rito Fornero

Licenziamento di socio di cooperativa e rito Fornero

| 5 giugno 2014


Il già dibattuto tema della disciplina del licenziamento di lavoratori soci di cooperative, oggeto di molteplici interventi giurisprudenziali, anche a causa di una legislazione sicuramente contraddittoria ed infelice, si arricchisce di ulteriori aspetti, con il Tribunale di Roma Giudice del Lavoro (dott. Gelsomina Rossi, ordinanza del 17 marzo 2014) che interviene a decidere sulla domanda proposta, con rito Fornero, da un socio lavoratore licenziato da una cooperativa.
Nella vicenda in esame, la parte istante, con ricorso depositato in data 29 luglio 2013, dichiarava di aver lavorato per la società cooperativa convenuta dal 1/12/2009 al 21 maggio 2013, deducendo di essere stato formalmente investito della qualifica di socio, senza averlo mai richiesto e senza aver effettuato mai alcun conferimento di capitale; deduceva cioè che il rapporto associativo era solo fittizio, di avere lavorato in Roma e di avere svolto mansioni di autista.
Precisava che, a seguito di visita medica, era stato considerato non idoneo alla mansione e di essere stato licenziato in data 17 maggio 2013, con missiva in pari data, con la quale venivano comunicate la delibera di esclusione dal socio e la risoluzione del rapporto di lavoro per la motivazione indicata. Deduceva, inoltre, di non avere mai svolto la funzione di facchino; eccepiva l'assenza del tentativo di conciliazione di cui all'articolo sette legge 604/1966, evidenziando che la resistente occupava oltre 15 dipendenti; chiedeva quindi accertarsi l'invalidità del rapporto associativo e lo svolgimento delle mansioni di autista, dichiararsi la nullità del licenziamento e ordinarsi la reintegrazione e la ricostituzione della posizione societaria ove ritenuta valida, con condanna al risarcimento del danno nei limiti di legge, in via subordinata, accertare la insussistenza del giustificato motivo oggettivo o soggettivo e/ o la giusta causa e annullare il licenziamento, con condanna alla reintegrazione e al pagamento dell'indennità risarcitoria nei termini di legge; in via ancora più gradata, accertarsi che non ricorrevano gli estremi del giustificato motivo oggettivo, e perciò dichiarare risolto il rapporto e condannare il resistente al pagamento dell'indennità risarcitoria nei limiti di legge; in via ancor più subordinata, dichiarare inefficace il licenziamento per violazione della procedura di cui all'articolo sette e/ o del requisito di motivazione e/o dell'articolo sette legge 300/1970 e condannare il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria omnicomprensiva, determinata in 12 mensilità nei termini di legge; in ulteriore subordine, dichiarare la nullità/ illegittimità /inefficacia del licenziamento e ordinare la riassunzione o, in mancanza, la condanna al pagamento dei risarcimento del danno.
Si costituiva la parte resistente, la quale eccepiva l'inapplicabilità dell'articolo 18 legge 300/1970 per difetto dei requisiti dimensionali, oltre che per l'esclusione contenuta nell'articolo 2 legge 142/2001; eccepiva l'incompetenza funzionale del giudice della lavoro essendo competente il giudice ordinario, la decadenza dall'impugnativa della delibera di esclusione e l'inammissibilità della domanda; sosteneva la legittimità del rapporto associativo e la legittimità dell'esclusione di parte ricorrente ; rilevava che la conservazione del rapporto non era possibile per sopravvenuta inidoneità fisica del ricorrente e che quindi era stato risolto il vincolo associativo e il rapporto di lavoro e che il socio lavoratore non avrebbe potuto essere impiegato presso altra occupazione non essendovi altre postazioni dì lavoro; In via subordinata, eccepiva la detraibilità dell'aliunde perceptum e/o percipiendum; nel merito, chiedeva il rigetto del ricorso.
In merito a tali molteplici argomentazioni prospettate, il Giudice, all'esito di istruttoria documentale e orale, si riservava ed all'esito, rigettava la domanda, come proposta, alla luce delle seguenti osservazioni.
In primo luogo, il Magistrato statuiva di aderire alla tesi secondo cui la determinazione del rito utilizzabile è diretta conseguenza della prospettazione della domanda ricordando che la Cassazione ha chiarito che è la prospettazione della domanda e del bene finale richiesto ad orientare il giudice nella valutazione della competenza e anche del rito utilizzabile, con l'unico limite, con riguardo a quest'ultimo, della pretestuosità ed artificiosità diretta ad alterare l'effettiva situazione dei fatti e della domanda azionata (Cass.4662/97).
