Risarcimento del danno

Danno da mancato godimento di bene immobile: si incrina la tesi del danno in re ipsa

| 12/12/2018 09:46

Nel caso di ritardo nella consegna di immobile conseguente all'inadempimento di incarico d'opera professionale – progettazione e direzione dei lavori di costruzione – il danno subito dal proprietario non può ritenersi sussistente in re ipsa, atteso che tale concetto giunge ad identificare il danno risarcibile con la lesione della pretesa creditoria ed a configurare un vero e proprio danno punitivo, per il quale non vi è copertura normativa, ponendosi così in contrasto sia con l'insegnamento delle Sezioni Unite della Suprema Corte (sent. 26972/2008) secondo il quale quel che rileva ai fini risarcitori è il danno-conseguenza, che deve essere allegato e provato, sia con l'ulteriore e recente intervento nomofilattico (sent. 16601/2017) che ha riconosciuto la compatibilità del danno punitivo con l'ordinamento solo nel caso di espressa sua previsione normativa, in applicazione dell'art. 23 Cost.

Ne consegue che il danneggiato che chieda in giudizio il risarcimento è tenuto a provare di aver subito un'effettiva lesione del proprio patrimonio per non aver potuto locare ovvero per aver perso l'occasione di venderlo a prezzo conveniente o per aver sofferto altre situazioni pregiudizievoli, con valutazione rimessa al giudice del merito, che può al riguardo avvalersi di presunzioni gravi, precise e concordanti, sulla base però di elementi indiziari – da allegare e provare da parte del preteso danneggiato – diversi dalla mera mancata disponibilità o godimento del bene, che possano sorreggere il convincimento sia dell'esistenza di tale danno-conseguenza, sia del suo collegamento causale con l'evento lesivo.

Tale il principio di diritto espressamente enunciato dal giudice di legittimità in una recente sentenza che ripropone all'attenzione dell'interprete, la vexata quaestio della responsabilità risarcitoria rapportata al danno da mancato godimento di un bene immobile (Corte di cassazione, Sez. III, sentenza 4 dicembre 2018, n. 31233, Pres. Travaglino, Rel. Iannello). Nel caso di specie, relativo ad un giudizio di responsabilità professionale scaturita da un incarico conferito dai proprietari ricorrenti ad un geometra ed avente ad oggetto la progettazione e direzione di lavori di costruzione di un fabbricato, la Suprema Corte, accogliendo il ricorso, ha cassato con rinvio la pronuncia impugnata con la quale i giudici d'appello avevano confermato, in sede di gravame, la pronuncia di condanna del professionista a risarcire l'asserito danno cagionato dal ritardo nella consegna del cespite. In particolare, alla luce dell'enunciato principio, a giudizio del Supremo Collegio, il giudice di rinvio dovrà accertare se gli attori hanno allegato e provato il danno-conseguenza che potrebbe esser loro derivato da tale ritardata consegna, quale la loro intenzione concreta di concederlo in locazione se ne avessero avuto la disponibilità, o l'avere sostenuto spese che altrimenti non avrebbero dovuto affrontare per renderlo fruibile a tale scopo, aver perso l'occasione di venderlo a prezzo conveniente o per aver sofferto altre situazioni pregiudizievoli.

Tra le doglianze mosse alla pronuncia dai ricorrenti quella rilevante si appunta sulla liquidazione del danno operata dalla corte territoriale la quale ha ritenuto congruo l'importo di un ipotetico canone locativo in mancanza della prova da parte del proprietario di aver subito pregiudizio per non aver potuto locare o altrimenti utilizzare il bene, ovvero per aver perso l'occasione di venderlo ad un prezzo conveniente.

