DOMICILIO DIGITALE

Nulla la notifica ad un indirizzo PEC diverso da quello presente nel RegInDE

| 25/02/2019 10:16


La Corte di Cassazione Civile, sez. III, con sentenza n. 3709 dell'8/2/2019 ha affrontato la questione relativa alla notifica di sentenza a mezzo PEC.

In particolare, nella fattispecie oggetto della decisione in commento, la notifica della sentenza è stata effettuata all'Avvocatura dello Stato utilizzando l'indirizzo di posta elettronica certificata risultante dall'Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC). La Cassazione ha affermato che l'indirizzo di PEC contenuto nell'INI-PEC "è utilizzato dall'Avvocatura dello Stato per scopi amministrativi e non giudiziali" e, pertanto, la notifica di un atto giudiziario effettuata a mezzo PEC ad un indirizzo non presente nel RegInDE è da considerarsi nulla.

La Cassazione, nel richiamare precedenti pronunce sul "domicilio digitale" dal cui orientamento non si discosta, ha espresso il seguente principio di diritto:
"Il domicilio digitale previsto dall'art. 16-sexies del d.l. n. 179 del 2012, conv. con modif. in l. n. 221 del 2012, come modificato dal d.l. n. 90 del 2014, conv., con modif., in l. n. 114 del 2014, corrisponde all'indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell'Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest'ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGindE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l'effettiva difesa, sicché la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile - a seconda dei casi - alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGindE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall'l'Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)".

La Suprema Corte poi afferma: "Facendo applicazione del principio nel caso di specie, si deve concludere che la notificazione della sentenza impugnata presso un indirizzo di posta elettronica dell'Avvocatura dello Stato diverso da quello inserito nel ReGindE non è idonea a far decorrere il termine per l'impugnazione, ai sensi dell'art. 326 cod. proc. civ., e quindi il ricorso risulta tempestivamente proposto".

Secondo questo orientamento, la notifica eseguita nei termini descritti e cioè ritenendo valido l'indirizzo di PEC del destinatario presente soltanto nel RegInDE, viene colpita dalla grave sanzione della nullità e quindi considerata tamquam non esset, con ogni immaginabile conseguenza di natura processuale.

Preliminarmente, va chiarito che la notifica a mezzo PEC è disciplinata dalla legge 53/1994, il cui articolo 3, comma 1, dispone testualmente – fra l'altro – "La notificazione può essere eseguita esclusivamente utilizzando un indirizzo di posta elettronica certificata del notificante risultante da pubblici elenchi". Pertanto, uno dei requisiti richiesti dalla predetta legge è costituito proprio dalla esistenza dell'indirizzo di PEC del destinatario in un pubblico elenco, tanto che il successivo comma 5, lett. f) del citato art. 3-bis, impone al notificante di dichiarare nella relazione di notificazione "l'indicazione dell'elenco da cui il predetto indirizzo è stato estratto".

In realtà, gli avvocati sono obbligati ope legis già dal 2012 a comunicare l'indirizzo di PEC al proprio Consiglio dell'Ordine e la relativa omissione, al di là degli effetti di natura processuale, potrebbe comportare anche eventuali conseguenze di carattere disciplinare. Nessuna sanzione, salvo quanto meno per coerenza quelle di natura processuale, è invece prevista a carico della PA o dell'Avvocatura dello Stato per la mancata iscrizione dell'indirizzo di PEC sia nel RegInDE sia nell'elenco o registro PA ai quali si accede unicamente mediante autenticazione da un punto di accesso o dal portale dei servizi telematici (PST) del Ministero della giustizia. Ciò determina certamente una disparità di trattamento soprattutto a carico degli avvocati che intendono eseguire la notifica a mezzo PEC, ma non rinvengono nei citati elenchi gli indirizzi di PEC della PA e dell'Avvocatura dello Stato.