Su tali premesse stabiliva, nel caso di specie, di "potere procedere alla trattazione con il rito di cui all'art. 1 c.48 L.92/2012 (sebbene, dopo la riforma dell'art. 18, attuata con legge 92/2012, all'impugnativa di delibera assembleare di esclusione del socio lavoratore che determina ex lege (art.5 legge 142/2001, così come modificato dall'art.9 legge 30/2003) anche l'estinzione del rapporto di lavoro, non può applicarsi il rito Fornero, in quanto mancherebbe il presupposto costituito dall'atto di licenziamento e in quanto ciò è escluso dall'art.2 L142/2001), in quanto nella prospettazione dei fatti del ricorrente si rinviene l'impugnazione di un vero e proprio atto di licenziamento, sta perché lo stesso ha posto fa premessa della fittizietà del rapporto societario e la sussistenza di un ordinario rapporto di lavoro subordinato ( oltre che la sussistenza del requisito dimensionale di 15 dipendenti), sia in quanto i motivi del recesso/esclusione vengono ricondotti a quelli di un vero e proprio licenziamento".
Per ciò che concerne, peraltro, la prima questione, prosegue la decisione, deve osservarsi che la prospettazione delia fittizietà del rapporto societario risulta smentita dalla documentazione in atti.
Il ricorrente, per come evidenzia il Giudicante, oltre ad avere sottoscritto un contratto di lavoro subordinato ha sottoscritto altresì la domanda di ammissione in data 16.11.09 alla cooperativa in qualità di socio lavoratore, una ricevuta di sottoscrizione e versamento dì quota sociale, un verbale di assemblea, una ricevuta di consegna della tessera sociale, tutti da documenti allegati agli atti.
Conformemente, quindi, al regime attuale sancito dalla legge n. 142/01, che ha codificato il cosiddetto principio dello "scambio ulteriore", nel senso che la prestazione del socio lavoratore sarebbe inquadrabile nell'ambito di due rapporti distinti, uno sociale, diretto a creare un'impresa che procuri lavoro ai soci e ad assicurare agli stessi la ripartizione del guadagno, l'altro di mera prestazione di lavoro retribuito e subordinato alle dipendenze della cooperativa, risultano sussistenti due rapporti, il rapporto associativo e un ulteriore rapporto di lavoro, con il quale il socio contribuisce al raggiungimento degli scopi sociali.
Per ciò che concerne, invece, il recesso/esclusione, si osserva che, alla contestazione che il ricorrente non avrebbe potuto svolgere mansioni di facchino (come attestato dal documento allegato alla lettera di licenziamento), " la società ha inviato, con lettera del 21.6.2013, comunicazione di delibera di esclusione dalla società, ai sensi dell'art. 12 lettera a) Statuto sociale, e risoluzione del rapporto per inidoneità al lavoro al quale era preposto".
Deve, perciò precisarsi, per quanto evidenzia il Tribunale, che la parte resistente ha eccepito la decadenza dalla impugnazione della delibera assembleare in quanto il lavoratore, pur avendo impugnato tempestivamente, entro 60 giorni, il licenziamento (con lettera spedita il 4.7.2013, consegnata il 5/7/2013), non avrebbe altrettanto tempestivamente impugnato la delibera , ciò perché l'art.2533 c.c. non prevede la possibilità di impugnazione stragiudiziale ma solo giudiziale.
Tale eccezione, ad avviso del Giudice, deve essere rigettata in quanto al ricorrente è stata inviata una lettera nella quale si fa riferimento ad una delibera, ma la stessa non è stata depositata né risulta comunicata per intero (adempimento necessario al fine di proporre opposizione all'atto secondo l'art.2533 ce- v. Cass. 14143/2012, che affronta il caso della conoscenza della delibera "aliunde" in mancanza di comunicazione).
Ne consegue che il termine per impugnare non avrebbe mai iniziato a decorrere e che il ricorso depositato in data 29.7.2013 potrebbe valere, quindi, come tempestiva impugnazione anche della delibera.
