Mobbing

Gennaio 2012: la giurisprudenza precisa le peculiarità del mobbing

| 02 Aprile 2012

T.a.r. Basilicata, Potenza, Sentenza 10 gennaio 2012

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Giurisprudenza di riferimento
T.a.r Basilicata, Potenza 10 gennaio 2012;

Consiglio di Stato, 10 gennaio 2012;
Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 10 gennaio 2012


La combinazione delle sopracitate pronuncie di tre distinte Autorità Giudiziarie, curiosamente depositate nella medesima data, consente di qualificare con estrema precisione la peculiarità del mobbing rispetto ad istituti vicini ma non sovrapponibili e, quindi, la piena autonomia ed indipendenza dell' istituto.
Tre quindi gli aspetti del mobbing, che saranno sinteticamente analizzati nel presente contributo:

la strategia (quindi il disegno doloso), l’ obiettivo (l’ evento illecito) e i danni.

Per strategia persecutoria deve chiaramente intendersi la sussistenza di un progetto finalizzato al conseguimento di un obiettivo (pertanto la strategia deve essere sorretta – utilizzando terminologia penalistica – da un dolo specifico o addirittura intenzionale) consistente nel porre il mobbizzato in una posizione di debolezza psicofisica e/o nell’ estrometterlo dal contesto lavorativo.
E’ corretto, pertanto, affermare che non può sussistere il fenomeno mobbing senza una precisa e determinata volontà finalizzata a perseguitare, il cd. intento persecutorio ex pluribus Cass. 3785/2009, la vittima.
Occorre precisare, tuttavia, che in assenza di dolo, comunque, può sussistere una responsabilità imprenditoriale ex art. 2087 c.c. per aver omesso di adottare quei controlli, per esempio su propri sottoposti, che, se compiuti, non avrebbero cagionato il sorgere dell' evento lesivo (vessazioni perpetrate da pari grado all’ insaputa del datore di lavoro nel posto di lavoro, Cass. 12735/2008).
E se l’ intento persecutorio costituisce requisito indefettibile per giungere all’ accertamento dell’ attività mobbizzante chiaramente il detto deve essere provato in giudizio da parte della vittima.
Quest’ aspetto conferisce all' azione un notevole “coefficiente di difficoltà”.
La dimostrazione, infatti, della sussistenza di un disegno teleologicamente orientato a porre il soggetto in una “posizione di debolezza” - o alla sua estromissione dall' ambiente lavorativo -comporterebbe l’ onere non solo di fornire l' elencazione di tutti gli atti vessatorii subiti ma anche che i predetti atti illeciti eran legati da un’unica strategia persecutoria. Nessun capitolo, insomma, tende a dimostrare condotte finalizzate ad umiliare, a vessare e ad espellere il lavoratore nonché il nesso di causalità fra la patologia lamentata (stato d' ansia ed esaurimento nervoso) e i comportamenti datoriali, è chiaro che manca il fondamento del diritto che si intende far valere così Trib. Bolzano 11 maggio 2007.
Impresa ancor più ardua nell’ ipotesi in cui gli autori materiali delle vessazioni non fossero un unico soggetto ma più persone.
Un’ ultima osservazione inerente a questo profilo, in ordine ad evidenziare la scarsità di strumenti probatori che spesso la vittima è in grado di utilizzare: infatti, l’ emarginazione, conseguente al mobbing patito, comporta, di norma, l’ indisponibilità o la riluttanza (con tutti i rischi conseguenti ad una deposizione coatta) dei colleghi ad offrire la loro testimonianza e la carenza di documenti utili a sostenere la propria domanda.

Sull’ evento illecito: inizialmente, si riteneva che il mobbing sorgesse solo con le dimissioni del dipendente o con la sua concreta emarginazione nel posto di lavoro (Trib. Torino 30 dicembre 1999).
La sussistenza del mobbing veniva, pertanto, indissolubilmente legata alla presenza di un evento oggettivamente dimostrabile: le dimissioni, o di un altro maggiormente soggetto a valutazioni di tipo discrezionale “l’ emarginazione nel posto di lavoro”.
Accadeva nella realtà che la prima delle due ipotesi non si verificasse così spesso (l’ indefettibilità della retribuzione al fine della sopravvivenza induce molto spesso i lavoratori a rimanere attaccati al proprio lavoro, almeno fino al momento in cui non riescono a reperire un’ altra soluzione lavorativa) con l’ effetto che in assenza dell’ evento molte condotte mobbizzanti risultavano impunite.
Così, per evitare la creazione di una considerevole “zona franca” dottrina e giurisprudenza hanno ritenuto che il fenomeno mobbing possa sussistere anche in assenza di un evento e con la sola estrinsecazione di reiterate condotte (oppure con una sola protratta nel tempo) aventi “caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa” ( ex pluribus , Corte Appello Firenze sez. lav. 17 novembre 2011 n. 1100).

L’ ultimo aspetto riguarda il risarcimento del danno che la vittima può richiedere. Il danno derivante da attività mobbizzante è idoneo a pregiudicare aspetti di natura patrimoniale e di natura non patrimoniale del soggetto leso.
In questa breve rassegna ci si vuol particolarmente riferirsi ad una specifica categoria di danno non patrimoniale, il danno esistenziale, che a seguito delle sentenze di S. Martino, sembrava essere tramontata ma che, anche alla luce di recenti pronuncie, sia di merito che di legittimità e sia di Giudici ordinari che amministrativi, ha ripreso forza e vigore ( ex pluribus Corte dei Conti, 23 febbraio 2012; Cass. 24718/2001; Tar Lazio 12318/2010) riacquisendo, pertanto, lo status di indipendenza che dottrina e giurisprudenza le avevano correttamente conferito.
Il danno esistenziale, infatti, risulta particolarmente idoneo per ristorare tutta quella serie di pregiudizi sofferti che non sfociano in una vera e propria patologia psicofisica ma che si riflettono sulla qualità della vita della vittima. L’ insorgere di quadri clinici significativi nel soggetto mobbizzato non è fenomeno automatico e paradigmatico dell’ attività illecita patita: infatti, è ipotizzabile che per proprie caratteristiche psico-fisiche – quello che atecnicamente si suole definire carattere “particolarmente forte”- ciò che si manifesta nella vittima non è una malattia ma semplicemente un atteggiamento di rinuncia alla vita (che nelle forme più gravi assume di per certo la forma di patologia). Risulta chiaro che anche in questa prospettiva “anapatologica” il soggetto leso in conseguenza del comportamento illecito del proprio datore di lavoro o dei propri colleghi subisca un danno (in senso contrario però recente pronunzia della Cassazione 2711/2012 e del Tribunale di Varese 27 settembre 2011, inedita, per la quale l'assenza di patologie attuali qualificabili come disagi psicosomatici di rilevanza clinica, quindi di un danno alla salute in capo al lavoratore conseguente alla condotta di mobbing che e assume aver subìto, porta ad escludere l'esistenza di un comportamento mobbizzante) e pertanto abbia diritto al ristoro, integrale, dello stesso.

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