L’Italia scala la classifica nera dei paesi che hanno più ricorsi per la violazione dei diritti umani passando dal quinto al terzo posto della lista, peggio fanno solo la Russia e la Turchia. Un primato negativo che spicca soprattutto per i casi pendenti presso la Corte, che sfiora i 14 mila, mentre erano 10200 nel 2010 e “solo” 7150 nel 2009. Le sentenze che hanno riguardato l’Italia sono state 45 nell’ultimo anno con 34 condanne.
L’incontro con il presidente Napolitano
Nel 76% dei casi sotto accusa c’è la lunghezza dei procedimenti, seguita dalle espropriazioni, mentre al terzo posto c’è il problema carceri, la maggior parte delle prigioni non rispetta i criteri fissati dalla Corte sullo “spazio vitale” da concedere a chi sconta una pena detentiva.
Se è vero che il maggior numero delle domande non riguarda violazioni più gravi dei diritti fondamentali è altrettanto vero che un trend così negativo preoccupa molto la Corte dei diritti dell’Uomo. Il presidente britannico della Corte, sir Nicolas Bratza incontrerà il 3 e il 4 maggio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella speranza di avere un alleato autorevole nel sollecitare gli interventi legislativi utili a superare un’emergenza che la legge Pinto non è risuscita a risolvere, arrivando addirittura e costituire un problema nel problema per il ritardo e l’entità degli indennizzi riconosciuti.
Trecento ricorsi al mese
In attesa, di una soluzione sono circa 300 – informa Bratza - i ricorsi che arrivano ogni mese sul tavolo dei giudici di Strasburgo a causa della lentezza della giustizia. “Il problema della lunghezza dei procedimenti in Italia è strutturale – si rammarica Nicolas Bratza – e purtroppo la legge Pinto non è stata la soluzione. Della necessità di trovarne una parlerò con il presidente Napoletano”. Stesso argomento, un argomento che sarà affrontato oggi stesso nel corso dell’incontro tra sir Nicolas Bratza e il presidente della Corte costituzionale italiana Alfonso Quaranta in visita a Strasburgo.
La necessità di modificare i meccanismi
Per la Corte dei diritti dell’Uomo la sensibilizzazione degli Stati è fondamentale per la sua stessa sopravvivenza. Schiacciata dal peso di 151.600 procedimenti pendenti (erano 139650 all’inizio dell’anno), sui cui l’Italia pesa per il 9%, ha poche speranze di riuscire a svolgere con efficienza il suo ruolo prescindendo dalle iniziative dei singoli paesi per mettersi in linea con la Convenzione. “Il pessimo andamento dell’Italia è inspiegabile – affermano ai piani alti della Cedu – anche in considerazione della popolazione”.
Alla Russia va la maglia nera con 40225 richieste, metà del lavoro della Corte arriva da quattro stati: Russia, Turchia, Italia e Romania. Con Paesi così “indisciplinati” impossibile far quadrare i conti tra le sentenze, le pendenze e i nuovi casi introdotti. Ad aumentare il carico l’enorme mole di ricorsi dichiarati irricevibili che sfiora il 90%.
Questo malgrado le misure finora adottate abbiano consentito alla Corte di migliorare sensibilmente le sue performance facendo lievitare del 30% il numero dei casi trattati, soprattutto grazie all’impiego del giudice unico.
Ma non basta. E’ urgente trovare nuovi meccanismi che consentano alla Corte di concentrarsi sui casi di maggior rilievo, senza finire sommersa dai casi ripetitivi o irricevibili. Allo studio misure che vanno da una tassa sui ricorsi, alla sanzione per chi sbaglia. Di questo si discuterà in una conferenza che si terrà a Brighton dal 18 al 20 aprile.