OMICIDIO COLPOSO

Responsabilità degli esperti per il terremoto dell’Aquila: un primo commento alla sentenza

| 31 Gennaio 2013

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Sei anni di reclusione per omicidio colposo. Questa è la severa pena detentiva inflitta dal Tribunale di L’Aquila ai sette componenti della Commissione Nazionale Grandi Rischi. A questa pena si aggiunge (e, come la detenzione, diventerà esecutiva dopo l’eventuale passaggio in giudicato) l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Pesanti anche le condanne al risarcimento pronunciate a carico degli imputati, in solido con la Presidenza del Consiglio dei Ministri quale responsabile civile. I condannati facevano parte, all’epoca dei fatti, dei principali Istituti scientifici nei settori della sismologia e della prevenzione dei rischi (Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Centro Nazionale Terremoti, Fondazione Eucentre).

In sintesi, ai componenti della Commissione veniva contestato di aver fornito alle Autorità locali e alla cittadinanza aquilana informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica che era in corso il 31 marzo 2009 – data nella quale la Commissione si riunì nel capoluogo abruzzese. Per l’effetto di rassicurazione derivante dalle comunicazioni degli esperti – che, secondo l’imputazione, tendevano nella sostanza ad escludere l’elevata probabilità di un rischio imminente – molti aquilani avrebbero improvvisamente modificato le loro abitudini, abbandonando le cautele (per esempio, dormire all’aperto o fuori città) che avevano seguito sino al giorno precedente. Alcuni di essi rimasero vittime della pesante scossa sismica verificatasi il 6 aprile 2009, e di qui muove l’accusa di omicidio colposo a carico dei membri della Commissione.

Questo articolo contiene un primo e breve commento “a caldo” della lunga sentenza (circa 900 pagine), depositata dal Giudice nei giorni scorsi. Gli autori sono peraltro già impegnati, insieme con altri esperti e docenti universitari, nella redazione di un più articolato commento in merito ai diversi profili di interesse della decisione, con particolare riferimento alle tematiche del nesso causale (e della sua possibile “interruzione”), dell’utilizzo della scienza nelle decisioni giudiziarie, della corretta interpretazione dei dati statistici recepiti nelle sentenze e della cooperazione di diverse persone nel reato colposo.

Diversamente da quanto riportato da alcuni organi di stampa, la sentenza aquilana non sostiene che i terremoti si possano prevedere e non motiva con la mancata previsione del terremoto la condanna degli esperti. Vengono al contrario approfonditamente analizzati, nella motivazione, attraverso considerazioni talora discutibili ma sempre approfondite, tanto il profilo della colpa quanto quello del nesso causale tra il comportamento degli imputati ed il decesso delle persone menzionate nel capo di imputazione.

Quanto al primo aspetto (colpa), sarebbero stati colposamente violati i doveri di “valutazione dei rischi” che delineano lo statuto giuridico della Commissione Grandi Rischi, sia attraverso taluni giudizi inaccurati – e di impropria sottovalutazione del rischio - espressi durante la riunione del 31 marzo 2009, sia attraverso le iniziative di comunicazione alla stampa ed all’opinione pubblica degli esiti di tale riunione.

Quanto al secondo aspetto (nesso causale), il Tribunale analiticamente ricostruisce l’effetto di rassicurazione che sarebbe conseguito alla colposa condotta degli imputati. Parenti e amici hanno testimoniato i mutamenti nelle abitudini di alcune delle vittime che si sono determinati nei giorni immediatamente successivi alla comunicazione degli esiti della riunione della Commissione del 31 marzo 2009. Nei casi in cui queste testimonianze sono state ritenute genuine e convincenti – e solo a condizione che non fossero ravvisabili possibili motivazioni alternative per il cambio di abitudini – il Tribunale ha ritenuto sussistente il nesso causale tra le rassicurazioni degli esperti e la morte avvenuta in occasione della scossa del 6 aprile 2009.

Emerge molto chiaramente dalla sentenza che l’effetto di rassicurazione era fortemente desiderato (per usare un eufemismo) dalle Autorità: “Non c’è un pericolo, io l’ho detto al Sindaco di Sulmona, la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole”, è la sorprendente espressione utilizzata, a margine della riunione della Commissione, dal Vice Capo del settore tecnico operativo della protezione civile. In sostanza, ciascuna delle due parti (politici e tecnici) sembra aver abdicato nella vicenda ai propri doveri. Gli esperti, sotto l’evidente pressione dei politici, sono stati troppo ottimisti (per la verità non tutti gli imputati sono stati allo stesso modo “rassicuranti”, con possibili conseguenze, a nostro avviso, in tema di responsabilità colposa dei singoli: ma questo è tema troppo specifico per poter essere affrontato in questa sede). I politici – assenti dal processo, benché nel complesso responsabili della scarsa attenzione ai requisiti antisismici delle costruzioni, che tanto ha contribuito alla gravità delle conseguenze del sisma – hanno abdicato al proprio ruolo: che non è quello di pretendere dagli esperti impossibili rassicurazioni, quanto invece quello di decidere autonomamente – dopo aver ascoltato le oggettive ragioni della scienza – quale sia il livello di rischio accettabile per la comunità. Che questo ruolo di valutazione del livello di rischio accettabile e di conseguente adozione delle necessarie decisioni operative (anche in merito ai consigli da fornire alla popolazione) non spetti agli esperti, ma ai politici, emerge chiaramente dalla normativa europea sul principio di precauzione. In particolare, la Comunicazione 2 febbraio 2000 della Commissione europea (COM – 2000 – 1 def.) bene spiega come, di fronte alle possibili catastrofi, pur essendo indispensabile una “valutazione scientifica quanto più completa possibile”, il giudizio su “quale sia un livello di rischio accettabile per la società costituisce una responsabilità eminentemente politica”.

