Criptovalute: quale regolamentazione in Italia?

| 23/11/2017 14:27


Le criptovalute, a oggi, rimangono essenzialmente non regolamentate. E questo è proprio uno dei loro punti di forza: l'assenza di procedure burocratiche per dar corso a una transazione, unitamente alla tecnologia sottostante, garantisce quella celerità che le contraddistingue. Di contro, l'assenza di regolamentazione espone a rischi significativi chi desidera negoziare in criptovalute, in primo luogo, certamente, il venire inconsapevolmente coinvolti in riciclaggio di denaro sporco. Alcuni schemi di negoziazione richiedono giusto il codice fiscale per l'identificazione dell'operatore, altri consentono di agire in forma del tutto anonima.


Si ritorna dunque all'antico problema della non sempre facile convivenza tra innovazione e regolamentazione. Molti dei fautori dell'innovazione ritengono che per poter garantire la stessa sopravvivenza di processi innovativi, come le criptovalute, sia cruciale lasciarli liberi da ogni sovrastruttura regolatoria.


Volendo invece seguire un'impostazione più tuzioristica per l'utente, ci si trova subito un ostacolo: non essendo soggette ad alcuna autorizzazione da parte di qualsivoglia autorità centrale, le criptovalute oggi sono migliaia, alcune diffuse a livello mondiale, altre destinate a un utilizzo "di nicchia". Esse sono disciplinate da schemi di utilizzo spesso intrinsecamente diversi tra loro, il che rende difficile una regolamentazione unitaria.


L'esplosione della criptomoneta è legata in particolar modo alla notevole crescita della tecnologia blockchain, il registro pubblico condiviso delle transazioni, registro tenuto in ordine cronologico e su cui si basano appunto numerosissime criptocurrency. Ogni blockchain è come un ambiente criptato, inaccessibile all'esterno, dove sono immagazzinate informazioni sensibili che si vogliono proteggere da qualsiasi soggetto estraneo, sia esso un individuo, un'entità istituzionale o governativa.


Tra i vari tipi di criptocurrency basati sulla blockchain vi è il Bitcoin, ancora oggi il leader di mercato. Al fine di evitare effetti inflazionistici, principalmente dovuti al fatto che il suo valore si basa sull'andamento della domanda, la loro offerta è soggetta sia a un limite temporale (il 2040) quanto numerico (21 milioni di unità).


Nel caso dei Bitcoin, ogni transazione confermata viene inclusa nella blockchain. Così facendo, i portafogli di Bitcoin possono calcolare la quantità spendibile e le nuove transazioni possono essere verificate. Ogni portafoglio di Bitcoin contiene, infatti, un insieme segreto di dati a chiave privata utilizzato per firmare le transazioni, fornendo una prova matematica che le stesse provengano dal proprietario del portafoglio.


Anche Ethereum, il secondo operatore del mercato, si basa su un sistema di blockchain, che è però fondato su un linguaggio di programmazione differente da quello del Bitcoin. Anche l'Ether, la valuta legata a questa piattaforma, viene gestito attraverso un portafoglio online. Tuttavia, a differenza del Bitcoin, l'Ether vanta tempi di esecuzione delle transazioni ancora più brevi (15 secondi contro i 10 minuti del Bitcoin). Inoltre, non ha tiratura limitata ed è stata creata per essere utilizzata con le applicazioni sviluppate del portafoglio Ethereum.


Tra il 2016 e il 2017 numerose istituzioni finanziarie hanno promosso o quantomeno considerato l'utilizzo di criptomoneta come alternativa alla moneta tradizionale. La banca Credit Agricole, ad esempio, incentiva l'uso di Bitcoin ed ha concluso accordi con la piattaforma di scambio di Bitcoin denominata "Bitstamp" per lanciare un servizio che possa consentire ai Bitcoin di essere accettati anche dai fondi di investimento. La Banca Popolare cinese, spinta dal fatto che i consumatori cinesi hanno abbracciato i pagamenti online per la maggior parte dei propri acquisti, ha avviato, già a partire dal 2014, una serie di simulazioni per poter essere la prima banca al mondo ad utilizzare il proprio prototipo di criptomoneta. Lo stesso Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, nel dichiarare che non rientra attualmente tra i poteri della BCE quello di regolare o proibire i Bitcoin, ne riconosce l'importanza preminente e sottolinea che sarà necessario valutare il progresso tecnologico della blockchain e di altre tecnologie simili nel futuro prossimo.


