Bancarotta fraudolenta

Bancarotta fraudolenta e gruppi d’imprese

| 21 Novembre 2013

Lo sviluppo economico ed il mutamento del quadro sociale in cui la Legge fallimentare opera all’interno del nostro ordinamento, ha portato gli interpreti a doversi confrontare con fattispecie concrete non disciplinate in alcun modo dalle norme in esame.

Rispetto a tali problematiche, da un lato è stato il Legislatore ad intervenire in via integrativa sulla legislazione vigente (basti pensare alla modifica del 2002, degli artt. 223 e segg., c.d. bancarotta impropria).

Dall’altro, invece, ci troviamo di fronte ad un vuoto legislativo che solo in parte è stato colmato dall’interpretazione giurisprudenziale e dottrinale.

Per esempio, un tema a lungo affrontato sia dalla Dottrina che dalla Giurisprudenza, inerisce le condotte che appaiono, prima facie, come condotte distrattive e perciò tali da configurare il reato ex art. 216, L.F., quando realizzate nell’ambito di gruppi di imprese.

Bisogna innanzi tutto premettere che manca, all’interno del Codice Civile, una specifica disciplina dei gruppi d’imprese. Riferimenti normativi definitori dei gruppi possono essere rinvenuti esclusivamente con riferimento a normative settoriali (è il caso, ad esempio, dell’art. 60, T.U.B. o dell’art. 11 T.U.F.).

Due, unici, riferimenti codicistici rilevanti in materia di gruppi d’imprese, riguardano i cc.dd. interessi compensativi.

Il primo, l’art. 2497, 1° comma, cod. civ. (riformato dal D. Lgs., n. 6 del 2003), stabilisce, dopo aver descritto la responsabilità delle società o degli enti che esercitando attività di direzione e coordinamento di società arrecano un danno ai creditori, che “non vi è responsabilità quando il danno risulta mancante alla luce del risultato complessivo dell’attività di direzione e coordinamento ovvero integralmente eliminato anche a seguito di operazione a ciò dirette”.

Il secondo, il 3° comma dell’art. 2634, cod. civ. (così come riformato dal D. Lgs., n. 61 del 2002), in materia di infedeltà patrimoniale, stabilisce che “in ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo”.

A differenza della disciplina ex art. 2496, cod. civ., in questo caso il vantaggio compensativo è idoneo a scriminare la condotta degli amministratori, altrimenti penalmente sanzionata.

Inevitabile dunque che tale materia divenisse oggetto di discussione con riferimento alle fattispecie di bancarotta fraudolenta, con particolare riferimento alla bancarotta c.d. impropria, ex art. 223, L.F..

Preliminarmente va sottolineato che nessuna norma della Legge Fallimentare fa riferimento ai vantaggi compensativi o comunque ai gruppi di imprese.


Ci si deve rifare esclusivamente all’interpretazione giurisprudenziale fornita dalla Suprema Corte di Cassazione.

In un primo tempo, prima delle citate riforme del 2002 e del 2003, i Giudici di piazza Cavour si sono assestati su una posizione di netta chiusura.


Su tutte, basti citare la sentenza n. 13169 del 2001: “in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, il concetto di gruppo di società, ovvero ‘holding’, ha solo valenza finanziaria e programmatica, ma lascia intatta la distinzione giuridico – patrimoniale tra le diverse società. Pertanto la destinazione di risorse da una società all’altra, sia pur collegata, integra perfettamente la violazione del vincolo patrimoniale nei confronti dello scopo strettamente sociale e configura la condotta del delitto sopra menzionato”.

Una siffatta impostazione è andata via via modificandosi sino ad arrivare, anche grazie alle citate riforme e visto l’aumento del fenomeno dei gruppi di società nella realtà economica nazionale, alle prime aperture da parte della giurisprudenza di legittimità.

E’ il caso della pronuncia della Cassazione n. 10688 del 2004, con cui i Giudici di legittimità, pur non escludendo la penale responsabilità degli imputati, realizzano una prima apertura chiarendo che “in caso di distrazione di beni sociali in favore di altra società appartenente al medesimo soggetto, la configurabilità, qualora intervenga il fallimento, del reato di cui al combinato disposto degli art. 223 comma 2 n. 1 l. fall. e 2634 c.c., non può essere esclusa, ai sensi del comma 3 del citato art. 2634 (secondo cui 'in ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall'appartenenza al gruppo'), per il solo fatto che il soggetto abbia il controllo di entrambe le società, occorrendo invece che egli abbia svolto una vera e propria funzione imprenditoriale di indirizzo e coordinamento delle società controllate (cosiddetto 'holding pura'), eventualmente anche accompagnata da attività ausiliaria o finanziaria (cosiddetto 'holding operativa') dotandosi, a tal fine, di apposita, idonea organizzazione, con correlativa assunzione di responsabilità ai sensi dell'art. 2497 c.c.”.

Si deve però sottolineare come, l’imputazione oggetto della citata pronuncia non facesse riferimento ad una fattispecie di bancarotta, ma bensì a quella ex art. 2634, cod. civ. (infedeltà patrimoniale).

Bisogna attendere ancora due anni per una decisione in materia di gruppi d’imprese e vantaggi compensativi con riferimento ai reati di bancarotta.


In quest’ottica possiamo, infatti, collocare la sentenza della Cassazione n. 36764 del 2006 che ha, in modo più chiaro ed approfondito, analizzato la tematica degli interessi compensativi nei gruppi d’imprese con riferimento ai reati di bancarotta fraudolenta impropria.

In particolare la citata sentenza ha cercato di fare la summa delle precedenti pronunce sul tema, chiarendo che “non è sufficiente, al fine di escludere la riconducibilità di un’operazione di diminuzione patrimoniale senza apparente corrispettivo ai fatti di distrazione o dissipazione incriminabili, la mera ipotesi della sussistenza di vantaggi compensativi, ma occorre che gli ipotizzati benefici indiretti della fallita risultassero non solo effettivamente connessi ad un vantaggio complessivo del gruppo ma altresì idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi dell’operazione compiuta: in guisa tale da non renderla incapace d’incidere (perlomeno nella ragionevole previsione dell’agente) sulle ragioni dei creditori della società” (Cass. Pen., 24 maggio 2006, n. 36764).

Da quanto scritto sino ad ora non si può certo dire che la Giurisprudenza non abbia ricostruito un quadro completo della fattispecie in esame. Eppure a tali slanci interpretativi, non è corrisposta un’applicazione altrettanto risoluta ai casi di specie.

Non risultano infatti allo scrivente decisioni, perlomeno dei Giudici di legittimità, che abbiano assolto dall’accusa di bancarotta fraudolenta, applicando i principi sovra enunciati in materia di gruppi di imprese.

Sembra che la Cassazione, non potendo più ignorare la questione, l’abbia affrontata dal punto di vista meramente interpretativo, senza compiere quel passaggio ulteriore che porta ad un applicazione più stringente della disciplina in oggetto alle fattispecie concrete.

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