licenziamento del dirigente

Impugnazione del licenziamento: termini di decadenza anche per il dirigente

| 10 novembre 2015


Con la recentissima sentenza n. 22627 del 5 novembre 2015 la Corte di Cassazione si è pronunciata in una questione ampiamente dibattuta e, precisamente, l'applicabilità anche nei confronti dei dirigenti del termine di impugnazione del licenziamento previsto dall'art. 32 della legge n. 183/2010, che ha modificato l'art. 6 della legge n. 604/1966.
In passato, infatti, la giurisprudenza aveva pacificamente escluso l'applicabilità ai dirigenti dell'art. 6 della legge n. 604/1966 – e, quindi, la sussistenza di un termine di decadenza per l'impugnazione del licenziamento - per effetto di quanto stabilito dal successivo art. 10, che prevedeva l'estensione della disciplina introdotta con la legge n. 604/1966 ai soli operai ed impiegati.
Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione ha richiamato le previsioni dell'art. 32, comma secondo, ricordando che "le disposizioni di cui all'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche a tutti i casi di invalidità del licenziamento".
Alla luce di quanto testualmente stabilito dall'art. 32, secondo comma, la Suprema Corte ha quindi affermato che "i suddetti termini di decadenza e di inefficacia dell'impugnazione, dunque, devono trovare applicazione quando si deduce l'invalidità del licenziamento, come nella specie prospettando la nullità in quanto discriminatorio, non assumendo rilievo la categoria legale di appartenenza del lavoratore".
Con la predetta statuizione sembra superata anche la questione relativa all'eventuale possibilità di applicare, o meno, il termine di impugnazione previsto dal citato art. 32 a seconda delle ragioni poste a fondamento dell'illegittimità del recesso, ovvero la nullità del licenziamento (con possibilità di reintegra nel posto di lavoro) o la mera "ingiustificatezza", con diritto alle indennità previste dalla contrattazione collettiva.
A questa decisione è pervenuta la Corte di Cassazione rilevando che "la ratio della disciplina introdotta dall'art. 6 della legge n. 604/1966, in combinato disposto con l'art. 32, comma 2, della legge n. 183 del 2010, si rinviene nell'esigenza di garantire la speditezza dei processi attraverso la previsione di termini di decadenza ed inefficacia in precedenza non previsti, in aderenza e non in contrasto con l'art. 111 Cost.. Il legislatore ha così operato, facendo riferimento ad un criterio oggettivo, un non irragionevole bilanciamento tra l'indispensabile esigenza di tutela della certezza delle situazioni giuridiche e il diritto di difesa del lavoratore".
La Corte di Cassazione non ha formulato alcuna considerazione in ordine all'abrogazione (implicita) dell'art. 10 della legge n. 604/1966, ma ha ricordato che "nel previgente quadro normativo, nel ricostruire l'ambito di non applicabilità della disciplina limitativa del potere di licenziamento di cui alla legge n. 604 del 1966 e alla legge n. 300 del 1970 aveva comunque escluso da tale ambito i c.d. pseudo-dirigenti, cioè quei lavoratori che seppure hanno di fatto il nome ed il trattamento dei dirigenti, per non rivestire nell'organizzazione aziendale un ruolo di incisività e rilevanza analogo a quelli dei c.d. dirigenti convenzionali, non sono classificabili come tali dalla contrattazione collettiva e tanto meno da un contratto individuale".
Con la suddetta pronuncia la Suprema Corte ha quindi confermato l'orientamento già formatosi nella giurisprudenza di merito, che aveva evidenziato come l'ampia portata dell'art. 32, comma secondo, con il suo generico riferimento all'invalidità del licenziamento, comprenda anche le ipotesi di nullità e/o ingiustificatezza del licenziamento del dirigente (in tal senso, Tribunale Milano, 9 luglio 2013).

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