Che la criptomoneta sia dunque ormai uno strumento di negoziazione che è entrato a pieno titolo nelle dinamiche sociali e si fa sempre più strada è ormai pacifico. Le concrete possibilità che la criptomoneta, nelle sue varie forme, sostituisca la moneta legale e passi in primo piano nella regolamentazione delle transazioni commerciali tra privati e aziende è questione cui autorità di regolamentazione ed esperti settoriali stanno ancora cercando di rispondere.
Nel rinvio pregiudiziale della recente causa C-264/14, Skatteverket c/ David Hedqvist, la Corte di Giustizia Europea è stata chiamata a statuire sull'applicazione dell'IVA per quanto concerne le transazioni concernenti Bitcoin. Infatti, com'è noto, a livello europeo non c'è omogeneità per quanto concerne l'applicazione dell'IVA. Ne consegue che in certi paesi il Bitcoin veniva considerato soggetto ad applicazione IVA, in altri, invece, esente. Considerate le circostanze, la Corte ha determinato che i servizi di una piattaforma di negoziazione di Bitcoin consistenti nello scambiare Bitcoin con valuta tradizionale fossero esenti dall'applicazione dell'IVA sulla base dell'Articolo 135 della Direttiva IVA.


Tutto ciò porta necessariamente ad interrogarsi sull'utilizzo della criptomoneta nelle transazioni commerciali e, quindi, ai fini dell'estinzione di obbligazioni pecuniarie in alternativa alla moneta a corso legale.


La BCE ha espressamente statuito che una moneta virtuale è una rappresentazione digitale di un valore, non essendo emessa da una banca centrale, da un istituto di credito o da un istituto di moneta elettronica e che in alcune circostanze può essere usata come alternativa alla moneta. Di conseguenza, le valute virtuali non sono sottoposte alla regolamentazione valutaria di natura pubblicistica. Né tantomeno sono parificate alla moneta elettronica, fattispecie disciplinata dalla Direttiva 2009/110/CE. La cosiddetta e-money viene emessa in cambio di fondi cui sia attribuibile un valore in moneta legale.


Nel caso di Ethereum, per acquistare un token, ovvero una sorta di gettone per l'accesso ai servizi offerti dalla piattaforma, si può pagare coi mezzi più disparati, inclusi i punti fedeltà.
Sempre procedendo per esclusione, la valuta virtuale non può essere nemmeno qualificata come uno strumento o un servizio finanziario. L'elenco dei prodotti finanziari di cui all'art. 1-bis, co. 4, del domestico TUF è tassativo e non consente l'inclusione di valute virtuali proprio in ragione delle loro caratteristiche innovative.


Comunemente si ritiene che le valute digitali non possano nemmeno essere soggette ad un sistema di pagamento ai sensi della Direttiva 2007/64/CE (PSD) visto che essa esclude persino la moneta elettronica dal proprio ambito di applicazione.


Cercando una definizione positiva, allo stato attuale, non ci si può che attenere alla generica definizione data dalla BCE di rappresentazione digitale di un valore che, in alcune circostanze, può essere utilizzata come mezzo di pagamento. Tuttavia, tale definizione di metodo di estinzione di obbligazioni pecuniarie, a prima vista, sembra poco conciliabile con la normativa privatistica nazionale. In questo senso è opportuno guardare al disposto dell'art. 1277 del Codice Civile; tale norma stabilisce che "I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale."

All'apparenza tale norma sembra dunque escludere l'utilizzabilità di una qualsiasi moneta alternativa a quella legale. Di contro, il successivo art. 1278 potrebbe offrire un'interpretazione più aperta laddove dispone che "se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento".

La facoltà riconosciuta al debitore potrebbe di conseguenza potenzialmente ammettere un pagamento diverso dalla moneta legale, eventualmente attraverso l'utilizzo di metodi diversi di estinzione delle obbligazioni. Un'apertura ancor più netta potrebbe senz'altro essere quella operata dall'art. 1279 del Codice Civile, che chiarisce che "la disposizione dell'articolo precedente non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato è indicata con la clausola "effettivo" o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell'obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta". Il legislatore, così facendo, farebbe salva la volontà delle parti di pagare con la moneta scelta al momento della costituzione dell'obbligazione, pur non avente corso legale, e ciò fino al limite dell'impossibilità di procurarsi tale moneta. Applicando questo ragionamento al tema trattato, fin quando vi fosse astrattamente la possibilità di emettere criptomoneta non si porrebbe alcun problema e sarebbe sufficiente formalizzarne l'utilizzo attraverso una clausola inserita in contratto per garantirsi la fruibilità della stessa.


Qualunque sforzo definitorio appare comunque destinato a misurarsi con la regolamentazione che, certamente, verrà emanata in un futuro non lontano.


Sarebbe ingenuo ritenere che la speculazione in criptovalute possa durare per sempre ma, d'altro canto, sembra un po' azzardato scommettere sulla loro sparizione. Si consideri che la loro diffusione come sistema d'estinzione di obbligazioni si sta diffondendo a macchia d'olio, basti pensare che Bitcoin ha di recente superato il valore di 6,000 dollari per singola unità e sfiora ormai i 10 milioni di utenti e che a Roma i taxi dell'Unione Radio Taxi 3570 possono essere pagati in Bitcoin.


È dunque quasi imperativo seguire l'evoluzione delle criptovalute, anche in termini legali. L'impatto della futura (e certa) regolamentazione del fenomeno non potrà certamente essere privo di effetti, anche importanti, a partire dalla stessa configurazione delle singole criptovalute.

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