REATI TRIBUTARI e SEQUESTRO PREVENTIVO

Confisca ex D. Lgs. n. 231/2001 e reati tributari: carenze legislative ed interpretazione giurisprudenziale

| 12 Luglio 2013

Corte di Cassazione, Sezione 3 penale, Sentenza 10 gennaio 2013, n. 1256
REATI TRIBUTARI - CONFISCA PER EQUIVALENTE - SEQUESTRO PREVENTIVO - REATO COMMESSO NELL'INTERESSE DI UNA SOCIETÀ DA SOGGETTO CHE ABBIA AGITO IN NOME DELL'ENTE - AGGREDIBILITÀ DEI BENI DELLA SOCIETÀ - ESCLUSIONE - LIMITI.

Il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, previsto dall’articolo19, comma 2°, del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231, non può essere disposto sui beni appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, atteso che gli articoli 24 e seguenti del citato decreto non prevedono i reati

fiscali tra i reati “presupposto” che possono dare luogo a responsabilità dell’ente da reato e, quindi, in grado di giustificare l’adozione del provvedimento; ciò salva solo l’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un “apparato fittizio” utilizzato dal reo per commettere gli illeciti: in tal caso, infatti, il reato non risulterebbe commesso nell’interesse o vantaggio dell’ente, ma a diretto vantaggio del reo, sia pure attraverso lo “schermo” dell’ente, onde ogni cosa fittiziamente intestata alla società sarebbe aggredibile perché immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato.

Numerose, recenti, pronunce giurisprudenziali hanno affrontato il tema della confisca per equivalente dei beni sociali, nel caso della commissione di reati tributari, ex D. Lgs., n. 74/2000, commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica.

Nel nostro ordinamento, sono due i casi in cui un siffatto tipo di confisca può operare: quello disciplinato dall’art. 19, D. Lgs., n. 231/2001 e quello che si concretizza in tutti quei casi in cui si tratta di società fittizie create ad hoc per la commissione del reato (c.d. cartiere).

Al riguardo è intervenuta una pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, la sentenza n. 1256 del 2013.

Nel caso di specie, il G.I.P. presso il Tribunale di Milano aveva disposto il sequestro preventivo dei beni appartenenti alla società.

L’assunto da cui muove il Giudice milanese è riconducibile alla disposizione di legge ex art. 1, comma 143, L. n. 244/2007, che ha esteso la possibilità di disporre la confisca per equivalente anche nel caso di compimento di reati di cui al D. Lgs., n. 74/2000.

Una siffatta impostazione crea evidenti problemi, visto che i reati tributari di cui al decreto legislativo in oggetto, non sono inseriti tra i reati presupposto, il compimento dei quali porta all’applicazione della normativa ex D. Lgs., n. 231/2001.


Ed invero, tale decisione veniva riformata dal Tribunale del Riesame del capoluogo lombardo che da un lato, rilevava l’impossibilità di ricondurre la disposizione di cui all’art. 322 ter, c.p. alla disciplina ex D. Lgs., n. 231/2001; dall’altro riteneva insussistente il presupposto della disponibilità di beni sociali in capo all’autore del reato.

Ricostruzione che è stata confermata anche dalla Corte di Cassazione.

La Suprema Corte ha, infatti, negato la possibilità di estendere la disciplina ex art. 19, D. Lgs., n. 231/2001, precisando che “non è invece assolutamente condivisibile l’affermazione del pubblico ministero ricorrente circa la possibilità di sottoporre a confisca per equivalente beni appartenenti a persone giuridiche alle quali sono imputati i fatti costituenti reati tributari posti in essere dai, e ascrivibili ai suoi rappresentanti, ossia a coloro che agiscono nell’ambito dei poteri e con le facoltà conferite loro dall’ente stesso” (Cass. Pen., Sez. III, 19 settembre 2012, n. 1256).

Dei rapporti tra reati tributari e D. Lgs., n. 231/2001 è tornata ad occuparsi in una recentissima sentenza la Corte di Cassazione.

Con tale decisione - la n. 24841, depositata il 6 giugno 2013 -, la Suprema Corte ha riconosciuto la confiscabilità dei beni della società nel caso in cui il reato tributario sia qualificabile come reato fine di un’associazione criminosa.

Il riferimento è all’art. 24 ter, del D. Lgs., n. 231/2001, laddove si punisce la società, per i vantaggi conseguiti dalle condotte illecite realizzate in relazione alla commissione dei delitti di associazione a delinquere.


Rispetto alla pronuncia del Giudice di legittimità del giugno scorso, bisogna sin da subito evidenziare l’evidente disparità di trattamento.

In presenza, infatti, di analoghe condotte illecite, reati tributari di cui al D. Lgs., n. 74/2000, i beni sociali potranno essere aggrediti solo se il reato fiscale sia individuabile quale reato fine di una associazione criminosa.

Al riguardo la Cassazione ha chiarito che “il profitto del reato di associazione per delinquere sequestrabile ai fini della successiva confisca per equivalente, è costituito dal complesso dei vantaggi direttamente conseguenti dall’insieme dei reati fine, dai quali è del tutto autonomo e la cui esecuzione è agevolata dall’esistenza di una stabile struttura organizzativa e dal comune progetto delinquenziale” (Cass. Pen., Sez. III, 6 giugno 2013, n. 24841).

Le conseguenze derivanti da una siffatta interpretazione giurisprudenziale si ripercuotono anche su un altro tema estremamente significativo in materia di D. Lgs., n. 231/2001.


Si fa riferimento ai modelli di controllo e gestione che, ai sensi dell’art. 6 del decreto legislativo in oggetto, hanno il potere, qualora efficacemente attuati, di scriminare la posizione della persona giuridica.

Il problema si porrà soprattutto nell’integrare tale impostazione con la redazione dei modelli in esame.

Solitamente, infatti, tale modello è realizzato con riferimento a quelli che sono i reati che potranno vedere coinvolto l’ente. A questa conclusione si giunge in seguito ad un’attenta analisi che prende in considerazione una pluralità di fattori tra cui, a puro titolo esemplificativo, possiamo elencare: esame dell’attività tipica dell’ente, eventuali rapporti tra lo stesso e la P.A., analisi dei rischi in materia di salute e sicurezza sul lavoro, ecc.

Risulta evidente di come una attività simile potrà svolgersi positivamente e proficuamente, solo se la lista dei reati presupposto sarà una lista chiusa, definita dal legislatore e modificabile esclusivamente dallo stesso.

Molto più arduo diventa il compito, qualora nella redazione del modello si dovranno prendere in considerazione tutti i reati fine che potranno essere realizzati da un’associazione criminosa.

Così, infatti, si estende in modo del tutto incontrollabile, specie in via preventiva, il novero dei reati da cui può sorgere una responsabilità dell’ente giuridico ex D. Lgs., n. 231/2001.

Una soluzione potrebbe sicuramente essere quella di introdurre nell’elenco dei reati presupposto i reati fiscali.


Di certo è avviso dello scrivente che fattispecie di questo tipo debbano essere analiticamente disciplinate dal legislatore, soprattutto al fine di evitare problemi sotto il profilo del principio di tassatività - corollario dei principi di legalità e irretroattività ex art. 25, 1° e 2° comma, della Costituzione - che impone al Legislatore di delineare con sufficiente precisione i fatti costituenti reato, in modo da dare ai consociati la possibilità di avere una conoscenza chiara e certa di cosa sia penalmente rilevante e cosa non lo sia.

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