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Il ritorno dell'anatocismo bancario

| 06/07/2016

COMMENTO A CURA DI ANDREA SGANZERLA, AVVOCATO

DOSSIER PLUS PLUS 24 DIRITTO - AGGIORNAMENTO LUGLIO 2016


Il tema dell'anatocismo ciclicamente torna di attualità sia sotto il profilo giurisprudenziale sia sotto quello legislativo; alla fine dello scorso mese di marzo è stato infatti approvato il disegno di legge di conversione del DL 14 febbraio 2016 n°18, recante misure urgenti concernenti la riforma delle banche di credito cooperativo, la garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze, il regime fiscale relativo alle procedure di crisi e la gestione collettiva del risparmio; il che, tradotto in parole povere, sta ad indicare la promulgazione di una legge a tutela della parte attualmente più debole del sistema bancario, le BCC.

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I CONSIGLI DELLA REDAZIONE

Anatocismo



Solo dopo l'esame dell'originario testo di legge in Commissione è apparso un emendamento, precisamente il 17-bis che, introdotto su iniziativa di alcuni parlamentari, modifica l'art. 120 del Testo Unico Bancario (il cui testo in verità era già stato riformato di recente con la legge di stabilità 2014).

Tale modifica legislativa ha suscitato da subito commenti positivi enfatizzanti la fine dell'anatocismo - in verità quasi esclusivamente provenienti da parte di chi tale modifica ha presentato alle Camere - ed altri ferocemente negativi da parte di autorevoli commentatori e professionisti schierati con i consumatori, che viceversa leggono la nuova legge come un vero passo indietro, un ritorno a pieno titolo dell'anatocismo bancario in precedenza – ovvero fino alla promulgazione di tale ultima legge - già a loro dire legalmente abolito dalla versione precedente dell'art. 120 del T.U.B. così come modificato dalla legge di stabilità del 2014.


Per fare chiarezza sul punto occorre quindi ripercorrere brevemente la storia, invero travagliata, dell'art. 120 del T.U.B. che, dopo la formulazione originaria, venne modificato dalla L. n°147 del 27/12/2013 (detta appunto legge di stabilità 2014) che modificava il comma 2 dell'art.120 T.U.B. al lettera B) nel seguente modo: il CICR [Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio] stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:

a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori;

b) gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale
.

La norma prevedeva quindi un divieto di capitalizzazione periodica degli interessi (c.d. anatocismo), innovando rispetto alla norma originaria che disponeva invece la legittimità dell'anatocismo alla sola condizione che gli interessi attivi e passivi fossero capitalizzati con la stessa periodicità (nella prassi bancaria, trimestrale).

Per la verità, dopo la modifica dell'art. 120 T.U.B. era sorto il dubbio se il nuovo divieto fosse già entrato in vigore al 1° gennaio 2014 (data di entrata in vigore della legge di stabilità n. 147/2013) oppure se fosse necessario attendere che il Comitato Interministeriale del Credito e Risparmio (CICR) emanasse la nuova delibera applicativa prevista dall'art. 120 T.U.B.

Tale dubbio venne meno a seguito di due distinte ordinanze del Tribunale di Milano, cui seguì altra ordinanza della Corte d'Appello di Genova nello stesso senso, ed in conclusione della sentenza della Suprema Corte di Cassazione n° 9127/2015 le quali fecero chiarezza definitiva sul punto affermando tassativamente l'abolizione dell'anatocismo bancario sia trimestrale, sia annuale. In pratica nella formulazione dell'art. 120 T.U.B. rivisitato dalla precedente legge di stabilità 2014 e dalla citata unanime giurisprudenza gli interessi bancari maturavano giornalmente e la banca aveva il diritto di chiederne il pagamento solo una volta che gli stessi fossero divenuti esigibili (i.e. scaduti) solo al momento della chiusura del rapporto, non potendo reputarsi il credito liquido ed esigibile ai sensi dell'art. 1194 c.c. prima di tale momento.
In poche parole secondo il testo dell'art.120 T.U.B. vigente fino al mese scorso gli interessi venivano conteggiati con la periodicità pattuita tra il cliente e la banca, ma divenivano esigibili solo alla fine del rapporto, al momento cioè della chiusura d tutte le partite, con il pagamento anche delle operazioni non solutorie (vedi Cass. S.U. n°24418/2010).

Per chi scrive, e non solo, il panorama appariva ormai chiaro e finalmente certo dopo oltre un decennio di giurisprudenza altalenante. Il problema della capitalizzazione degli interessi bancari appariva eliminato.

Ma a smentire tale certezza ecco oggi apparire il citato art 17-bis che innova la precedente formulazione dell'art. 120 T.U.B., prevedendo che:

3 b) gli interessi debitori maturati, ivi compresi quelli relativi a finanziamenti a valere su carte di credito, non possono produrre interessi ulteriori, salvo quelli di mora e sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale; per le aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento, per gli sconfinamenti anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido:
4 i) gli interessi debitori sono conteggiati al 31 dicembre e divengono esigibili il 1° marzo dell'anno successivo a quello in cui sono maturati; nel caso di chiusura definitiva del rapporto, gli interessi sono immediatamente esigibili;
5 ii) il cliente può autorizzare, anche preventivamente, l'addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili; in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale; l'autorizzazione è revocabile in ogni momento, purché prima che l'addebito abbia avuto luogo.


Con la nuova modifica, pertanto, gli interessi debitori solutori verranno, di fatto, conteggiati al 31 dicembre (e fin qui, nessun problema, dato che ai sensi dell'art. 821 c.c. "I frutti civili si acquistano giorno per giorno in ragione della durata del diritto") e diverranno esigibili dal 1° marzo dell'anno successivo a quello in cui sono maturati: cioè gli interessi solutori divengono esigibili, per legge, dopo un certo tempo.

La normativa in esame, in buona sostanza, consente che il correntista, parte contrattuale debole, possa autorizzare preventivamente (quindi, prima della scadenza, cioè ex ante, e non successivamente alla scadenza, ex post, come previsto dall'art. 1283 c.c.) l'addebito degli interessi solutori sul conto al momento in cui questi divengono esigibili, trasformando detti interessi in sorte capitale, produttiva, a sua volta di ulteriori interessi.
Tale possibilità concessa al correntista cela, dunque, una sorta di "imposizione": l'obbligo di liquidazione degli interessi passivi solutori entro 60 giorni se non rispettato dal correntista si tramuta sostanzialmente in una legittimazione ed automatizzazione dell'anatocismo annuale e poco vale nella realtà delle cose l'aver previsto che "l'autorizzazione è revocabile in ogni momento, purché prima che l'addebito abbia avuto luogo".

Nella realtà ciò che resta al correntista è la facoltà di scelta: pagare gli interessi maturati extra fido nell'anno solare precedente al 1° marzo di ogni anno oppure farli addebitare in conto dando così via alla capitalizzazione composta degli stessi; al contrario per quanto concerne interessi e spese che si formano nell'ambito del rapporto affidato, seppur maturati quotidianamente non diverranno esigibili il 1° marzo dell'anno successivo perchè non considerati dal testo di legge come liquidi ed esigibili.

Alla luce del nuovo testo dell'art.120 T.U.B. pare quindi si possa ragionevolmente concludere che l'intervento del legislatore abbia inteso reintrodurre, almeno parzialmente la legittimità della pratica anatocistica (fermo restando il riverbero che tale pratica ha notoriamente sulla determinazione TAEG e quindi sull'usura) ma ciò a favore solo del sistema bancario escludendo chiunque altro che rimarrà soggetto al divieto dell'art. 1283 c.c. .

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