Taluni chiarimenti dell'Agenzia delle Entrate in merito al regime dei "valori in ingresso" applicabile in caso di fusione per incorporazione di una società residente in un cd. Paese white list in una società residente in Italia

| 07/11/2019 14:30


Commento a cura dell'avv. Euplio Iascone, Led Taxand


Con la risoluzione n. 92/E del 5 novembre 2019, l'Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti in merito alla disciplina dettata dall'articolo 166-bis TUIR, nella formulazione vigente fino al periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2018 (l'articolo in esame, infatti, è stato modificato dall'art. 3 del D. Lgs. n. 142 del 2018 con effetto a decorrere dal periodo d'imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018).


In particolare, all'Agenzia è stato chiesto di chiarire se il "valore di ingresso" delle attività e delle passività trasferite in capo all'incorporante residente per effetto della fusione, avvenuta nel corso del 2018, di una società residente in uno Stato incluso nella lista di cui all'articolo 11, comma 4, lettera c), del D. Lgs. n. 239 del 1996 possa coincidere "automaticamente" con il valore attribuito alle medesime attività e passività ai fini della determinazione dell'exit tax dovuta nello Stato di residenza dell'incorporata, essendo quest'ultimo coerente, nel caso di specie, con il principio di libera concorrenza ("arm's length principle") di derivazione OCSE.


Nel medesimo contesto sono stati chiesti inoltre alcuni chiarimenti in merito alla rilevanza fiscale, sempre ai sensi dell'articolo 166-bis TUIR (nella formulazione rilevante ratione temporis), del disavanzo da fusione che l'incorporante ha imputato ad avviamento a seguito dell'operazione.
Come è noto, l'art. 166-bis TUIR – introdotto con il cd. "decreto internazionalizzazione" e rubricato "Trasferimento della residenza nel territorio dello Stato" – reca una disciplina specifica volta a valorizzare, ai fini delle imposte sui redditi, i beni delle imprese che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia e che per la prima volta accedono al regime fiscale dei beni d'impresa rilevante in base alla normativa tributaria nazionale.

Il comma 1 dell'articolo appena citato prevede che i soggetti che provengono da Stati o territori che consentono un adeguato scambio di informazioni ai sensi delle Convenzioni in materia di doppia imposizione stipulate dall'Italia, indicati nella lista di cui all'art. 1 del D. M. 4 settembre 1996, assumono quale valore fiscale delle proprie attività e passività il "valore normale" delle stesse, da determinarsi ai sensi dell'art. 9 TUIR.

Come precisato dalla stessa Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 69/E del 5 agosto 2016, inoltre, il predetto criterio è applicabile anche nel caso in cui il trasferimento nel territorio dello Stato avvenga "a seguito e per effetto di una fusione con una società italiana" e opera a prescindere dal fatto che lo Stato di "uscita" preveda o meno l'applicazione di una exit tax; e ciò in quanto la ratio dichiarata di tale previsione consiste nell'esigenza di limitare la potestà impositiva italiana ai soli plusvalori maturati nel territorio dello Stato o, più precisamente, in corso di applicazione del regime dei beni d'impresa rilevante ai fini fiscali secondo la normativa tributaria nazionale.


Con riferimento al primo quesito, l'Agenzia delle Entrate, nella Risoluzione in commento, ha affermato:

- da un lato, che la natura inderogabile, nel caso di specie, del criterio del valore normale comporta l'impossibilità di riconoscere "automaticamente", ai fini della valorizzazione dei beni della società estera incorporata, il valore ad essi attribuito nello Stato di provenienza ai fini della determinazione di una eventuale exit tax ivi dovuta, ancorché risultanti da una perizia di stima ivi redatta in applicazione di "criteri locali"; e

- dall'altro lato, che in ipotesi di conformità di quest'ultimo valore con i criteri enunciati in ambito OCSE per l'individuazione dei prezzi di trasferimento, secondo il principio dell'arm's length, non si può escludere che tale valore possa assumere rilevanza anche ai fini della determinazione dei valori di ingresso dei beni della società estera incorporata:

(i) fermi restando gli ordinari poteri di controllo dell'amministrazione finanziaria di cui agli artt. 32 e ss. del D.P.R. n. 600 del 1973, in caso di valutazione autonoma da parte del contribuente, ovvero

(ii) previo accordo, ai sensi dell'articolo 31-ter, comma 1, lett. a) del citato D.P.R. n. 600 del 1973.

Riguardo all'altra tematica sottoposta ad interpello ed inerente alla rilevanza fiscale, ai sensi dell'articolo 166-bis TUIR, del disavanzo da fusione che l'incorporante residente ha imputato contabilmente ad avviamento, l'Agenzia delle Entrate ha

(i) dapprima evidenziato che la disciplina applicabile ratione temporis prevede la valorizzazione al valore normale delle singole "attività" e delle "passività" dei soggetti che trasferiscono la propria residenza in Italia e non contiene alcun riferimento testuale al valore dell'avviamento (a differenza della disposizione attualmente recata dal comma 4 dell'art. 166-bis TUIR) e poi

(ii) ritenuto che, stante la predetta formulazione letterale della norma, non è possibile "attribuire automatica rilevanza fiscale alla posta allocata contabilmente ad avviamento dall'incorporante e corrispondente al disavanzo emerso a seguito della fusione per incorporazione".

Tale posta, infatti, secondo il parere dell'Agenzia delle Entrate, non sarebbe "riconducibile alle ‘attività' e alle ‘passività' del soggetto che trasferisce la propria residenza in Italia mediante l'operazione straordinaria, in quanto emerge nel bilancio dell'incorporante solo successivamente al perfezionarsi della medesima operazione straordinaria come disavanzo da fusione contabilmente imputato dallo stesso soggetto ad avviamento".


Il documento di prassi in commento, pertanto, pur sollevando talune perplessità, conferma che prima delle modifiche introdotte all'art. 166-bis TUIR dal menzionato D. Lgs. n. 142 del 2018 non trovava spazio un'interpretazione diretta ad includere l'avviamento fra le poste valorizzabili in entrata ai sensi dell'art. 9 TUIR anche laddove la stessa avesse scontato un'imposizione "in uscita" (exit tax) nel Paese estero di provenienza.

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