Senonchè, deve osservarsi che l'atto di esclusione e recesso, comunicato al ricorrente, è fondato su motivazioni che attengono strettamente al rapporto di lavoro, più che al rapporto societario; lo statuto della società prevede che "la qualità di socio si perde per recesso, decadenza, esclusione, per causa di morte o per scioglimento delia persona giuridica socia " e che "l'esclusione sarà deliberata dall'organo amministrativo nei confronti dei socio che A) commetta gravi inadempienze delle obbligazioni derivanti dalla legge o dai contratto sociale, dai regolamenti, ove esistenti o dal rapporto mutualistico; B) che, senza giustificato motivo, si renda moroso nel versamento delle quote sociali sottoscritte o dei pagamenti di eventuali debiti contratti ad altro titolo verso la cooperativa, previa intimazione al pagamento da parte dell'organo amministrativo; C) che venga a trovarsi in una delle situazioni dì incompatibilità previste dall'articolo 8 (iscrizione contemporanea ad altre cooperative o svolgimento di attività concorrente o svolgimento a favore di terzi esercenti imprese che operino in concorrenza con la cooperativa nonché svolgimento di attività in proprio ); D) nei casi previsti dagli articoli 2286 e 2288 del codice civile; l'esclusione del socio determina automaticamente la cessazione delta prestazione di lavoro di cui all'articolo 7 lettera C e dei rapporti mutualistici".
E' evidente che, se la delibera di esclusione è effettivamente intervenuta - come si indica nella lettera in atti - questa si è fondata esclusivamente sulle ragioni del licenziamento per giustificato motivo soggettivo (o impossibilità sopravvenuta) e non su motivi attinenti alla esclusione previsti dallo statuto.
Orbene, il Tribunale, richiamando un condivisibile orientamento della Suprema Corte di Cassazione, ha osservato, con riferimento a delibera di esclusione del socio che si fondi esclusivamente sull'intervenuto licenziamento, che "una volta ritenuto quest'ultimo illegittimo, consegue che parimenti illegittima è la delibera di esclusione dei socio".
Pertanto, in tal caso trova applicazione l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, come previsto dall'articolo 2 della legge 142/2001.
Infatti tale disposizione prevede che ai soci lavoratori di cooperativa, con rapporto di lavoro subordinato, si applica lo statuto dei lavoratori (L. 20 maggio 1970, n. 300), compreso l'art. 18 sulla reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato, salvo che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo.
Nella specie non si ha che il rapporto di lavoro si è risolto in ragione della cessazione del rapporto associativo; ma al contrario quest'ultimo è cessato a causa dell'intimato licenziamento del socio lavoratore. Pertanto non ricorre la fattispecie eccettuata dell'art. 2 e quindi trova applicazione la disciplina ordinaria sulla reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato".
Applicando gli stessi principi, deve ritenersi che anche nel caso di specie sia applicabile l'art. 18 dello Statuto, in quanto, di fatto, è intervenuta prima la decisione di licenziare e poi la (eventuale- in realtà la delibera non è mai stata depositata ) esclusione del ricorrente.
Si tratta, cioè, di ipotesi in cui non trova applicazione l'esclusione di cui all'art. 2 della legge 141/2001.
La parte ricorrente ha allegato la sussistenza del requisito dimensionale e questo risulta provato, in quanto emerge dalla visura della Camera di Commercio che la Cooperativa aveva oltre 100 addetti.
Sul punto, peraltro, a fronte delle eccezioni della parte resistente, che ha ammesso di avere solo soci lavoratori, deve osservarsi che gli stessi sono computabili al fine in oggetto "proprio perché per essi, accanto al rapporto societario, sussiste un normale rapporto di lavoro" (cfr. Cass. 14143/2012).
Sulla base di tali specifiche motivazioni il Tribunale, dunque, riconosce che, nella fattispecie in esame, è certamente competente il giudice del lavoro a giudicare la legittimità o meno del licenziamento.
Passando poi al merito della controversia, il Giudice, con la completa ordinanza, osserva che la parte resistente ha fondato il recesso/esclusione sulla accertata "inidoneità al lavoro al quale era preposto"; la circostanza non è contestata, in quanto era stato lo stesso ricorrente, in data 11.3.2013, a rappresentare alla cooperativa la necessità di essere adibito a mansioni compatibili con il suo stato di salute, essendo affetto da sclerosi multipla; nel referto medico, allegato alla lettera di licenziamento, il lavoratore viene dichiarato idoneo con notevoli limitazioni relativamente all'attività di facchinaggio.
