OSSERVATORIO COSTITUZIONALE

La Corte costituzionale dichiara illegittimo lo Spazzacorrotti: depositate le motivazioni

27/02/2020 14:57


Diritto 24 intervista il Prof. Davide De Lungo, Professore di Diritto Pubblico dell'Università San Raffaele – Direttore dell'Osservatorio costituzionale.


Professore, che cosa ha stabilito la sentenza?

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019 (c.d. "Spazzacorrotti"). La norma – come noto – estende alla maggior parte dei reati contro la pubblica amministrazione le preclusioni alle misure alternative alla detenzione, di cui all'art. 4-bis dell'Ordinamento penitenziario, già previste per i reati di criminalità organizzata. Il vizio rilevato dalla Consulta risiede nell'assenza di ogni specificazione in ordine alla sfera di efficacia temporale o di una disciplina transitoria: ciò comporta, nel silenzio della legge, che la disposizione si applichi retroattivamente anche ai condannati che abbiano commesso il fatto prima della entrata in vigore dello "Spazzacorrotti".

Quali sono le motivazioni della sentenza della Corte?

La Corte ha ritenuto che la retroattività della norma contrasti con l'art. 25, comma 2, Cost., ai sensi del quale «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Anche le norme che disciplinano le modalità di esecuzione della pena, allo stesso modo di quelle sostanziali che ne determinano tipologia e quantum, chiamano in causa il presidio costituzionale, volto a garantire al destinatario della norma sia una ragionevole prevedibilità delle conseguenze cui si esporrà trasgredendo il precetto penale, sia un consapevole esercizio, nell'eventuale sede del procedimento, del proprio diritto di difesa. Su un piano più generale, il divieto di retroattività – lo afferma in modo assai efficace la sentenza – rientra fra i limiti all'«esercizio del potere politico che stanno al cuore stesso del concetto di "Stato di diritto"». Un concetto, quest'ultimo, che «evoca immediatamente la soggezione dello stesso potere a una "legge" pensata per regolare casi futuri».

Ma il divieto di retroattività non era escluso per le norme che disciplinano l'esecuzione della pena?

Questo è senz'altro il tema fondamentale della sentenza. Il ragionamento della Corte si incentra tutto, infatti, sulla fondamentale rilettura della giurisprudenza costituzionale e, soprattutto, di cassazione, circa l'estensione del divieto di retroattività ex art. 25 Cost. alle norme che disciplinano l'esecuzione della pena. L'orientamento consolidato – pur venato da sfumature, almeno in talune sentenze costituzionali – è negativo: le norme riguardanti l'esecuzione della pena non hanno natura sostanziale e soggiacciono pertanto, in assenza di specifica disciplina, al generale principio tempus regist actum; con la conseguenza che le modifiche normative di segno peggiorativo possono applicarsi anche ai condannati che abbiano commesso il reato prima della loro entrata in vigore. La tenuta di tale orientamento, però, è oggi messa in seria discussione dai più recenti arresti della Corte europea dei diritti dell'uomo (in particolare: la sentenza 21 ottobre 2013, Del Rio Prada contro Spagna), la quale, facendo leva su criteri sostanziali, ritiene contrarie al principio d'irretroattività ex art. 7 CEDU le modifiche alle norme sull'esecuzione che determinino una «ridefinizione o modificazione della portata applicativa della "pena" imposta dal giudice». Le stesse ordinanze di rimessione denunciano una situazione di sopravvenuto "disagio costituzionale", anche alla luce dell'art. 24 Cost.: la mutazione a posteriori del quadro normativo riguardante l'esecuzione della pena proietta effetti distorsivi sulle scelte difensive degli imputati e dei loro difensori, introducendo un fattore di pericolosa alea.

Qual è la soluzione indicata dalla Corte?

A fronte di queste problematiche, la Corte non disconosce in via generale la linea sinora seguita, confermando come – di massima – le pene devono essere eseguite in base alla legge in vigore al momento dell'esecuzione, e non in base a quella in vigore al tempo della commissione del reato. È necessario, infatti, assicurare un margine di flessibilità al legislatore, atteso che l'esecuzione della pena è un fenomeno che si dipana nel tempo, in cui è necessario bilanciare numerosi interessi costituzionali, e scongiurare il rischio – assai avvertito dal punto di vista organizzativo – che proliferino per il medesimo reato, a seconda del tempo della commissione, regimi diversi. Tuttavia, la sentenza ritiene necessaria una parziale correzione della impostazione sin qui seguita, sancendo l'applicazione del divieto di retroattività allorquando «la normativa sopravvenuta non comporti mere modifiche delle modalità esecutive della pena prevista dalla legge al momento del reato, bensì una trasformazione della natura della pena, e della sua concreta incidenza sulla libertà personale del condannato». Viene introdotta, quindi, una valutazione sostanziale, volta a verificare se la successione normativa abbia determinato, sul piano pratico, una pena che è «un aliud rispetto a quella stabilita al momento del fatto». Tale trasformazione avviene senz'altro, là dove una pena suscettibile di essere eseguita "fuori" dal carcere debba poi essere scontata "dentro". «Tra il "fuori" e il "dentro" la differenza è radicale: qualitativa, prima ancora che quantitativa»: sul punto la Corte è chiarissima.

