La nuova disciplina del leasing dettata dalla L 124/2017

08/09/2017 13:38

Avv. Gianfranco Benvenuto, Studio Legale Benvenuto

In data 29/8 u.s. è entrata in vigore la L 124 del 4/8/2017 che, per la prima volta, detta la nozione di leasing finanziario sottraendola dal limbo di contratto atipico a cui il negozio era stato fino ad oggi relegato.

Riecheggiando definizioni che hanno a lungo trovato espressione nella giurisprudenza, il legislatore definisce la locazione finanziaria "il contratto con il quale la banca o l'intermediario finanziario iscritto nell'albo di cui all'art 106 T.U.B. si obbliga ad acquistare o a far costruire un bene su scelta e secondo le indicazioni dell'utilizzatore che ne assume tutti i rischi anche di perimento e lo fa mettere a disposizione per un dato tempo verso un determinato corrispettivo che tiene conto del prezzo di acquisto o di costruzione e della durata del contratto. Alla scadenza del contratto l'utilizzatore ha diritto di acquistare la proprietà del bene ad un prezzo prestabilito ovvero in caso di mancato esercizio del diritto l'obbligo di restituirlo".


Gli effetti dell'assenza di una disciplina organica prima di ora si riscontravano non già nello sviluppo fisiologico del contratto, che la prassi aveva ormai orientato verso schemi negoziali consolidati, quanto negli aspetti patologici la cui disciplina, da oltre vent'anni, la giurisprudenza riconduceva, per analogia, a quella del contratto di vendita con patto di riserva di proprietà di cui condivideva la causa sostanziale, con applicazione di quanto previsto dall'art 1526 c.c.


La prima sentenza che ha riconosciuto che la finalità traslativa connotava il contratto di leasing, distinguendolo dalla semplice locazione, è stata Cass.13/12/1989 n 5569 che, in termini di novità rispetto alle precedenti pronunce di legittimità, segnava il confine tra leasing con funzione di finanziamento a scopo di godimento e leasing con funzione di vendita, chiarendo che solo nel secondo caso l'opzione di riscatto del bene si legava alla causa del contratto indirizzato al trasferimento del bene che allo scadere del rapporto conservava un apprezzabile valore residuo, assai superiore al prezzo di riscatto, il cui esercizio diventava assolutamente scontato.


Tale distinzione che sedimentava poi del pensiero giuridico, ha avuto un peso nelle scelte legislative che hanno ispirato la disciplina attuale della risoluzione del rapporto per inadempimento dell'utilizzatore contenuta nella L 124/2017.


Le conseguenze dello scioglimento del contratto erano già state affrontate dal legislatore con il D.Lgs. 9/2006 che per la prima volta ha introdotto nella sezione della legge fallimentare dedicata agli effetti del fallimento sui rapporti giuridici preesistenti, la disciplina della locazione finanziaria a cui è dedicato l'art 72 quater l.f.


Con esso il legislatore ha stabilito che, in caso di fallimento dell'utilizzatore, il concedente ha diritto all'immediata restituzione del bene salvo l'obbligo di venderlo o ricollocarlo a prezzi di mercato allo scopo di restituire alla curatela la differenza tra il ricavato della vendita e il residuo credito in linea capitale (cioè svuotato della componente finanziaria).


In quel contesto emerge la scelta di evitare di riconoscere al concedente ogni forma risarcitoria quale effetto del fallimento, in ossequio al principio di carattere generale espresso dall'art 72 co 4 l.f. che detta i principi orientativi dei rapporti pendenti coinvolti nel fallimento.


La soluzione del legislatore del 2017 che trova applicazione al caso di risoluzione ante fallimento, non solo prevede un risarcimento da lucro cessante a favore del concedente ma considera come ordinaria e congenita allo schema del rapporto di leasing l'esercizio dell'opzione d'acquisto, al punto da ritenerne l' esercizio non già espressione di una scelta eventuale rimessa alla decisione dell'utilizzatore ma manifestazione di una normalità negoziale a cui le parti si richiamano in modo ordinario.


In ossequio a questa logica, figlia della originaria divisione tra leasing con finalità di godimento e con finalità traslativa, la nuova legge 124/2017, in caso di risoluzione del rapporto, detta la regola che anche la quota di riscatto entri nel gioco della determinazione del risarcimento dovuto al concedente che, riottenuto il bene, dovrà rendere all'utilizzatore quanto ricavato dalla sua vendita o ricollocazione a valori di mercato, al netto di canoni scaduti e non pagati, dei canoni a scadere nella sola misura del capitale e del valore del riscatto che viene sdoganato dunque come aspettativa contrattuale e non solo eventuale all'interno dell'architettura del negozio.


Da ultimo si registra come la soluzione adottata dal legislatore si discosti da quella di cui all'art 1526 c.c. a cui ricorreva la giurisprudenza che prevede non già un risarcimento a favore del concedente bensì un equo compenso per l'uso del bene, ma soprattutto non contempla nel calcolo dell'indennizzo compensativo la quota di riscatto che, in quanto rimessa alla scelta dell'utilizzatore, era collocata al di fuori da ogni perimetro di computo.

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