Brexit, deflazione e bail-in: Serve un Piano di sicurezza finanziaria anche per la carità?

27/06/2016 14:07

di Angelo Paletta, docente di management


La Brexit sta causando una tempesta finanziaria sui mercati internazionali che può cagionare effetti domino a livello globale. L'onda lunga di tale crisi potrebbe impattare persino sulle finanze delle conferenze episcopali, delle diocesi, delle congregazioni religiose e di molte altre istituzioni cattoliche presenti sui territori, che operano la carità verso il prossimo (can. 114 § 2 CIC).

La Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano hanno tutti i mezzi necessari per gestire al meglio anche profonde crisi sistemiche. Una parte delle persone giuridiche canoniche pubbliche, invece, si potrebbe trovare sprovvista di adeguati strumenti di copertura e di protezione del patrimonio mobiliare. Queste risorse sono indispensabili sia per la missione di evangelizzazione, sia per accogliere ed assistere poveri, profughi ed emarginati, che con la nuova crisi potrebbero aumentare ulteriormente.

Peraltro, la stessa situazione di volatilità e di rischio di mercato si configura anche per la maggioranza delle istituzioni e delle imprese civili nonché per la quasi totalità dei risparmiatori. È evidente che si tratta di problemi emergenti con cui tutti devono iniziare a fare i conti.

In pochi giorni il mondo è cambiato e presenta assetti inediti. È significativo che una prima reazione degli operatori borsistici alla Brexit sia stata il trasferimento, in poche ore, di 380 miliardi di euro verso titoli governativi con tassi negativi. Questa notizia conferma il dato che sui mercati dei capitali internazionali gli impieghi della liquidità registrano una crescente deflazione, che appare sempre più strutturale.

La ricerca della sicurezza finanziaria è determinata da molti fattori. All'orizzonte, infatti, restano sempre le questioni dei titoli derivati tossici, del debito sovrano greco definito «insostenibile» dal FMI, dei debiti pubblici statali e dei connessi impegni sottoscritti con il Fiscal Compact, dei non-performing loans bancari.

Proprio a livello bancario, i maggiori rischi per le persone giuridiche canoniche pubbliche presenti nell'Unione Europea sono indiretti. Queste criticità derivano dal meccanismo di risoluzione denominato "bail-in". Sebbene gli istituti di credito operanti nei 27 Stati membri siano più solidi rispetto al passato, essi sono assoggettati alla Direttiva 2014/59/UE del 15 maggio 2014, anche denominata Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD). In Italia la direttiva comunitaria è stata recepita nel novembre 2015 ed il bail-in è entrato in vigore dal 1° gennaio 2016 (art. 106, co. 2, D.Lgs. n. 180/2015). Con tale disciplina, comunitaria e nazionale, gli attivi nei conti correnti sono stati sottoposti al rischio di controparte, implicante la probabilità che una banca vada in default e, seguendo la gerarchia dei crediti e dei depositi, non possa rimborsare ai propri correntisti il saldo disponibile (art. 48 Direttiva 2014/59/UE). La normativa stabilisce che «se, e soltanto se, la svalutazione totale delle azioni o degli altri titoli di proprietà, degli strumenti di capitale pertinenti e delle passività ammissibili effettuata […] è inferiore alla somma degli importi di cui all'articolo 47, paragrafo 3, lettere b) e d), le autorità svalutano nella misura necessaria il valore nominale o l'importo da pagare non corrisposto relativo alle restanti passibilità ammissibili conformemente alla gerarchia dei crediti nella procedura ordinaria di insolvenza, compresa la gerarchia dei depositi prevista dall'articolo 108, a norma dell'articolo 44, in concomitanza con la svalutazione effettuata a norma del presente paragrafo, fino al raggiungimento della somma degli importi di cui all'articolo 47, paragrafo 3, lettere b) e c)».

Questo dettato giuridico, di non immediata intellegibilità, sancisce che i correntisti siano inclusi nella procedura di risanamento subordinatamente agli azionisti, agli obbligazionisti junior e a quelli senior.

