Il diritto di difesa ed il "decisum" interno tra decadenza, giudicato, C.E.D.U. e revocazione: l' "alia in idem" extra-penale

11/01/2018 16:39

Commento a cura di Alessandro M. Basso - Avvocato (Foro di Foggia) e giornalista pubblicista

Il principio si argomenta dalla sentenza del Consiglio di Stato Ad. Plen. n. 12/2017, decisa il 15 novembre e depositata il 20 dicembre.

Il quesito, oggetto della sentenza della Plenaria del Collegio, è: a) se un magistrato possa confermare l'efficacia di una precedente sentenza, annullando un'altra sentenza inerente stessi causa petendi e petitum ottenuta da altri ricorrenti; b) se una sentenza di un giudice italiano possa/debba essere revocata in caso di posteriore sentenza favorevole emessa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.

Nella fattispecie, alcuni soggetti che avevano svolto, per quattordici anni e con contratti a termine, funzioni assistenziali mediche presso un Politecnico universitario e che, successivamente, venivano assunti come personale non docente di elevata professionalità a tempo indeterminato, ottenevano, in primo grado, il riconoscimento retroattivo della subordinazione: in sede di gravame, venivano, invece, dichiarati inammissibili, per giurisdizione, i relativi ricorsi di tutti i medesimi soggetti, tranne per uno solo per il quale la sentenza amministrativa di primo grado veniva confermata in quanto egli risultava avere proposto ricorso dinanzi al giudice competente nei tempi di legge. Circa sette anni dopo, gli altri ricorrenti ottenevano il riconoscimento, da parte della C.E.D.U., della violazione degli obblighi convenzionali commessi dall'Italia relativamente al diritto di accesso ad un tribunale ed all'aspettativa di parità di trattamento: così, adivano il giudice, chiedendo la revocazione della precedente sentenza a loro sfavorevole.

I principali elementi sui quali focalizzare, almeno prima facie, l'osservazione sono: sul piano procedurale, i poteri del giudice nazionale, degli Organi costituzionali e del giudice extranazionale; sotto il profilo formale, il contrasto tra la legislazione italiana e quella extranazionale nonché tra provvedimenti giurisdizionali; in termini sostanziali, il diritto al riconoscimento della subordinazione lavorativa ab origine ed il diritto all'azione giudiziale.
In subiecta materia, dunque, vanno richiamati gli artt. 4, 11, 24, 25, 97, 111 e 117 Cost., 14 disp. prel. c.c., 395 e 396 c.p.c., 106 c.p.a., 41 CEDU, 45 d.lgs n. 80/1998 e 69 co. 7 d.lgs n. 165/2001.
In primis, va ricordato che una disposizione normativa interna non può essere autonomamente disapplicata dal giudice nazionale qualora essa sia (stata) ritenuta, dalla C.E.D.U., in contrasto con la normativa europea (Corte Cost. nn. 348 e 349/2007 e 170/1984, Cons. Stato ad. plen. ordin. n. 2/2015): ciò in quanto tale funzione spetta alla Corte Costituzionale (Corte Cost. nn. 39/2008, 311 e 317/2009, 138 e 187/2010, 1, 80, 113, 236 e 303/2011).

All'uopo, è costituzionalmente illegittima la norma penale che non preveda un diverso caso di revisione-revocazione (Corte Cost. 07-04-2011 n. 113), come ad es. in caso di sentenza favorevole e definitiva pronunciata dalla C.E.D.U.

Segnatamente, però, in ambito amministrativo ed in quello civile, i casi di revocazione sono tassativamente elencati ex lege (Cass. 19-03-1983 n. 1957, Cons. Stato Sez. III 24-05-2013 n. 2840, Corte-Conti Sicilia 14-05-1997 n. 112): tale differenza tra la normativa penale e quella non penale non è, peraltro, considerata incostituzionale in riferimento agli artt. 24, 111 e 117 Cost. (Corte Cost. 26-05-2017 n. 123).

Sul punto, va, altresì, notato che una sentenza di incostituzionalità incide, ex tunc, anche sui processi in corso ma non produce effetti (negativi) quando (come nella fattispecie) l'ordinanza di rimessione muova da una condizione differente e/o la sentenza sia passata in giudicato (Cons. Stato Sez. IV 03-11-2015 n. 5012, Cass. Sez. III Civ. 22-02-2012 n. 2552).

De iure condito, non si configura, in re ipsa, alcun (illegittimo) bis in idem, inteso come duplice e differente decisione per una pluralità di parti, sullo stesso caso e nella medesima sede giudiziaria, né una "disparità" di trattamento: si tratterebbe, cioè, di una sorta di intervento "micro-giuridico", più che "ultra-normativo". In tal senso, il diritto sostanziale finisce per essere riconosciuto, per il medesimo fatto, soltanto alla parte "in regola" sul piano procedurale.

E', dunque, irrilevante il numero dei ricorrenti: è, altresì, indifferente che la sentenza confermata (o riformata) sia di primo o altro grado (o stato) ovvero civile od amministrativa e che trattasi di settore del pubblico impiego.

In conclusione, la "sovranità" legislativa spetta, esclusivamente, al singolo Stato: così, non è consentita un'integrazione iussu iudicis, interna e/o extranazionale, dei casi di revisione (revocazione) e, dunque, la sentenza del giudice italiano non è revocabile ipso facto, nemmeno per effetto della C.E.D.U. (Cons. Stato ad. plen. 22-02-2007 n. 4).