i casi pratici di plus plus 24 diritto

Falcidiabilità dei debiti amministrati dalle Agenzie fiscali come alternativa al fallimento

| 18/09/2017

I CASI PRATICI - PLUS PLUS 24 DIRITTO

LE QUESTIONI RISOLTE DI VENTIQUATTRORE AVVOCATO

LA QUESTIONE
Gli imprenditori commerciali che rischiano il totale dissesto, possono proporre all'Agenzia delle Entrate un accordo per il pagamento parziale o dilazionato dei debiti erariali? A quali condizioni ed entro quali limiti il Fisco è disposto a rinunciare al proprio credito?


Le origini della transazione fiscal e e la ratio dell'art. 182 ter della Legge Fallimentare
Atteggiandosi ad operazione finanziaria volta alla ristrutturazione dei debiti erariali, la transazione fiscale ben s'innesta all'interno del quadro normativo che, ormai da anni, tradisce la chiara tendenza del Legislatore a concepire il rapporto d'imposta in maniera nuova e diversa rispetto al passato. Quest'ultimo, infatti, non risulta più esclusivamente imperniato sull'esercizio unilaterale ed autoritativo della pretesa erariale ma pare, piuttosto, costruito sul confronto dialogico con il contribuente, nel nome di un prelievo fiscale per così dire condiviso e dal carattere inquisitorio decisamente ammorbidito.


Logico corollario di siffatto trend legislativo è stata la proliferazione delle ipotesi consensuali di riscossione tributaria contemplate dal sistema, tramite le quali si cerca tutt'ora la sintesi perfetta fra l'interesse pubblico ad un'azione impositiva quanto più possibile efficace, e l'interesse privato ad una collaborazione con gli Uffici finanziari.


Ed è proprio nel novero delle fattispecie in parola che si colloca la particolare procedura transattiva di cui all'art. 182 ter della Legge Fallimentare (L.F.), esperibile – con il piano di concordato preventivo o nell'ambito delle trattative che precedono la stipula degli accordi di ristrutturazione dei debiti - dall'imprenditore in crisi, nel tentativo di fissare con le Agenzie fiscali nuove e procrastinate scadenze (cd. transazione fiscale dilatatoria) o, in alternativa - per i casi più gravi e preoccupanti - di ottenere una decurtazione nel loro ammontare (cd. transazione fiscale remissoria), in deroga al principio di indisponibilità e irrinunciabilità del credito tributario ad opera dell'Amministrazione finanziaria.


Non è, perciò, azzardato individuare nell'istituto della transazione fiscale una sorta di abdicazione del potere da parte dell'Agenzia delle Entrate, in chiave critica ed analitica delle istanze coinvolte: da un lato quelle dello Stato al pieno esercizio del potere impositivo, dall'altro quelle della collettività alla conservazione di un complesso aziendale che, pur stretto nella morsa della crisi, vanta ancora qualche concreta possibilità di risanamento.


Di fronte a realtà produttive oggettivamente recuperabili, il Fisco è quindi chiamato a fare un passo indietro e, in virtù dell'impossibilità per l'imprenditore di onorare regolarmente i propri debiti, è legittimato a dare via libera al recupero di somme minori ma di sicura riscossione. Insomma, non è una generale e indiscriminata rinuncia al prelievo del tributo, quanto piuttosto un'applicazione effettiva e perfettamente aderente alla realtà del principio di capacità contributiva a diventare, per l'Amministrazione, parametro di riferimento nella valutazione della proposta transattiva.


Se è vero - com'è vero - che ognuno deve concorrere alla spesa pubblica in ragione delle proprie possibilità, allora non potrebbe dirsi legittimo costringere una compagine aziendale, indebitata ma potenzialmente in grado di rimettersi in sesto, a percorrere a priori l'alternativa liquidatoria del suo intero asset in nome di un'utopica e rigida applicazione dell'art. 53 Cost. , per giunta in spregio alle unità occupazionali coinvolte.


Dunque, le difficoltà economiche del contribuente- ostative al regolare soddisfacimento dei debiti accumulati - unitamente alle caratteristiche di reversibilità della crisi, assurgono a ragioni eccezionali di revisione della pretesa erariale, con conseguente accettazione di una riduzione dell'entità creditizia che sia funzionale ad un prelievo certo, sebbene non integrale.
Non a caso, il diniego alla transazione ben potrebbe inasprire le criticità imprenditoriali e rendere inevitabile il fallimento atteso che, di frequente, i debiti accumulati nei confronti del Fisco presentano una percentuale di incidenza elevatissima sull'intera esposizione debitoria, anche in forza dell'alto tasso di sanzioni ed interessi previsti per omesso o il ritardato versamento delle imposte. É facile immaginare perciò come, opponendosi alla transazione, l'Erario corra il rischio di non recuperare neppure in minima parte quanto gli spetti, di fronte all'imprenditore ormai fallito e definitivamente incapiente.


Insomma, mediante l'accettazione di una decurtazione o di una dilazione del proprio credito, l'Amministrazione finanziaria potrebbe giocare un ruolo decisivo nella partita di rilancio dell'impresa in crisi, senza veder svanire irrimediabilmente il proprio credito.
Duplice quindi l'obiettivo che, con la transazione fiscale, il Legislatore ha inteso perseguire: la tutela a tutto tondo degli interessi tributari e, al contempo, il riassestamento delle realtà aziendali ripristinabili.


Invero, si tratta di un intento che, prim'ancora dell'art. 182 ter L.F., il nostro ordinamento aveva già manifestato con l'ormai abrogata transazione dei tributi iscritti a ruolo ex art. 3, comma 3, D.L. 8 luglio 2002, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla Legge 8 agosto 2002, n. 178. La disposizione in parola legittimava l'Agenzia delle Entrate a transare i tributi - iscritti a ruolo dai propri uffici e di esclusiva spettanza dello Stato - laddove, una volta iniziata l'esecuzione coattiva, di fronte all'insolvenza del contribuente o in ipotesi di suo assoggettamento a procedure concorsuali, l'accordo con il debitore risultasse maggiormente proficuo. Peccato che la transazione esattoriale non riscosse grande successo sul piano pratico - fatta eccezione per la diffusa applicazione nei rapporti tra il Fisco ed alcune società calcistiche, tra cui la Lazio S.P.A - molto probabilmente per via delle innumerevoli incertezze interpretative suscitate da una formulazione testuale decisamente poco univoca.


Proprio per supplire all'inadeguatezza mostrata dal suo antecedente giuridico è stato messo a punto, in occasione della riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali - di cui al D. Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 - l'istituto della transazione fiscale, con l'introduzione dell'art. 182 ter nel capo V del titolo III della Legge Fallimentare.


Da allora è stato un susseguirsi di interventi normativi - talvolta volti ad allargare le maglie della transazione, talaltra a restringerle - culminato, in ultimo, nelle modifiche apportate all'istituto dalla Legge di Bilancio 2017.

(CONTINUA SU PLUS PLUS24 DIRITTO)

LEGGI ANCHE:


Falcidiabilità Iva per chi è ammesso al concordato - Guida al Diritto - Monografiadi Marianna Quaranta

Vetrina