Direttiva PIF: società responsabili ex D. Lgs. 231/2001 nell'ipotesi di Frodi IVA perpetrate nel loro interesse o vantaggio

| 05/07/2019 13:25


a cura di Fabrizio Ventimiglia, Studio Legale Ventimiglia

Il 6 luglio p.v. scadrà il termine per il recepimento della Direttiva 2017/1371 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 luglio 2017, in materia di tutela penale degli interessi finanziari dell'Unione europea (c.d. Direttiva PIF).

La Direttiva citata impone agli Stati membri di introdurre forme di responsabilità giuridica a carico degli Enti con riferimento "ai casi di reati gravi contro il sistema comune dell'IVA", laddove il concetto di "gravità" è definito avendo riguardo al carattere transfrontaliero delle condotte illecite e all'elevato ammontare del pregiudizio arrecato agli interessi finanziari dell'UE ("danno complessivo pari ad almeno 10.000.000,00 di Euro").

In Italia, l'attuazione della "Direttiva PIF" avrà l'effetto di estendere il catalogo dei reati presupposto della responsabilità "amministrativa" degli Enti ex D. Lgs. 231/2001 anche alle frodi IVA.

Un intervento "obbligato" – peraltro non nuovo posto che già nell'ambito del d.d.l. relativo al c.d. "decreto spazza corrotti" si era già ipotizzato l'inserimento, nel D. Lgs. 231/2001, di un nuovo art. 25-terdecies che includesse i reati tributari di cui al D. Lgs. 74/2000 – e destinato, verosimilmente, a riaprire il dibattito sull'opportunità di ricondurre l'intero settore penal-tributario nell'area degli illeciti idonei a determinare la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

Sul punto, peraltro, il disegno di legge che delega il Governo al recepimento della Direttiva UE 2017/1371, che sarà esaminato nei prossimi giorni in Senato, non prende posizione, rimettendosi – come sottolineato dalla stessa relazione di accompagnamento – alle valutazioni del Ministero della Giustizia.

Si tratta di una riforma che se da una parte avrebbe l'effetto di risolvere una delle più risalenti contraddizioni della disciplina ex D. Lgs. 231/2001, dall'altra rischia di alimentare la disputa dottrinale e giurisprudenziale sull'ammissibilità del doppio binario sanzionatorio.

Come noto, infatti, già l'art. 7, D. Lgs. 269/2003, convertito in L. n. 326/2003, stabilisce l'irrogazione in capo all'Ente di sanzioni amministrative a fronte dell'illecito fiscale di un proprio dipendente, rappresentante o amministratore. Si realizzerebbe, pertanto, un cumulo tra queste sanzioni e quelle comminate ai sensi del D. Lgs. 231/2001.

Va, tuttavia, rilevato, come tale ampliamento del catalogo dei reati presupposto potrebbe costituire un argine contro l'orientamento di parte della giurisprudenza che talvolta, in via estensiva, ha dato rilevanza – sotto il profilo del titolo di responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D. Lgs. n. 231/2001 – ai reati tributari in ipotesi di contestazione quali reati fine del delitto di associazione per delinquere, ovvero come reati presupposto dell'autoriciclaggio.

Non meno rilevante l'impatto che tale intervento potrebbe avere sui modelli organizzativi. È evidente, infatti, come tale riforma imporrebbe alle Società di aggiornare il proprio assetto organizzativo, identificando tutti i rischi fiscali connessi alla propria attività (e quindi non solo quelli legati all'eventualità – piuttosto remota per le imprese medio piccole – di "gravi" frodi IVA) e ad analizzarli e approfondirli al fine di predisporre adeguati sistemi di gestione volti a minimizzare, se non azzerare, tutte quelle situazioni che potrebbero condurre alla concretizzazione del rischio fiscale.

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