Bancarotta

Le pene accessorie possono essere oggetto di rideterminazione discrezionale da parte del giudice dell'esecuzione

| 24/02/2020 14:02

NOTA A MARGINE DELLA SENTENZA Cass. pen., Sez. I, del 3 dicembre 2019 (dep. 27/01/2020), n. 3290

L'Osservatorio di Diritto Penale, diretto da Fabrizio Ventimiglia, avvocato Penalista e Presidente del Centro Studi Borgogna, mira, attraverso il contributo di tutti gli Operatori del diritto, ciascuno dal proprio angolo visuale, ad offrire un dibattito scientifico serio e ragionato, con l'obiettivo di apportare un contributo al fermento creativo che sta caratterizzando il diritto penale, oggi sempre più in fieri.

Con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione riconosce al giudice dell'esecuzione la libertà cognitiva di rideterminare la durata della pena accessoria ex art. 216, comma quarto, L. Fall., quando sia stata inflitta in misura pari a dieci anni e sia richiesto di adeguarla al nuovo testo della norma, riformulata a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 222 del 2018.

Questa in sintesi la vicenda processuale.

La Corte di appello di Milano, quale giudice dell'esecuzione, respingeva un'istanza volta ad ottenere la rideterminazione della durata della pena accessoria, inflitta ai sensi dell'art. 216, ultimo comma, L. Fall., nella misura minima e comunque non superiore ad anni due, dovendo essere parificata, secondo l'istante, alla sanzione principale comminata.

Il ricorrente, per tramite del suo difensore, proponeva ricorso per Cassazione, chiedendo l'annullamento dell'impugnata ordinanza per inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 133 c.p. in relazione alla commisurazione della pena accessoria. Secondo la difesa, infatti, in seguito alla pronuncia della Corte Costituzionale ed alla successiva interpretazione offerta dalle Sezioni Unite, la durata della pena accessoria di cui all'ultimo comma dell'art. 216 L. Fall. deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all'art. 133 c.p., così come per le altre pene accessorie per le quali la legge indica un termine di durata variabile.

La Corte, dopo un breve excursus in ordine agli orientamenti giurisprudenziali in tema di poteri di intervento del giudice dell'esecuzione sulle pene accessorie, rileva che debba essere oggetto di rivisitazione il principio statuito dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 6240/2014, secondo cui, in base al disposto dell'art. 183 disp. att. c.p.p., il giudice dell'esecuzione potrebbe intervenire sulle pene accessorie solamente ove ciò non richieda una valutazione discrezionale in ordine alla loro specie e durata.

L'assunto da cui partire per rivedere tale principio è offerto, secondo la Corte, dai vari arresti giurisprudenziali aventi ad oggetto l'impatto sui giudicati di condanna per illeciti riguardanti sostanze stupefacenti in seguito alle sentenze del Giudice delle Leggi che hanno dichiarato l'incostituzionalità delle disposizioni concernenti il trattamento sanzionatorio.

In particolare, deve essere tenuto in considerazione il principio affermato dalle Sezioni Unite nella sentenza Gatto (Cass. pen., Sez. Un., 29 maggio 2014, n. 42858), secondo cui "se dopo la formazione del giudicato di condanna intervenga la dichiarazione d'illegittimità del trattamento sanzionatorio, e il rapporto esecutivo non si è esaurito, il giudice dell'esecuzione deve rideterminare la pena in favore del condannato anche se la nuova decisione da assumere non sia a contenuto predeterminato, dovendo farsi riferimento a penetranti poteri di accertamento e di valutazione".

Orbene, sulla base di tale principio, nonché degli ulteriori arresti della giurisprudenza di legittimità che vanno nella medesima direzione, la Corte arriva ad affermare che debba essere consentito al giudice dell'esecuzione procedere alla nuova determinazione della pena accessoria di cui all'art. 216 L. Fall., a seguito della citata pronuncia della Corte Costituzionale che ha previsto una durata variabile di detta pena accessoria con il solo limite massimo di dieci anni.
La Suprema Corte perviene a tale conclusione attraverso un ragionamento deduttivo. Affermano, infatti, i giudici di legittimità che "se si ammette pacificamente la possibilità che il giudice dell'esecuzione intervenga per rimuovere la pena principale, ove la stessa sia stata inflitta in violazione dei parametri normativamente fissati, e se il profilo dell'illegalità del trattamento punitivo quanto alla sanzione principale debba essere oggetto di costante verifica in tutto il corso del procedimento, compreso il suo segmento esecutivo, poiché non sarebbe conforme ai valori costituzionali ammettere che la potestà punitiva dello Stato si esplichi in contrasto con le previsioni di legge, le medesime esigenze di salvaguardia dei diritti individuali e di adeguamento al sopravvenuto mutamento normativo o a declaratorie di incostituzionalità si pongono, quando il rapporto esecutivo non si sia già esaurito, anche in riferimento al profilo temporale delle pene accessorie, la cui applicazione e commisurazione rientra nelle facoltà conferite in via generale dall'art. 676 c.p.p. al giudice dell'esecuzione".

Il disposto dell'art. 183 disp. att. c.p.p., che circoscrive lo spazio di intervento del giudice dell'esecuzione ai soli casi che non richiedano l'esercizio di poteri deliberativi discrezionali, trova infatti il suo fondamento nella volontà di limitare gli effetti peggiorativi del carico sanzionatorio.

A contrario, si deve ritenere che quando l'adeguamento della sanzione già inflitta comporti effetti favorevoli per il condannato non possa esservi alcuna limitazione in ordine allo spazio di intervento del giudice dell'esecuzione, anche a fronte delle ampie facoltà conferite a quest'ultimo in via generale dall'art. 676 c.p.p.


GLI OSSERVATORI DI DIRITTO24
OSSERVATORIO DIRITTO PENALE, a cura di Fabrizio Ventimiglia


Vetrina