IUS IN FIERI

Responsabilita' della struttura ospedaliera per trasfusioni di sangue infetto

| 09 Aprile 2013

Corte d'Appello di Milano, sentenza n.2229 del 15.05.2012

Con la sentenza n. 2229 del 15 maggio 2012, d’Appello di Milano - II Sezione Civile – ha riconosciuto la responsabilità della struttura ospedaliera per un caso di contagio da sangue infetto verificatosi nel 1988.

La questione riguardava un paziente che assumeva di aver contratto il virus dell’epatite C (HCV) a seguito di una trasfusione di sangue effettuata nel novembre 1988, presso una struttura ospedaliera milanese nella la quale era stato ricoverato per una rettocolite ulcerosa.

L'epatite C veniva diagnosticata al paziente solo nel gennaio 1994 durante il ricovero effettuato presso altro ospedale milanese.

In primo grado

Della questione si occupava in prima facie il Tribunale di Milano che, con sentenza n. 1068 del 25 gennaio 2008, respingeva la richiesta risarcitoria avanzata dal paziente nei confronti della struttura ospedaliera.

Invero, in primis, il Tribunale riteneva che il nesso causale tra le trasfusioni e la patologia HCV correlata, anche sulle base delle considerazioni e dei rilievi effettuati dal CTU, era da ritenersi solo probabile o verosimile ma non certo, conseguentemente riteneva che, laddove non fosse possibile accertare in termini di certezza o quasi certezza (entro comunque i limiti dell’elevato grado di credibilità razionale), l'indefettibile requisito del nesso causale, le domande svolte dal danneggiato nei confronti della struttura ospedaliera dovevano essere respinte. Le incertezze in ordine alla sussistenza dell'esistenza stessa del nesso di causa non potevano risolversi, infatti, secondo il Giudice di prime cure, in danno dell'evento o del “più probabile che non“, ovvero era necessario che non vi fossero, già in astratto, carenze sulla regolarità causale dell'evento.

Secondo il Tribunale, per altro, nessuna responsabilità era imputabile alla struttura ospedaliera in quanto nel 1988 il virus HCV non era noto e non era, pertanto, possibile materialmente rilevarne l’esistenza. Parimenti nessun profilo di colpa poteva rilevarsi a carico della struttura ospedaliera in quanto: “nessun obbligo di controllo, direttiva e vigilanza in materia di sangue umano grava sulla struttura ospedaliera attenendo quei doveri esclusivamente a interventi pubblici di natura prettamente programmatica e di coordinamento delle linee generali del sistema sanitario nazionale, doveri che gravano esclusivamente su quegli enti (nella specie il ministero della Salute) preposti al controllo e alla tutela della sanità pubblica per mezzo di atti programmatici di natura politico-amministrativa”.

La sentenza veniva impugnata dal danneggiato.

Il giudizio in Appello

La Corte di Appello di Milano, nella sentenza qui commentata, ha, al contrario del Giudice di primo grado, affermato la responsabilità della struttura ospedaliera per il contagio da HCV cagionato al paziente ed ha condannato la stessa al risarcimento dei danni.

Il Giudice di Appello ha censurato la sentenza nella parte in cui non aveva riconosciuto il nesso causale tra le trasfusioni effettuate nel 1988 dal danneggiato e la patologia HCV correlata dallo stesso contratta.

Nel ribadire che i principi che regolano la causalità anche in sede civile sono quelli dettati dagli artt. 40 e 41 del c.p., ha ricordato come un soggetto possa essere ritenuto responsabile esclusivamente “delle conseguenze della sua condotta attiva od omissiva, che appaiano sufficientemente prevedibili al momento nel quale ha agito…. In altri termini ciò che rileva è che l’evento sia prevedibile come conseguenza della condotta, non da parte dell’agente, ma come applicazione di regole statistiche e scientifiche”. Conseguentemente la prova del nesso causale, nel processo civile, per di Appello non richiede la certezza, come nel processo penale, ma esclusivamente la verosimiglianza, secondo la regola del “più probabile che non”.

I Giudici hanno ritenuto, sulla base di dati scientifici certi, che nei soggetti non tossicodipendenti (come l’appellante) “la somministrazione di sangue e di emoderivati resta il veicolo più comune di trasmissione virale negli anni 70-80”, pur essendosi in passato il danneggiato sottoposto a numerose cure mediche, potenzialmente idonee a trasmettere l’infezione e pur non escludendo la infezione nosocomiale.

Invero, secondo “l’ipotesi della trasmissione attraverso la trasfusione appare essere, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e delle verifiche statistiche, il più probabile veicolo di contagio” e “la prova della sussistenza del nesso causale tra la condotta (trasfusione) e l’evento dannoso (contagio)…. appare pienamente integrata, in quanto l’evento appariva pienamente prevedibile”.

