” non osterebbe “di per se al ripristino della relazione genitoriale”.

Secondo la difesa della madre del minore “l’accertamento di una tale responsabilità, in capo al genitore osterebbe in maniera assoluta alla relazione tra padre e figlio” ed ancora osserva la ricorrente “ritenere il contrario rivela che si tende a tutelare l’interesse dell’adulto, non certo quello del minore” con una affermazione che è indice, quantomeno, di una scarsa conoscenza dell’importanza psicologica del peso della “presenza” delle figure genitoriali, nella mente e nella vita del minore, proprio per una corretta crescita dello stesso.

Seguendo un tale principio, quello dell’esistenza di un “ostacolo assoluto” alla “frequentazione tra un figlio ed un genitore”, si rafforzerebbero dei comportamenti che sono ormai endemici nei processi di separazione e divorzio, come ad esempio quello della efficacia dell’anatema delle “false denunce di abuso” che costituiscono la misura percentualmente più rilevante delle evidenze di un tale genere all’interno del conflitto familiare e si possono considerare tali (false denunce) solo all’esito di un procedimento penale che, ovviamente, segue il lentissimo calendario della giustizia penale.

Anticipare al “monento della dencuncia” od a quello del rinvio a giudizio, l’esistenza di un “assoluto ostacolo” costituirebbe una sorta di “pregiudizio”, rispetto al principio d’innocenza che assiste tutto il sistema penalistico, ed avrebbe come ulteriore effetto quello di “essere di danno certo ed attuale” a quel tessuto di rapporti di scambio in essere tra i figli ed i genitori, l’esistenza del quale consente una crescita mentale del minore, l’assenza del quale lascia, nella psicologia del minore, un vuoto che nulla, successivamente, può colmare, così come è noto a chi conosca le regole basiche dell’età evolutiva, per le quali a ciascun tempo di crescita corrisponde una determinata esperienza, saltata la quale, successivamente, si dovranno fare i conti con la mancanza, non potendo nessuno ricostruire il dato esperienziale mancante.

La motivazione della Corte

Ciò premesso, vediamo come, correttamente, la Sentenza della Suprema corte ha inteso ritenere la censura avanzata dalla difesa della ricorrente, assolutamente “inammissibile”.

Sul piano più specificamente giuridico, quello dell’esame della correttezza dell’operato dei Giudici di Appello, la Corte di Cassazione ha infatti osservato come, coerentemente con gli interessi di tutela del figlio minore della coppia, posta l’esistenza di un “sospetto abuso” il rapporto tra il padre ed il figlio, fosse già stato circondato da tutta una serie di specifiche previsioni, che regolavano e monitoravano l’esito e l’andamento degli incontri tra il “presunto abusante” ed il proprio figlio.

Ancora, specifica la Suprema Corte, come il “valore” da attribuire alla “espressione” formulata dai giudici del secondo grado, secondo i quali “anche nell’ipotesi di un positivo accertamento dei fatti di abuso non si sarebbe potuto escludere, attraverso un sostegno terapeutico, il recupero della genitorialità” deve considerarsi meramente e “puramente rafforzativo” della necessità di riprendere la frequentazione tra padre e figlio, e questo sia per l’incipit della frase stessa (ancor di più) sia perché, come è stato accertato dal Consulente del Giudice, “ulteriori indugi avrebbero comportato la definitiva irrecuperabilità della relazione tra padre e figlio, con conseguente grave danno per quest’ultimo”.

La questione della false denunce di abuso
Dunque, la Corte del merito ha, secondo la Suprema Corte, correttamente e “motivatamente” risolto la centralità della “conservazione del rapporto tra padre e figlio” ed in questo senso non possiamo che salutare questa pronuncia come un ulteriore contributo alla demolizione delle pratiche delle “false denunce di abuso”, che ancora troppo spesso, vengono usate nella guerra tra genitori, per far scomparire “con effetto immediato” dalla vita del figlio il genitore “semplicemente accusato” e ciò anche prima di ogni seria verifica, del sistema penale, in merito alla fondatezza dei lamentati abusi.