OSSERVATORIO COSTITUZIONALE

Inammissibile il referendum abrogativo per l'abolizione del proporzionale e il passaggio al maggioritario. Depositato il testo integrale della sentenza della Corte costituzionale

| 06/02/2020 17:03

L'osservatorio è curato per Diritto24 dal Prof. Davide De Lungo – Avv. Nicolle Purificati

Estremi della pronuncia: sentenza n. 10/2020

Tipologia di giudizio: giudizio sull'ammissibilità del referendum abrogativo

Presidente: Cartabia

Redattore: de Pretis

Camera di Consiglio: 15/01/2020

Decisione: 16/01/2020

Deposito: 31/01/2020

Oggetto del giudizio: ammissibilità della richiesta di referendum popolare abrogativo, promossa dai Consigli regionali delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto, sul quesito intitolato «Abolizione del metodo proporzionale nell'attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica», per l'abrogazione:

i) del Testo Unico delle leggi recanti norme per l'elezione della Camera dei Deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, nel testo risultante dalle modificazioni ed integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente ad alcune parti;

ii) del Decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, recante testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica, nel testo risultante dalle modificazioni ed integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente ad alcune parti;

iii) della Legge 27 maggio 2019, n.51, limitatamente ad alcune parti; iv) della Legge 3 novembre 2017, n. 165, limitatamente ad alcune parti.


La questione: 8 Consigli Regionali hanno richiesto il referendum popolare per abrogare ogni riferimento letterale ai collegi plurinomali contenuto all'interno delle leggi elettorali del Senato e della Camera, con l'obiettivo di eliminare la quota proporzionale e trasformare così il sistema elettorale, oggi "misto", in uno totalmente maggioritario a collegi uninominali. Consapevoli della necessità – in base alla giurisprudenza costituzionale ormai consolidata – di dover assicurare l'autoapplicatività della normativa di risulta, la quale esige la presenza di collegi elettorali già definiti, i Consigli regionali promotori hanno richiesto per via referendaria anche la parziale abrogazione della norma di delega recata dall'art. 3 della legge n. 51 del 2019: ciò al fine di rimodulare una delega già conferita a diverso scopo (dare attuazione alla riforma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari) e funzionalizzarla alla trasformazione in senso uninominale di tutti i collegi.


La decisione della Corte costituzionale: la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile il referendum nel suo complesso, in ragione del carattere eccessivamente manipolativo della richiesta relativa all'abrogazione parziale della norma di delega di cui all'art. 3 della legge n. 51 del 2019. Per giurisprudenza costituzionale costante, l'istituto referendario ha natura abrogativa, o come usa dire è strumento di "legislazione negativa"; sono pertanto inammissibili quei referendum che, consistendo in operazioni di manipolazione e ritaglio sulle parole tese a un consapevole stravolgimento dell'originaria ratio e struttura della disposizione, trasformino il referendum in un mezzo "surrettiziamente propositivo", cioè di "legislazione positiva".

In applicazione di questo orientamento, la Corte ha giudicato che la proposta referendaria alterava radicalmente – quindi, in misura eccessivamente manipolativa e dunque inammissibile – il senso e la portata della delega per renderla adattabile anche all'ipotesi di mutamento del sistema elettorale risultante dal referendum. Sarebbero stati infatti modificati tutti i "caratteri somatici" della delega originaria (oggetto, tempo, principi e criteri direttivi), al punto da dar vita a una nuova delega, aliena rispetto alla volontà storica e al perimetro oggettivo del testo vigente, potenzialmente destinata a un duplice esercizio (l'attuazione della riforma costituzionale sulla riduzione dei parlamentari e l'attuazione della legge elettorale risultante dal referendum).

La Corte, dato il rilievo assorbente del profilo d'inammissibilità relativo alla richiesta sulla delega, non si è soffermata sul tema dell'autoapplicatività. Resta così impregiudicata la seguente questione: ai fini dell'autoapplicabilità, può essere sufficiente che esista una delega al Governo "aperta" per la ridefinizione dei collegi? Cioè, una delega non scaduta, e vincolata a principi e criteri direttivi compatibili con la nuova formula elettorale? La risposta pare dover essere negativa. Secondo la ricostruzione prevalente, infatti, l'esercizio della delega è facoltativo, non obbligatorio per il Governo, che può discrezionalmente scegliere di non sfruttarla, e lasciarla scadere.

Quindi, pur dove ci fosse una delega aperta, l'autoapplicabilità della normativa elettorale che è fondamentale per la Corte non sarebbe affatto garantita, proprio perché la delega per il ridisegno dei collegi è a esercizio facoltativo, e non obbligatorio. La stessa Corte nella sentenza n. 26 del 1997 ha escluso che esista un qualunque obbligo di leale collaborazione del Parlamento (e a maggior ragione del Governo) per dar seguito o completare la deliberazione popolare.

L'unico contro-argomento che, a questo punto, si potrebbe far valere, è che la legge elettorale è una legge costituzionalmente necessaria: una legge, cioè, che in base alla Costituzione non può non esistere ed essere pienamente funzionante; se così è, allora, può ritenersi che sul legislatore parlamentare, o sul legislatore delegato, gravi un vero e proprio obbligo di provvedere di matrice costituzionale, a completare e rendere operativa la normativa elettorale.

Esito: inammissibilità


Principali precedenti e riferimenti giurisprudenziali: sentenze n. 5/1995, n. 26/1997, n. 13/1999, n. 1/2014.

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