Il principio enunciato dalla Suprema Corte richiama l'art. 16-ter del D.L. 179/2012 che testualmente recita:

1.A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 6-bis, 6-quater e 62 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, dall'articolo 16, comma 12, del presente decreto, dall'articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nonché il registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia.

1-bis. Le disposizioni del comma 1 si applicano anche alla giustizia amministrativa.
Secondo detta norma, quindi, i pubblici elenchi sono:
A.INI-PEC (art. 6-bis D.Lgs. 82/2005 - CAD);
B.Pubblico elenco dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato non tenuti all'iscrizione in albi professionali o nel registro delle imprese (art. 6-quater D.Lgs. 82/2005 - CAD);
C.Anagrafe nazionale della popolazione residente - ANPR (art. 62 D.Lgs. 82/2005 - CAD);
D.Elenco o Registro PA (art. 16, comma 12, D.L. 179/2012, accessibile tramite il Portale dei Servizi Telematici del Ministero della giustizia - https://pst.giustizia.it);
E.Registro delle Imprese (art. 16, comma 6, D.L. 185/2008);
F.RegInDE - Registro generale degli Indirizzi Elettronici.

Alla luce della indicazione normativa, pertanto, gli elenchi pubblici validi per le notificazioni sono alternativamente tutti quelli su indicati.

In realtà, una corretta lettura dell'intero impianto normativo in materia di "domicilio digitale" (e non solo) non può prescindere dalle norme contenute nel D.Lgs. 82/2005 (Codice dell'Amministrazione Digitale – CAD). È necessario un approccio sistematico tra le diverse fonti normative (L. 53/94, D.P.R. 68/2005, D.Lgs. 82/2005, D.L. 179/2012) e dei connessi provvedimenti (regole tecniche PCT – D.M. 44/2011, specifiche tecniche PCT – Provv. 16/4/2014, regole tecniche PEC – D.M. 2/11/2005).

Riguardo a INI-PEC a cui ha fatto riferimento la Cassazione, va precisato che nello stesso elenco – ai sensi dell'art. 6-bis del D.Lgs. 82/2005 (CAD) – confluiscono sia gli indirizzi di PEC degli ordini o collegi professionali sia quelli del registro delle imprese. Pertanto, l'indirizzo di PEC presente nel RegInDE è necessariamente lo stesso di quello che si rinviene nell'elenco INI-PEC. Anzi, a ben vedere, l'elenco pubblico INI-PEC è di contenuto più ampio rispetto al RegInDE. Il fatto che l'Avvocatura dello Stato abbia voluto inserire nell'elenco INI-PEC uno o più indirizzi "per scopi amministrativi e non giudiziali", a parere dello scrivente, è del tutto irrilevante e comunque privo di fondamento giuridico posto che, per legge, tale elenco è proprio uno di quelli utilizzabili ai fini della notifica a mezzo PEC.

Non si comprende, pertanto, quali siano le argomentazioni giuridiche e soprattutto il fondamento normativo che abbiano indotto la Cassazione ad affermare la validità unicamente del RegIndE ai fini delle notifiche a mezzo PEC, con esclusione non solo di INI-PEC ma tutti gli altri elenchi pubblici in palese contrasto con il dato normativo. Per mera chiarezza, è bene precisare che il D.Lgs. 217/2017 - entrato in vigore dal 27/1/2018 - ha modificato l'art. 16-ter nel testo su riportato.

Ciò posto, pur volendo ipotizzare applicabile, ratione temporis, al caso oggetto della sentenza in commento la norma preesistente al 27/1/2018, non si perviene a una diversa conclusione, perché lo stesso art. 16-ter, nella versione precedente al 27/1/2018, contemplava tra gli elenchi pubblici non soltanto il RegIndE ma anche l'ANPR, l'INI-PEC, il Registro PA e il Registro delle Imprese. E' auspicabile che la Cassazione riveda l'orientamento assunto in quanto decisamente contrario al dato normativo.

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Avvocato Nicola Fabiano