Sorretta da un ampio ed articolato impianto motivazionale, ricco di riferimenti ai numerosi precedenti giurisprudenziali, la pronuncia in esame osserva preliminarmente come la pronunzia impugnata — in assenza di alcun riferimento a circostanze concrete relative, ad es., alle condizioni o all'ubicazione dell'immobile, alle sue potenzialità di utilizzo e/o a occasioni di concessione in locazione a terzi — abbia sostanzialmente confermato la decisione di primo grado, la quale, a sua volta, aveva riconosciuto il danno in questione, limitandosi a richiamare il principio di diritto, ripetutamente affermato nella giurisprudenza, secondo cui «il danno subito dal proprietario è in re ipsa, raccordandosi al semplice fatto del ritardo nella messa a disposizione o della perdita della disponibilità del bene da parte del dominus ed all'impossibilità per costui di conseguire l'utilità di regola ricavabile dal bene medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso; la quantificazione del risarcimento ben può essere stabilita dal giudice sulla base di elementi presuntivi semplici, facendo riferimento al cosiddetto danno figurativo e, quindi, con riguardo al valore locativo del cespite». Tale principio, tuttavia, rileva la sentenza, è stato posto ad oggetto di approfondita rivisitazione da una recente pronuncia (cfr., Cass. 25/05/2018, n. 13071), la quale ha espresso un motivato dissenso circa la possibilità — in un contesto ermeneutico ormai consolidato in senso contrario alla predicabilità, in ambito patrimoniale come in quello non patrimoniale, di un danno in re ipsa — di continuare invece a configurarlo nella particolare ipotesi predetta.
È invero ormai generalmente riconosciuta, prosegue la Cassazione, almeno in via di principio, l'antiteticità di un tale concetto — il quale, anche letteralmente, postula la coincidenza del danno risarcibile con l'evento dannoso — rispetto al sistema di responsabilità civile, fondato all'opposto sulla netta distinzione, ex artt. 1223 e 2056 cod. civ., tra fatto illecito, contrattuale o extracontrattuale, produttivo del danno e il danno stesso, da identificare nelle conseguenze pregiudizievoli di quel fatto, nella loro duplice possibile fenomenologia di «danno emergente» (danno «interno», che incide sul patrimonio già esistente del soggetto) e di «lucro cessante» (che, di quel patrimonio, è proiezione dinamica ed esterna), come tale apprezzabile sia in ambito patrimoniale che non patrimoniale: perdita-danno emergente-sofferenza interiore, da un lato, e, dall'altro, mancato guadagno-lucro cessante-danno alla persona nei suoi aspetti esteriori/relazionali.
In ambito di responsabilità aquiliana ciò è definitivamente chiarito dalle sentenze c.d. di San Martino (cfr., Cass. Sez. U. 11/11/2008, nn. 26972-5) che, con riferimento al danno non patrimoniale, ma alla stregua di considerazioni che prescindono da tale natura del danno e dalle ragioni di antigiuridicità del fatto che lo ha prodotto, evidenziano come il sistema fornisce una struttura dell'illecito «articolata negli elementi costituiti dalla condotta, dal nesso causale tra questa e l'evento dannoso, e dal danno che da quello consegue (danno-conseguenza)», essendo l'evento dannoso rappresentato dalla «lesione dell'interesse protetto»; pertanto, si precisa, quel che rileva ai fini risarcitori è il danno-conseguenza, «che deve essere allegato e provato»; non è accettabile la tesi che identifica il danno con l'evento dannoso, ovvero come danno-evento, e parimenti da disattendere è la tesi che colloca il danno appunto in re ipsa, perché così «snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo».

Nel caso in esame, prosegue il giudice di legittimità, il rischio che si corre perpetuando l'uso della locuzione «danno in re ipsa» (poco o nulla attenuato dalle precisazioni che a volte, non sempre, lo affiancano) sta evidentemente nel favorire un corto-circuito logico che porta a sovrapporre due costruzioni concettuali in realtà profondamente diverse: da un lato, la presunzione del danno direttamente discendente, omisso medio, dal mancato godimento/disponibilità dell'immobile (la «normale inerenza del pregiudizio all'impossibilità stessa di disporre del bene»); dall'altro, la possibilità di provare che da tale danno-evento discenda un danno-conseguenza quantificabile nella perdita di occasioni di vendita o sfruttamento locativo, anche per mezzo di presunzioni semplici, ex artt. 2727 e 2729 cod. civ., sulla base però di elementi indiziari (da allegare e provare da parte del preteso danneggiato) diversi dalla mera perduta (o ritardata) disponibilità del bene, che possano sorreggere il convincimento sia dell'esistenza di tale danno-conseguenza, sia, ovviamente, del suo collegamento causale con l'evento lesivo.

Se è vero infatti che chi chiede il risarcimento del danno in questione, per assolvere all'onere della prova su di lui incombente ex art. 2697 cod. civ., può certamente avvalersi di presunzioni (che siano gravi, precise e concordanti), non è però meno vero che egli deve, a tal fine, pur sempre prima allegare e poi dimostrare la sussistenza di elementi indiziari e circostanze fattuali (diversi dalla mera indisponibilità dell'immobile che costituisce il fatto lesivo) idonei a fondare la presunzione che da quella perdita egli abbia tratto un pregiudizio economico. In altre parole, come efficacemente osservato, «una cosa è dire che il danno è presunto, altra è dire che può essere provato per presunzioni».