Nella pronuncia la Corte opera diversi riferimenti a sentenze ed esperienze costituzionali straniere. Cosa ne pensa?

In effetti, il richiamo agli ordinamenti stranieri è piuttosto significativo: quello francese, quello canadese e, soprattutto, quello americano. Particolarmente suggestiva è proprio l'evocazione di una sentenza della Corte suprema del 1798 (Calder v. Bull), ove ben si spiega come il divieto delle ex post facto laws da parte della Costituzione di Philadelphia sia radicato nell'esigenza di erigere un bastione a garanzia dell'individuo contro possibili abusi del potere legislativo, da sempre tentato di sostituirsi al potere giudiziario, stabilendo o aggravando a posteriori pene per fatti già compiuti. Ad ogni modo, l'uso della comparazione non è affatto un unicum nella giurisprudenza costituzionale recente: se, infatti, si guarda ad alcune fra le più importanti, e discusse, pronunce degli ultimi anni (il caso Cappato, la decisione sulla Robin Tax, i matrimoni same sex, la "doppia pregiudiziale" ecc..) esiste un nesso piuttosto stretto fra il ricorso all'argomento comparatistico e le esigenze di legittimazione dei poteri dell'organo, specie ove questo si muova ai confini della propria giurisdizione. In altre e più semplici parole, la comparazione è un supporto argomentativo decisivo, in grado di fornire un surplus di legittimazione, in molti casi in cui la Corte debba assumere decisioni particolarmente innovative o coraggiose. E questa sullo Spazzacorrotti lo era, dovendosi giustificare – come si è visto – un significativo revirement rispetto a un consolidato orientamento della giurisprudenza sia costituzionale che di cassazione.

Quale impatto pratico avrà secondo lei questa sentenza?

Dal punto di vista pratico, occorre anzitutto evidenziare che la pronuncia ha una "platea" piuttosto vasta, riguardando le misure alternative alla detenzione, la liberazione condizionale e il divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione della pena. Restano impregiudicati invece – non implicando un mutamento rispetto al regime intramurario – i «meri benefici penitenziari», quali permessi premio e il lavoro all'esterno, che quindi continuano ad essere regolati dalla legge in vigore al momento dell'esecuzione della pena. Tuttavia, la Corte ha chiarito che questi benefici non possono essere negati ai detenuti che abbiano già svolto un proficuo percorso rieducativo.

Circa i presupposti enunciati dalla Corte, spetterà ora al giudice, a fronte di una successione nel tempo di norme, apprezzare in concreto se ricorra la trasformazione sostanziale in peius della pena, sotto il profilo dell'incidenza sulla libertà personale.

E dal punto di vista "teorico"?

Più che dal punto di vista teorico, mi sembra opportuno ragionare attorno alla valenza culturale della sentenza.

L'uso dell'argomento comparatistico, l'indubbia profondità storica, l'attenzione a "edificare" la decisione su alcune pietre angolari dello Stato di diritto e del costituzionalismo, sollecitano gli operatori del diritto a ogni livello, e lo stesso legislatore, a rimeditare a fondo alcune tendenze della normazione recente. Molti sarebbero – per citarne alcuni – i profili di tensione da investigare, dalla rottura del doppio binario, all'allargamento della disciplina delle intercettazioni, passando per la sospensione della prescrizione, senza dimenticare il tema della revoca delle concessioni e autorizzazioni, e della modifica ex post di contratti e incentivi da parte pubblica. Mi sembra, però, che tutti quanti abbiano come denominatore comune il grande filo rosso del rapporto fra potere e libertà. Lo Stato di diritto ha frantumato il potere monolitico dell'assolutismo in tanti poteri tipici: l'esercizio di ciascuno (legislativo, giudiziario, amministrativo ecc..) deve essere astretto a parametri predeterminati formali e sostanziali, fra i quali devono ormai necessariamente annoverarsi da un lato la garanzia del fattore tempo e del legittimo affidamento; dall'altro lato, il limite della ragionevolezza e proporzionalità.

La matrice di questi vincoli, oltreché nella Costituzione come documento, risiede nel costituzionalismo come patrimonio culturale della civiltà occidentale; né l'una né l'altro sono assiologicamente neutrali, e rimandano a una concezione in cui l'uomo, con la sua libertà, viene prima dello Stato e dei suoi poteri. Il secondo è funzionale al primo, non viceversa. L'indicazione che mi sembra di poter trarre dalla sentenza n. 32 è proprio questa: l'invito a tematizzare sempre entro questa cornice di valori e principi le dispute singolari, i dibattiti specifici, le tentazioni a prevaricare con la passione contingente degli uomini la ragione delle leggi.

OSSERVATORIO COSTITUZIONALE, a cura Davide De Lungo e Nicolle Purificati

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