Ciò premesso quanto alle rispettive competenze degli esperti e della politica, due sono, a nostro avviso, i profili maggiormente discutibili della lunga motivazione nella sentenza aquilana.

In primo luogo, il Tribunale ha a nostro avviso errato nella scelta dei criteri in base ai quali ha deciso di poter utilizzare una determinata teoria scientifica. Nella valutazione della colpevolezza degli imputati ha infatti giocato un ruolo rilevante l’utilizzazione della teoria dei cd. “ fenomeni precursori ” dei terremoti. La sentenza dà correttamente atto che – in merito a tale problematica – “si registrano, in campo scientifico, posizioni diverse e contrastanti” (p. 67): salvo poi affermare che, per dirimere tale contrasto scientifico, sarebbe necessario, “per esigenze di garanzia difensiva” (!), “privilegiare l’opinione esplicitata in proposito da uno degli imputati” in una pubblicazione risalente peraltro a diversi anni prima del sisma. Orbene, un simile criterio è del tutto inidoneo a giustificare l’utilizzo nel processo di una determinata teoria scientifica, quando essa non sia pacifica tra gli esperti. Infatti, secondo la giurisprudenza della Cassazione, le acquisizioni scientifiche cui è possibile attingere nel processo penale sono quelle “ più generalmente accolte, più condivis e” (Cass., sezioni unite penali, 25 gennaio 2005, n. 9163) da individuare principalmente – secondo una recente ed approfondita sentenza (Cass., sez. IV penale, 13 dicembre 2010, n. 43786) - attraverso la verifica del “ grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica ”. Questo esame invece manca completamente nella sentenza del Tribunale aquilano.

In secondo luogo, il Tribunale è a nostro avviso incorso in un errore di valutazione dei dati statistici disponibili, con evidenti quanto gravi conseguenze in merito all’affermazione della responsabilità degli imputati. Per comprendere questo aspetto occorre ricordare che, per pervenire ad una sentenza di condanna, non è sufficiente dimostrare l’esistenza di un rapporto di causalità fra il comportamento colposo e l’evento: non è sufficiente, in altre parole, dimostrare che – se il comportamento colposo (in ipotesi: le rassicurazioni infondate degli esperti) non fosse stato tenuto – l’evento-morte non si sarebbe verificato. Occorre anche dimostrare che il nesso causale fra evento colposo e morte non si sia interrotto per effetto di una causa sopravvenuta “da sola sufficiente a determinare l’evento (art. 41, secondo comma, del codice penale). Il Tribunale dà correttamente atto, nella motivazione, che, secondo la giurisprudenza di legittimità, il nesso di causalità può essere interrotto anche da cause sopravvenute che non siano del tutto autonome e scollegate dal comportamento degli imputati. Ciò che conta, per escludere la causalità, è infatti solo che le cause sopravvenute siano “ imprevedibili ” e connotate da “ un carattere di assoluta anormalità ” (p. 846 della sentenza; in questi termini, del resto, tutta la giurisprudenza di legittimità più recente: per esempio Cass., sez. IV penale, 25 settembre 2009, n. 42502). Il Tribunale si è perciò chiesto se la grave scossa sismica del 6 aprile 2009 – in occasione della quale si sono verificati i decessi delle persone che erano state “rassicurate” dagli esiti della riunione degli esperti del 31 marzo – potesse considerarsi un evento “imprevedibile” e connotato da “un carattere di assoluta anormalità”. Ed ha ritenuto di escluderlo, sulla base dei seguenti argomenti:

- Ogni anno si verificano mediamente nel mondo 120 terremoti di pari intensità;

- Per quanto riguarda L’Aquila, si sono verificati negli ultimi otto secoli tre terremoti con intensità pari e superiore, con un periodo medio di ritorno compreso fra 325 e 475 anni: tanto che, ricorda il Tribunale, in autorevoli pubblicazioni scientifiche si è sostenuto che il terremoto aquilano del 6 aprile 2009 rientri nel quadro della sismicità dell’area e non rappresenti pertanto “un caso eccezionale”.