La «presunzione» del danno, in quest'ultima corretta prospettiva, è solo il risultato finale della valutazione da compiere ed equivale a dire «convincimento basato su ragionamento probatorio di tipo presuntivo, ex art. 2729 cod. civ.», il quale però non può mancare e deve poter essere verificabile. Nel senso usato invece secondo l'orientamento tradizionale, mancando sovente ogni riferimento a tale necessario passaggio logico intermedio, esso acquista il diverso significato di mera regola di giudizio che solleva (il «presunto» danneggiato) dall'onere di fornire elementi indiziari (diversi rispetto al mero fatto lesivo) che possano giustificare quel convincimento e pone piuttosto l'onere della prova contraria a carico del «presunto» danneggiante.

Può certo ammettersi, osserva la Corte, che, in taluni casi, specie di danno emergente (es. la riduzione del valore di mercato del bene leso), la «vicinanza» causale del danno all'evento dannoso è tale da potersi ricavare la prova del primo dalla stessa dimostrazione del secondo; ciò tuttavia lascia intatta la possibilità e la necessità di distinguere i due momenti: da un lato, la lesione dell'interesse protetto (o della pretesa creditoria in ambito contrattuale), dall'altro la conseguenza pregiudizievole che ne deriva.

Affermare dunque nell'ipotesi in esame che il fatto stesso della mancata disponibilità dell'immobile di per sé legittimi — in assenza di alcuna altra allegazione circa le oggettive possibilità e le concrete occasioni di sfruttamento del bene — la presunzione della sussistenza, sempre e comunque, di un pregiudizio patrimoniale quantificabile sulla base del valore locativo, comporta, specifica la Cassazione, da un lato, la violazione delle regole che, desunte dalle citate norme codicistiche, presiedono alla valutazione della prova per presunzioni; dall'altro, e per l'effetto, finiscono con il far coincidere il danno risarcibile con l'evento stesso di danno, così attribuendo al risarcimento una funzione non più compensativa ma sanzionatoria, in assenza di copertura normativa.

L'affermazione, su cui poggia la giurisprudenza maggioritaria, prosegue la pronuncia in esame, secondo cui dalla indisponibilità o dal mancato godimento di un immobile consegue sempre, secondo «normale inerenza», il mancato guadagno dei frutti ricavabile secondo il valore locativo, costituisce frutto di un assioma piuttosto che di un ragionamento presuntivo che abbia i requisiti suindicati, rimandando essa ad un criterio inferenziale vago e oggettivamente non verificabile, in mancanza di una massima di esperienza che possa ad esso fornire copertura logica solida e coerente.
Ed infatti l'assunto di un normale e sempre presumibile godimento diretto o indiretto (attraverso i frutti civili ricavabili dall'immobile) contrasta sia con l'esperienza collocabile nel notorio di case lasciate vuote e inutilizzate, sia con un dato ricavabile dallo stesso ordinamento, la previsione cioè dell'istituto dell'usucapione che, consentendo come noto l'acquisto a titolo originario della proprietà o di altro diritto reale sull'immobile per il possesso continuato per venti anni (art. 1158 cod. civ.), con la conseguente estinzione (o limitazione) del diritto in capo al precedente proprietario, «dimostra ictu oculi che non sempre il proprietario mette a frutto il suo immobile, non traendone così per sua scelta alcun guadagno».

In mancanza dell'allegazione e prova di un concreto ed effettivo pregiudizio, il riconoscimento di un danno risarcibile comporta la sovrapposizione tra danno-evento e danno-conseguenza, con il che si trasmoda dal «tradizionale danno compensativo/ripristinatorio» a quello del risarcimento con funzione punitiva in contrasto anche con l'ulteriore, recentissimo intervento nomofilattico (cfr., Cass. Sez. U. 05/07/2017, n. 16601), che ha riconosciuto la compatibilità del danno punitivo con l'ordinamento ponendo però come limite l'espressa sua previsione normativa, in applicazione dell'art. 23 Cost.: ogni elemento sanzionatorio che venga a sostituire — in ultima analisi — quello risarcitorio non può, dunque, derivare, conclude la Cassazione, da volontà del giudicante, bensì esige riserva di legge.