Non si applica la revocazione di diritto del testamento per sopravvenienza di figli ulteriori rispetto a quelli già nati

11/09/2017 15:24


Nicola Guaragnella - Avvocato in Bari e Milano


Cass. civ. Sez. II, Ord., (ud. 21-06-2017) 28-07-2017, n. 18893


La sopravvenienza di un figlio in epoca successiva alla stesura del testamento non comporta l'inefficacia di diritto dello stesso ex art. 687 c.c. nel caso in cui, al momento della stesura della scheda testamentaria, erano già nati uno o più figli.


Lo ha chiarito espressamente la Corte di Cassazione, ordinanza n. 18893/2017, che, nel confermare un orientamento alquanto pacifico e costante nella giurisprudenza di merito, per la prima volta ha preso posizione sul punto.


La scelta verte sulla interpretazione e conseguente applicazione (o meno) dell'art. 687 c.c., il cui primo comma prevede che: "Le disposizioni a titolo universale o particolare, fatte da chi al tempo del testamento non aveva o ignorava di aver figli o discendenti, sono revocate di diritto per l'esistenza o la sopravvenienza di un figlio o discendente del testatore, benché postumo, anche adottivo, ovvero per il riconoscimento di un figlio nato fuori del matrimonio".


Nel loro esame i giudici di legittimità riconoscono la sussistenza di diversi orientamenti dottrinali ed optano per quello più restrittivo, basandosi sull'interpretazione strettamente letterale della norma.


A tal uopo si vuole richiamare l'art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale, intitolato "Interpretazione della legge", secondo cui nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dalla intenzione del legislatore.


In merito preme evidenziare come già il Tribunale di Cosenza abbia ritenuto la norma in esame alquanto chiara, sostenendo che la stessa non possa ritenersi affatto ambigua sì da legittimare il ricorso ad altri criteri ermeneutici diversi dall'interpretazione letterale (Trib. Cosenza Sez. I, Sent., 3.02.2006).


Di talché, i giudici di merito hanno ritenuto di non poter attribuire alla norma in esame altro senso se non quello secondo cui può essere disposta la revocazione delle disposizioni testamentarie solo se "fatte da chi al tempo del testamento non aveva o ignorava di avere figli o discendenti".


A conferma della scelta di utilizzare l'interpretazione letterale dell'art. 687 c.c., non si possono trascurare le due seguenti circostanze:


• la revoca del testamento viene considerata quale norma di eccezione, sia nei confronti della libertà di testare sia nei riguardi dell'istituto della riserva di legittima e ciò rappresenterebbe, di per sé, un motivo di preclusione dell'applicazione dell'interpretazione estensiva;
• secondo le succitate disposizioni dell'art. 12 delle Preleggi, per poter applicare l'interpretazione estensiva della norma, sarebbe necessaria la sussistenza di una certa discordanza tra il significato letterale e la reale intenzione del legislatore.


Proprio con riferimento a tale ultimo aspetto i giudici di legittimità, nella motivazione della propria ordinanza, sottolineano come anche laddove si volesse provare a forzare la tesi dell'interpretazione letterale, si giungerebbe sempre alla stessa conclusione.


Per tale motivo sono state considerate e "superate" entrambe le contrapposte tesi formulate dalla dottrina nel tentativo di individuare le finalità delle disposizioni dell'art. 687 c.c., sia che si intenda la revocazione quale forma di tutela della volontà del testatore che abbia ignorato l'esistenza di figli o non abbia previsto la loro possibile sopravvenienza, sia, invece, che la si consideri quale forma di tutela degli interessi familiari, in ispecie dei figli sopravvenuti o ignorati (nella loro esistenza).


Nel primo caso, difatti, i giudici della Suprema Corte ritengono evidente che, nell'ottica privilegiata dal legislatore, si deve presumere come la complessità della psiche umana presupponga che un soggetto possa non aver valutato adeguatamente l'interesse alla cura filiale allorquando non abbia ancora avuto figli.


Ciò in quanto il soggetto interessato non ha ancora avuto modo di provare il sentimento di amor filiale con la dedizione che esso determina ed il superamento che lo stesso provoca di ogni altro affetto.


Sentimento che si scopre con la nascita (o la scoperta dell'esistenza) del primo figlio e/o discendente ma che, successivamente, non è più sconosciuto al testatore.


Nel secondo caso, invece, gli interessi dei figli sopravvenuti sono sempre garantiti dalle norme relative alla successione necessaria. Inoltre, non si può non considerare come un'interpretazione estensiva della norma che preveda una tutela troppo forte degli interessi familiari potrebbe dar luogo a casi in cui ci si vada comunque a discostare di molto dalla volontà del testatore.


Al riguardo basti considerare, a mero titolo di esempio, il testatore che avendo un figlio (a lui noto) ha deciso di preferirgli altri soggetti, quel figlio avrebbe come tutela l'azione di riduzione, mentre -sopravvenendo altri figli-, se si ammettesse l'applicazione dell'art. 687 c.c. lo stesso verrebbe chiamato alla successione legittima, ricevendo una fetta ben più ampia dell'eredità del genitore, sicuramente contro la volontà del testatore.


Oppure, nel caso (esattamente) contrario in cui il figlio (noto) venisse istituito erede di tutto il patrimonio, si avrebbe – in caso di sopravvenienza di figli – la semplice chiamata alla successione legittima, anche qui contro la volontà del testatore.


Tutte le suesposte considerazioni hanno portato la Suprema Corte a rigettare la richiesta di revocazione del testamento redatto dal padre per la sopravvenienza di una figlia poiché nel momento in cui era stata predisposta la scheda testamentarie erano già nati altri figli.