Anche su tale punto, il Tribunale, in linea con l'orientamento del giudice di legittimità, ricorda che "in tema di sopravvenuta inidoneità dei lavoratore allo svolgimento delle mansioni assegnate, il licenziamento disposto dal datore di lavoro va ricondotto, ove il lavoratore possa essere astrattamente impiegato in mansioni diverse, al giustificato motivo oggettivo ai sensi dell'art. 3 della legge n. 604 del 1966, con diritto al termine e all'indennità di preavviso, diversamente dall'ipotesi in cui la prestazione sia divenuta totalmente e definitivamente impossibile, senza possibilità di svolgere mansioni alternative, nel qual caso va ravvisata una causa di risoluzione dei rapporto che non ne consente la prosecuzione, neppure provvisoria al sensi dell'art. 2119 cod. civ,, ed esclusa l'applicabilità dell'istituto del preavviso".( Cass.7531/2010).
La giurisprudenza, dopo un primo orientamento contrario, ha ritenuto quindi riconducibile questa ipotesi nell'alveo del giustificato motivo ed ha ammesso la sussistenza, in capo al datore, di un obbligo di repechage (per tutte Cassazione SS. UU, 7755/1998, 8832/2011), sostenendo che "la sopravvenuta inidoneità fisica non impedisce la ricostituzione del rapporto, bensì solo la utilizzabilità del lavoratore in mansioni incompatibili con l'accertata inidoneità, in quanto la sopravvenuta inidoneità fisica e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa, quale giustificato motivo di recesso, non possono essere ravvisate nella sola ineseguibilità dell'attività attualmente svolta dal prestatore e restano escluse dalla possibilità di svolgere un'altra attività riconducibile alle mansioni assegnate o ad altre equivalenti ovvero, qualora ciò non sia possibile, a mansioni inferiori, sempre che questa attività sia utilizzabile all'interno dell'impresa".
Per il tribunale, l'ipotesi in oggetto, quindi, implica un giudizio che coinvolge il bilanciamento tra l'interesse de! lavoratore a conservare il posto di lavoro, nel tempo necessario a superare l'impedimento o nelle mansioni compatibili con il suo stato, e quello del datore a conseguire la certezza della ripresa del rapporto con l'espletamento delle mansioni prima svolte o con l'espletamento di attività utilizzabile nell'impresa, secondo l'assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall'imprenditore.
Nel caso di specie, il lavoratore sostiene residui una qualche utilità della sua prestazione in quanto vi sarebbe la possibilità di impiego nelle sole mansioni di autista o nell'attività di segreteria.
Circostanze che però, per quanto motiva il Giudicante, non trovano riscontro dalla istruttoria svolta, laddove è emerso che l'organizzazione datoriale non prevede che un lavoratore possa svolgere solo le mansioni di autista, in quanto la squadra che viene adibita al trasporto è formata sempre da due persone, da un facchino e da un autista; quest'ultimo ha la responsabilità del mezzo e le altre responsabilità connesse alla guida , oltre che al montaggio, e presta la sua opera anche nel lavoro di facchinaggio dei pezzi pesanti (lavoro che altrimenti il facchino non potrebbe svolgere da solo). Sempre dalla completa istruttoria è emerso che una organizzazione diversa non sarebbe possibile in quanto eccessivamente dispendiosa per l'azienda, considerato che il tempo trascorso alla guida è una percentuale minima dell'orario di lavoro per il quale gli operai con mansioni (anche) di autisti sono stati assunti.
Ed il Giudice, richiamando il contenuto del contratto di assunzione allegato, ricorda che il ricorrente era stato assunto proprio come facchino; e dalle indagini è pur risultato che lo stesso, dal 2010, era stato adibito anche alla guida come "capo furgone", ma senza essere esonerato dall'attività di facchinaggio. Dal che si ricava la sussistenza del giustificato motivo di tipo oggettivo addotto da parte resistente; né è emersa la sussistenza di motivi ritorsivi, di rappresaglia o di discriminazione posti a fondamento del recesso, che il lavoratore avrebbe dovuto puntualmente dedurre e provare.
Deve escludersi, altresì, la violazione dell'art.7 legge 604/66, in quanto la previsione dell'adempimento per il datore di lavoro è limitato alle ipotesi dì cui all'art.3 seconda parte legge 604/66, vale a dire per le ipotesi di licenziamento per "ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione dei lavoro e al regolare funzionamento dì essa"; né è applicabile il regime di cui all'articolo 7 dello Statuto. non trattandosi di licenziamento irrogato per giusta causa o giustificato motivo soggettivo.