"Maltrattamenti in famiglia anche per il coniuge separato" così afferma la Cassazione con la sent. n. 3356 del 24 Gennaio 2018

13/03/2018 14:12


Commento a cura dell'avv. Anna Cinzia Pani di AL Assistenza Legale Milano - Falcone.

Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi previsto e punito dall' art. 572 c.p., si configura come reato abituale e si caratterizza per la sottoposizione del familiare ad una serie di sofferenze fisiche e morali, le quali per costituire reato devono protrarsi nel tempo ed essere oggetto di condotte reiterate e connotate dell'elemento psicologico dell'intenzionalità. Più precisamente, tale fattispecie è contemplata anche nel caso in cui con la vittima degli abusi vi sia soltanto un rapporto di mero fatto e quindi nonostante non vi sia in atto un legame di stabile convivenza essendo sufficiente la presenza di un progetto di vita condiviso improntato ai valori dell'assistenza reciproca. Ebbene, in caso di separazione legale, nonostante vengano meno gli obblighi reciprochi di convivenza e fedeltà, permangono in essere quelli improntati al reciproco rispetto, all' assistenza morale, materiale e di collaborazione. Ed invero la Cassazione in una recente sentenza ( la n.3356 del 24 gennaio 2018,) ha stabilito che la norma di cui all'art. 572 cod. pen., non riguarda solo i nuclei familiari costruiti sul matrimonio, ma qualunque relazione stabile che, per la consuetudine e la qualità dei rapporti creati all'interno di un gruppo di persone, implichi l'insorgenza, per un apprezzabile periodo di tempo, di vincoli affettivi, solidarietà, protezione reciproca e aspettative di mutua assistenza, assimilabili a quelli tradizionalmente propri del gruppo familiare, oggetto della tutela penale. È, infatti, in contesti del genere che sorge la primaria esigenza di tutela assicurata dalla norma incriminatrice, cioè quella di evitare che dai vincoli familiari nascano minorate capacità di difesa a fronte di sistematici atteggiamenti prevaricatori assunti da un componente del gruppo: evitare cioè che la relazione costituisca al tempo stesso l'occasione e la "vittima" di assetti patologici nei rapporti interpersonali più stretti. La norma dell'art. 572 cod. pen., insomma, non esige affatto il carattere monogamico del vincolo sentimentale posto a fondamento della relazione, e neppure una continuità di convivenza, intesa quale coabitazione. È necessario piuttosto, ed unicamente, che detta relazione presenti intensità e caratteristiche tali da generare un rapporto stabile di affidamento e solidarietà. Infine, è opportuno sottolineare che nella nozione di maltrattamenti in famiglia rientrano tutti quei fatti che in quanto tali ledono e offendono l'integrità fisica e il patrimonio morale della vittima, creando molteplici sofferenze morali e ponendo il soggetto stesso in una condizione di avvilimento da comprometterne il decoro e la stessa dignità personale anche quando gli atti sono posti in essere in modo tale da non lasciare alcuna traccia.

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