Ora, pare a noi evidente l’errore di interpretazione dei dati statistici nel quale è incorso il Tribunale. Una cosa infatti è dire che, in relazione alla storia sismica abruzzese, la scossa del 6 aprile 2009 non rappresentasse un fatto del tutto eccezionale. Ciò è certamente vero, ed avrebbe dovuto spingere le Autorità ad imporre ben più elevati standard di costruzione e manutenzione degli edifici. Altra cosa è invece sostenere che – in sede di valutazione ex ante – non dovesse considerarsi eccezionale il verificarsi, pochissimi giorni dopo la riunione di “rassicurazione”, un sisma così grave proprio a L’Aquila. Ci ripromettiamo, in un futuro più approfondito studio, di proporre, con la collaborazione di esperti di statistica, un’ipotesi di calcolo di tale probabilità. Ma è sin d’ora evidente che il giudizio probabilistico sulla “eccezionalità” o meno di un fenomeno non possa prescindere da valutazioni di luogo e soprattutto di tempo. Il verificarsi, da qualche parte nel mondo nel corso di un anno, di un sisma grave come quello aquilano non è certamente eccezionale (accade 120 volte all’anno, secondo i dati forniti dal Tribunale). Il verificarsi di un simile evento a L’Aquila è certamente assai meno probabile, ma forse ancora non eccezionale (è accaduto tre volte in otto secoli, secondo il Tribunale). Tuttavia, nel caso in questione dobbiamo considerare che il comportamento giudicato colposo è consistito nell’effetto di rassicurazione provocato dalla riunione del 31 marzo 2009 degli esperti, che avrebbe indotto molte persone a cambiare abitudini, ad esempio tornando a dormire in casa. Per quanto tempo è ragionevole pensare che questo effetto di rassicurazione, in mancanza di una scossa, sarebbe potuto durare? Una settimana? Un mese? Questi sembrano periodi ragionevoli, ed il secondo pare francamente già eccessivo. Orbene, la domanda che dobbiamo porci – al fine di valutare la “eccezionalità” o meno della causa sopravvenuta - è perciò la seguente: quante probabilità vi erano, il 31 marzo 2009, che nella settimana o nel mese successivo si verificasse a L’Aquila un sisma grave come quello che purtroppo intervenne il 6 aprile? Non occorre essere grandi esperti di statistica per immaginare che queste probabilità fossero estremamente basse, e che pertanto la valutazione circa la eccezionalità o meno della causa sopravvenuta avrebbe dovuto essere, da parte del Tribunale, ben altrimenti approfondita. Del resto, lo stesso Tribunale riconosce correttamente, in altra parte della motivazione (pp. 218-219) che - pur accogliendo la (come abbiamo visto assai discussa) teoria dei cd. “fenomeni precursori” - “le attuali conoscenze scientifiche non permettono una previsione deterministica dei terremoti”, potendosi effettuare “al massimo previsioni probabilistiche … distribuite nell’arco di un certo numero di anni o decenni, caratterizzate da un tasso di incertezza talmente ampio … da non poter essere utilizzate per dare allarmi”. In conclusione su questo punto, una analisi obiettiva dei fatti porta a nostro avviso a ritenere che – anche ammettendo il comportamento colposo degli imputati e la sua efficacia causale rispetto alla morte delle vittime – il nesso causale si sia interrotto per effetto del verificarsi, assolutamente imprevedibile nei termini spaziali e temporali rilevanti nell’ambito dell’effetto rassicurante prodotto dagli esperti, della scossa del 6 aprile.

Insomma, vi è una differenza abissale, della quale il Tribunale non ha tenuto conto perciò emettendo un erroneo giudizio di “prevedibilità” dell’evento, fra la probabilità che un forte terremoto si verifichi in qualche parte del mondo in qualche momento e quella che esso si verifichi in un luogo preciso nell’ambito di un brevissimo periodo. Questo genere di errore di ragionamento è ben noto alla scienza. Ricorda ad esempio il Premio Nobel per la Fisica R.P. Feynman che “non ha senso calcolare la probabilità di un evento dopo che è già avvenuto” (Il senso delle cose, Adelphi, 1989, pp. 86-87.). Il concetto è ulteriormente approfondito – anche con istruttivi esempi - dal fisico L. Mlodinow (La passeggiata dell’ubriaco. Le leggi scientifiche del caso, Rizzoli, 2009, pp. 209 ss.).

Come si vede, le questioni affrontate nella sentenza aquilana sono di enorme importanza giuridica e scientifica, oltre che di drammatica rilevanza sociale per la gravità dell’accaduto. La riflessione dovrà perciò essere approfondita, anche in vista dei futuri gradi di giudizio. Vi è da augurarsi che, nel frattempo, si accresca anche il grado di consapevolezza circa l’importanza della adozione di criteri antisismici nelle costruzioni: la sola vera difesa verso i (purtroppo imprevedibili) terremoti.