La sentenza di primo grado è stata censurata anche nella parte in cui non ravvisava alcun profilo di colpa ex art. 1176, comma 2 c.c. in capo alla struttura ospedaliera.

La Corte ha ritenuto, infatti, di nessun rilievo il fatto che fino al 1988 non fosse stato individuato il markers dell’epatite C, in quanto all’epoca potevano essere comunque eseguiti altri accertamenti sul sangue trasfuso.

Invero, se nel 1988 era scientificamente impossibile sapere se una sacca di sangue fosse contaminate dall’HCV, già si conosceva l’alta percentuale di epatiti post-trasfusionali causate dall’epatite Non A Non B, ovvero dal virus qualificato poi come HCV. Il fatto di non conoscere tale virus non giustifica affatto l’omissione di tutte quelle misure che, al fine di evitare infezioni, consentivano già allora di scegliere il donatore in modo accurato scartando, ad esempio, i soggetti che anamnesticamente e clinicamente potevano essere considerati a rischio.

Del resto, già da tempo “il Ministero aveva emanato due circolari nel 1970 ( n. 75) e nel 1974( n. 103) sulla profilassi dell'epatite e sulla ricerca dell’Antigene Australia che si aggiungevano alla Circolare del 28 marzo 1966, diretta ai medici provinciali con la quale il Ministero imponeva l'obbligo della determinazione sistemica periodica delle transaminasi nei donatori di sangue in quanto, come detto, l'alterazione dei valori delle stesse era indice di probabili infezioni; il D.M. del 18 giugno 1971 per la selezione del donatore e quello 15 settembre 1971 che imponeva rigorosi limiti all’importazione ed esportazione del sangue umano e dei suoi derivati”. Pertanto, già in tale data, il sangue doveva provenire da donatore scelto non solo sulla base di una anamnesi approfondita in relazione ai fattori di rischio, ma anche sulla base di analisi volte alla ricerca di 'spie' di un possibile danno epatico, quali, ad esempio, alterati valori delle transaminasi, indagini certamente possibili in qualunque laboratorio. Vi era, quindi, all’epoca dei fatti, la necessità per coloro che si occupavano professionalmente di emotrasfusioni di provvedere ad una anamnesi accurata dei donatori e di escludere dalla donazione i soggetti con transaminasi alterate.

L'Ospedale milanese, secondo la Corte, pur avendo tale onere (Cassazione Civile Sezione Unite 577/2008) non si è attenuto alla suddetta regola di condotta e, conseguentemente, non ha adempiuto al proprio obbligo contrattuale.

Pertanto, nel caso di specie, la Corte di Appello ha riconosciuto la mancanza di diligenza del personale sanitario per contagio da trasfusioni ante 1990, in quanto indipendentemente dalla specifica conoscenza (sulla base dei dati scientifici dell’epoca) del virus HCV, ben poteva, detto personale, sulla base di più datati parametri scientifici, rilevare la non idoneità del sangue ad essere oggetto di trasfusione (in tal senso anche Cass. Civ sentenza n. 15453/2011 e sentenza del Tribunale di Venezia, Giudice Corder, n. 59/2006).

Di seguito due massime tratte dal pronunciamento in Appello in commento e disponibile in versione integrale in Lex 24; non sei ancora abbonato a Lex 24? scopri come farlo cliccando qui!

Sanita'- Danno da trasfusione di sangue infetto- Responsabilità della struttura ospedaliera – Nesso causale – Prevedibilità dell’evento- Verosimiglianza – Conseguenze – Accoglimento della domanda del paziente – Sussistenza.

La struttura ospedaliera è responsabile delle conseguenze della sua condotta, attiva od omissiva, che appaiano sufficientemente prevedibili al momento nel quale ha agito, escludendosi in tal modo la responsabilità per tutte le conseguenze assolutamente atipiche o imprevedibili, secondo un giudizio di adeguatezza, con valutazione ex ante.

La prova della sussistenza del nesso causale tra la condotta (trasfusione) e l’evento dannoso (contagio) è basata sulla regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”.

Sanita' – Danno da trasfusione di sangue infetto - Verifiche sul sangue umano- Screening e controllo dei donatori di sangue – Obbligo di controllo della struttura ospedaliera - Sussistenza.

Rientra negli obblighi legali ed istituzionali di un Ospedale procedere ad una raccolta di sangue che non comporti rischi di infezioni per il paziente e quindi attenersi a quelle linee guida individuate dalla Comunità scientifica per escludere soggetti con alterazioni sierologiche o con eventi infettivi in atto o pregressi.

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