ONERE PROBATORIO

Garanzia per i vizi della cosa venduta e ripartizione dell'onere probatorio

| 29/07/2019 07:52

Garanzia per i vizi della cosa venduta e atti interruttivi della prescrizione delle azioni edilizie

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Con la sentenza n. 11748 pubblicata in data 3 maggio 2019 le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione si sono pronunciate - su ‘sollecitazione' della Seconda Sezione - in relazione alla vexata quaestio vertente in materia di compravendita «se il principio di diritto affermato dalle Sezioni unite con la sentenza n. 13533 del 2001 sia applicabile in tema di garanzia per vizi della cosa venduta … o se la configurazione dei rimedi, quale emerge dall'esame della giurisprudenza, giustifichi una soluzione diversa» (ordinanza interlocutoria n. 23015 del 26 settembre 2018).

Tra le obbligazioni del venditore rientra quella di «garantire il compratore … dai vizi della cosa» (articolo 1476, n. 3, cod. civ.) ovvero che la cosa non sia affetta dai c.d. vizi redibitori (id est, «vizi che la rendano inidonea all'uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore» - articolo 1490, primo comma, cod. civ.).

Sul piano rimediale e per l'ipotesi in cui la cosa venduta risulti affetta dai detti vizi la disciplina codicistica accorda al compratore la possibilità di agire, nel rispetto del duplice termine - decadenziale e prescrizionale - fissato ex lege, con le c.d. azioni edilizie previste dall'articolo 1492 cod. civ. (id est, l'azione di risoluzione del contratto e l'azione di riduzione del prezzo), nonché di domandare il risarcimento dei danni. Particolarmente controversa in giurisprudenza è risultata, con riferimento all'ipotesi in cui il compratore agisca in via giudiziale, la ripartizione dell'onere probatorio.

Il fatto ‘genetico' della responsabilità da inadempimento si atteggia diversamente a seconda del soggetto onerato di fornirne la relativa prova: è negativo ove della prova sia onerato il soggetto attivo del rapporto obbligatorio, rectius il creditore; è positivo ove della prova sia onerato il soggetto passivo del rapporto obbligatorio, rectius il debitore.

In termini generali, nella responsabilità contrattuale da inadempimento il referente normativo è costituito dall'articolo 1218 cod. civ., ai sensi del quale l'onere gravante sul debitore è ‘splittato' nella duplice prova della impossibilità della prestazione con l'indicazione della specifica causa dalla quale è stata determinata e della non imputabilità di quella specifica causa in quanto connotata da imprevedibilità o inevitabilità.

All'articolo 1218 deve essere affiancato l'articolo 2697, il quale, sotto la rubrica "Onere della prova", stabilisce che «[c]hi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento».

In tema di riparto dell'onere probatorio vige una regula iuris elaborata nell'anno 2001 dal Supremo Consesso della nomofilachia e divenuta ius receptum, valevole in maniera univoca a prescindere dal differente rimedio opzionato per reagire all'inadempimento (id est, domanda di esatto adempimento, domanda di risoluzione per inadempimento e domanda autonoma di risarcimento del danno): «In tema di prova dell'inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l'adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell'onere della prova del fatto estintivo dell'altrui pretesa, costituito dall'avvenuto adempimento, ed eguale criterio di riparto dell'onere della prova deve ritenersi applicabile al caso in cui il debitore convenuto per l'adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno si avvalga dell'eccezione di inadempimento ex art. 1460 (risultando, in tal caso, invertiti i ruoli delle parti in lite, poiché il debitore eccipiente si limiterà ad allegare l'altrui inadempimento, ed il creditore agente dovrà dimostrare il proprio adempimento, ovvero la non ancora intervenuta scadenza dell'obbligazione). Anche nel caso in cui sia dedotto non l'inadempimento dell'obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, al creditore istante sarà sufficiente la mera allegazione dell'inesattezza dell'adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell'obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul debitore l'onere di dimostrare l'avvenuto, esatto adempimento» (Cass. civ., Sez. Un., sentenza n. 13533 del 30 ottobre 2001, massima rv. 549956-01).

La suddetta regola è stata elaborata in applicazione del principio della presunzione di persistenza del diritto, nonché del principio di riferibilità o vicinanza della prova: in virtù del primo, desumibile dall'articolo 2697 cod. civ., «una volta provata dal creditore l'esistenza di un diritto destinato ad essere soddisfatto entro un certo termine grava sul debitore l'onere di dimostrare l'esistenza del fatto estintivo, costituito dall'adempimento» (Cass. civ., Sez. Un. 13533/2001 cit.); in virtù del secondo, l'onere della prova deve essere posto a carico del soggetto «in possesso degli elementi utili per paralizzare la pretesa del creditore», ovvero del soggetto «nella cui sfera si è prodotto l'inadempimento» (Cass. civ., Sez. Un. 13533/2001 cit.).

La regula iuris elaborata dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione nell'anno 2001 si è, tuttavia, rivelata foriera di incertezze applicative con riferimento all'individuazione degli oneri di allegazione e probatori spettanti al compratore e al venditore.

