CORTE EUROPEA DIRITTTI DELL’UOMO

Cedu: figli adottivi legittimati a indagare sulla madre, Italia condannata

| 08 Ottobre 2012

La Corte di Strasburgo riconosce il diritto dei figli adottati a conoscere le proprie origini e per questo ha condannato l’Italia che tutela in modo assoluto l'anonimato della madre. Con la sentenza del 25 settembre 2012, infatti, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha sancito la contrarietà alla Convenzione di una norma che vieta ad un soggetto abbandonato dalla nascita a conoscere le circostanze nelle quali è venuto al mondo e anche l’identità della madre.


No al divieto assoluto a conoscere

Ad essere contrapposti, infatti, sono due diritti entrambi meritevoli di tutela – quello della madre all’anonimato, e quello del figlio a conoscere un elemento della propria identità – che abbisognano, dunque,di un bilanciamento equilibrato. In Italia, invece, la madre gode del diritto ad un anonimato assoluto che è stato considerato contrario all’articolo 8 della Convenzione europea che tutela la vita familiare e privata.

Il caso concreto

Il caso era quello di una donna abbandonata alla nascita e poi adottata dopo essere stata per un periodo in un istituto per bambini. Divenuta adulta ha cercato in ogni modo di conoscere il nome della madre e apprendere le circostanze in cui era venuta la mondo, ma nulla da fare, le autoritàhanno sempre opposto un diniego. Ora, però arriva il riconoscimento del suo diritto dall’Europa. Secondo la Corte, infatti, le proprie origini integrano e completano proprio il diritto all’identità personale tutelato dalla Convenzione.


Il bilanciamento dei diritti

I giudici, tuttavia,riconoscono che la madre non possa essere obbligata a svelare la propria identità, un diritto questo che può essere adeguatamente tutelato sul piano nazionale, e che serve, fra l'altro,adevitare il rischio di conseguenze più gravi che potrebbero determinare la donna, in un particolare stato di difficoltà, a ricorrere per esempio all’abbandono del minore o alla interruzione di gravidanza.

Dunque, gli Stati dovranno utilizzare la propria autonomia in modo da contemperare queste diverse ed anche confligenti esigenze senza però impedire totalmente l’esercizio di un diritto tutelato dalla Convenzione. E l'Italia dovrà adeguarsi. Intanto è scattata la condanna a 5mila euro di risarcimento per la donna (ne aveva chiesti 250mila).