Per salvaguardare la fiducia dei risparmiatori, il Parlamento Europeo ed il Consiglio con la Direttiva 2014/49/UE hanno novellato la disciplina prevista dalla Direttiva 94/19/CE, già modificata dalla Direttiva 2009/14/CE. La disposizione comunitaria è stata recepita nell'ordinamento italiano ed attuata dal D.L. n. 30 del 15 febbraio 2016, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 56 dell'8 marzo 2016. Tale provvedimento ha stabilito che ogni conto corrente debba assicurare un rimborso di 100.000 euro per ogni depositante tramite appositi fondi interbancari. Parrebbe legittimo chiedersi se il Fondo privato di Via del Plebiscito oggi sia sufficientemente capiente da garantire una vasta platea di correntisti danneggiati da effetti domino. Infatti, lo stesso statuto del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi stabilisce che il plafond-obiettivo di risorse finanziarie da accantonare è «pari allo 0,8% del totale dei depositi protetti entro il 3 luglio 2024, ai sensi della Direttiva 2014/49/UE, attraverso contribuzioni ordinarie delle banche aderenti al 30 settembre di ogni anno» (art. 21).

È possibile dedurre che in caso di fallimenti bancari limitati il sistema italiano sia certamente in grado di adempiere alla garanzia prevista dalla legge. Allo stesso tempo, nonostante l'accresciuta solidità delle banche italiane palesata dai vertici di Palazzo Koch, in caso di effetti domino lo scenario risulterebbe pressoché inesplorato.

Non per ultimo, lo stesso statuto del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi stabilisce che «le risorse finanziarie disponibili del Fondo sono investite in attività a basso rischio e con sufficiente diversificazione e i frutti concorrono al raggiungimento del livello-obiettivo» (art. 21, co. 4). Ma in una situazione di tipo catastrofale non è da escludersi che anche gli investimenti con rating "high-grade" o addirittura "prime" possano deteriorarsi rapidamente. E se ciò davvero accadesse, non sarebbe nemmeno la prima volta.

Tuttavia la BCE è pronta ad iniezioni di liquidità aggiuntiva rispetto al programmato Quantitative-Easing ed il presidente Mario Draghi, all'esito del voto britannico, ha affermato che «certamente siamo pronti a fronteggiare tutte le possibili eventualità, ma a questo punto è difficile essere più precisi di così». Tale prontezza risulta rassicurante, dato che in caso di collasso di uno o più istituti di credito, la corsa agli sportelli potrebbe non essere dissuasa dalle sole garanzie del consorzio privato interbancario. E ciò aggraverebbe ancor di più le eventuali difficoltà di liquidità delle banche con un effetto spirale difficile da governare con i tradizionali appelli alla fiducia e con soluzioni a posteriori. La crisi greca ha insegnato che la corsa agli ATM e agli sportelli bancari è stata arginata solo con interventi pubblici d'urgenza di drastico razionamento dei prelievi giornalieri. Con significative ripercussioni sull'economia reale, sull'occupazione, sul sistema sociale.

Tutti questi elementi devono indurre alla riflessione sia gli amministratori delle istituzioni civili, sia i superiori e gli economi delle persone giuridiche canoniche. Infatti, il Codice di diritto canonico dispone che l'amministratore dei beni ecclesiastici, sia esso un religioso o un laico, debba usare la diligenza del buon padre di famiglia (can. 1284 § 1 CIC). In questo criterio di condotta è ragionevole che rientri a pieno titolo la ponderazione dei rischi connessi con la selezione della banca deposito. Ciò dovrebbe indurre ad effettuare una prudente valutazione della solidità di un istituto bancario presso cui aprire o mantenere aperto un rapporto. Sarebbe più che auspicabile informarsi sugli indici di solidità patrimoniale degli istituti di credito così da valutarne la qualità patrimoniale: Common equity Tier 1 capital ratio; CET 1 ratio, che per le richieste della BCE deve essere superiore all'8%; Tier 1 capital ratio; Total capital ratio; Patrimonio netto. La verifica di questi indici di solidità bancaria sono importanti per ponderare il rischio bail-in, di cui il Governatore della Banca d'Italia ha più volte sollecitato la presa di consapevolezza da parte dei risparmiatori. Ma tali accorgimenti prudenziali, tuttavia, non sono risolutivi dei molteplici rischi e dell'incertezza che sembrano accrescersi in occasioni come quella attuale.

Dato che le istituzioni cattoliche hanno raccolto l'appello di Papa Francesco ad aprire le porte al crescente numero di poveri, di profughi ed emarginati in ogni parte del mondo, è legittimo pensare che le risorse finanziarie disponibili per la carità debbano essere salvaguardate. A tal fine, forse, non sarebbe fuori luogo delineare un Piano di sicurezza finanziaria in caso di eventi catastrofali a cui le persone giuridiche canoniche pubbliche, come le conferenze episcopali, le diocesi, le congregazioni di religiosi e religiose, possano aderire in via volontaria.

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