Con precipuo riferimento alla materia della compravendita fino all'anno 2013 la giurisprudenza ha costantemente affermato che «l'onere della prova dei difetti, delle conseguenze dannose e del nesso causale fra gli uni e le altre fa carico al compratore, mentre la prova liberatoria della mancanza di colpa, incombente al venditore, rileva solo quando la controparte abbia preventivamente dimostrato la denunciata inadempienza» (Cass. civ., Sez. II, sentenza n. 18125 del 26 luglio 2013, massima rv. 627302 - 01).

Tale indirizzo è stato sovvertito nell'anno 2013 dalla Seconda Sezione civile della Corte di cassazione, la quale ha statuito che «è sufficiente che il compratore alleghi l'inesatto adempimento, ovvero denunci la presenza di vizi che rendano la cosa inidonea all'uso al quale è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, mentre è a carico del venditore, quale debitore di un'obbligazione di risultato ed in forza del principio della riferibilità o vicinanza della prova, l'onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni, di aver consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo ordinariamente prodotto, ovvero la regolarità del processo di fabbricazione o di realizzazione del bene; ne consegue che, ove detta prova sia stata fornita, spetta al compratore di dimostrare l'esistenza di un vizio o di un difetto intrinseco della cosa ascrivibile al venditore» (sentenza n. 20110 del 2 settembre 2013, massima rv. 627467 - 01).

In seguito, la Suprema Corte in alcune occasioni ha dato continuità all'orientamento inaugurato nel 2013 (ex multis Sez. II, sentenza n. 24731 del 2 dicembre 2016; Sez. III, ordinanza n. 21927 del 21 settembre 2017), in altre se ne è discostata (ex multis Sez. II, sentenza n. 3042 del 16 febbraio 2015; Sez. V, ordinanza n. 18497 del 26 luglio 2017).

Al fine della composizione del contrasto interpretativo rilevato dalla Seconda Sezione (cfr. ordinanza interlocutoria n. 23015 del 26 settembre 2018) le Sezioni Unite hanno in primis chiarito la natura dell'obbligazione gravante ex lege sul venditore di «garantire il compratore … dai vizi della cosa» (articolo 1476, n. 3, cod. civ.).

In disparte le questioni relative alla natura giuridica della responsabilità per inadempimento (id est, se configurabile come oggettiva, rilevando unicamente l'elemento materiale della non esecuzione della prestazione o come soggettiva, rilevando anche l'elemento della colpa, intesa come inosservanza della normale diligenza), nonché all'imputazione della responsabilità e alla correlativa prova liberatoria (id est, se sia sufficiente la dimostrazione della sussistenza del requisito della impossibilità della prestazione e della specifica causa non imputabile al debitore oppure se sia necessaria anche la dimostrazione della mancanza di colpa, rectius dell'adozione di un comportamento diligente), le Sezioni Unite hanno osservato che «[l]a consegna di una cosa viziata integra un inadempimento contrattuale, ossia una violazione della lex contractus», con l'ulteriore dirimente precisazione che «non tutte le violazioni della lex contractus realizzano ipotesi di inadempimento di obbligazioni».

In altri termini, «[l]a consegna della cosa viziata costituisce non inadempimento di una obbligazione (di consegna o di individuazione), ma la imperfetta attuazione del risultato traslativo promesso», imperfetta attuazione costituente il presupposto di una responsabilità che «prescinde da ogni giudizio di colpevolezza del venditore e si fonda soltanto sul dato obiettivo dell'esistenza dei vizi», traducendosi «nella soggezione del venditore all'esercizio dei due rimedi edilizi di cui può avvalersi il compratore, al quale è anche riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni, salvo che il venditore provi di aver senza colpa ignorato i vizi».

Ne discende, a parere del Supremo Consesso della nomofilachia, che «l'accentuata specialità delle azioni edilizie rispetto ai rimedi generali all'inadempimento costituiti dalla risoluzione e dal risarcimento del danno» comporta la sottrazione della disciplina di tali azioni «all'ambito concettuale dell'inadempimento delle obbligazioni».

Le Sezioni Unite hanno, quindi, risolto la questione del riparto dell'onere della prova tra compratore e venditore nelle azioni edilizie alla stregua del principio fissato dall'articolo 2697 cod. civ. («il diritto alla risoluzione o alla modificazione (quanto al prezzo) del contratto di compravendita, che vuol far valere il compratore che esperisca le azioni di cui all'articolo 1492 c.c. per essere garantito dal venditore per i vizi della cosa venduta - vale a dire, per l'imperfetta attuazione del risultato traslativo, anche in assenza di colpa del venditore - si fonda sul fatto della esistenza dei vizi; la prova di tale esistenza grava, pertanto, sul compratore») e conclusivamente enunciato il seguente principio di diritto: «In materia di garanzia per i vizi della cosa venduta di cui all'articolo 1490 c.c., il compratore che esercita le azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo di cui all'articolo 1492 c.c. è gravato dell'onere di offrire la prova dell'esistenza dei vizi».

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