I primi 5 bias del decreto "Cura Italia"

25/03/2020 16:21

a cura di CIro Cafiero


Il decreto "Cura Italia", d.l. n. 18 del 2020, e' un primo passo in avanti per contrastare l'emergenza generata dal Covid19 a carico di cittadini e impresa. Ma non basta.
Esso sconta, sul versante lavoristico, almeno 5 bias, che meritano immediata soluzione.
Il primo, e piu' evidente, riguarda l'accesso agli strumenti di integrazione salariale: tre tortuosi canali disegnati dal decreto agli articoli da 19 a 21.

Si tratta di cassa integrazione ordinaria, assegno ordinario a carico del fondo di integrazione salariale, cassa Integrazione in deroga per le aziende che non accedono ai primi due canali, comprese le realtà aziendali con meno di cinque dipendenti e quelle che hanno diritto alla cassa integrazione straordinaria, fatta salva la possibilità di conversione dell'assegno straordinario in un ordinario.

E' ragionevole, invece, la creazione di un unico Fondo di integrazione salariale con un unico canale di accesso.

Non solo. Crea molte complicazioni anche la procedura di consultazione e informazione sindacale, seppur in forma telematica che, diversamente da quanto e' accaduto per le prime zone rosse del Pase, sopravvive per la richiesta della cassa integrazione ordinaria.
Del pari, problematico è il coinvolgimento del sindacato nell'ambito dell'accordo quadro regionale previsto in caso di richiesta di cassa Integrazione in deroga.

Questo contesto suggerisce, dunque, interventi in grado, da un lato, di preservare l'importante ruolo del sindacato, dall'altro, e per contro, di scongiurare che le sabbie mobili dei tavoli negoziali inghiottiscano la necessità di urgenti integrazioni salariali.

Del resto, su questi tavoli, potrebbero riflettersi le tensioni che interessano aziende e organizzazioni di rappresentanza sul terreno delle sicurezza Non e' semplice, infatti, l'innalzamento delle garanzie a tutela della salute dei lavoratori, imposto da un'epidemia sconosciuta come quella in atto.

Per questo, del resto, il Protocollo sulla sicurezza e salute degli ambienti di lavoro sottoscritto il 14 marzo 2020, all'articolo 13, ha raccomandato la costituzione di un tavolo permanente di confronto tra imprese, sindacati e responsabili della sicurezza sugli impatti del "Covid19" nei contesti produttivi.

Il secondo bias investe i lavoratori dipendenti dalle aziende che, per insufficienza delle risorse messe in atto, non avranno accesso a nessuna integrazione salariale e che, in conseguenza del divieto di licenziamento economico sino alla metà inoltrata del prossimo maggio (articolo 46 de d.l. n.18 del 2020), non hanno la possibilità di accedere all'indennità di disoccupazione, c.d. Naspi, dovuta ai lavoratori licenziati.

In altre parole, come in un limbo, non solo saranno privati della retribuzione per l'indisponibilità economiche delle aziende colpite dall'emergenza, ma anche di qualsiasi sussidio statale, dalla cassa integrazione alla c.d. Naspi.

Per loro si impone, quindi, un paracadute cucito su misura.

Il terzo bias si intravede nell'esclusione della categoria dirigenti dal beneficio della cassa integrazione. L'emergenza, infatti, ha colpito loro al pari degli operai, degli impiegati e dei quadri ed impone una deroga al regime ordinario.

Il quarto bias e' rappresentato dall' eliminazione dell'obbligo di condizionalità per i percettori di c.d. Naspi e di reddito di cittadinanza, prevista dall'articolo 40 del decreto "Cura Italia", ovvero di quel meccanismo che condiziona l'erogazione del sussidio statale all'accettazione da parte degli stessi di un'eventuale proposta di lavoro.

Ed infatti, se non si impenna la necessità di alcuni lavori (a partire da quelli di servizio a domicilio per le persone piu' anziane) ma soltanto nell'ambito del comune di residenza nel rispetto dei limiti di spostamento, tale obbligo potrebbe quantomeno convertirsi in un obbligo di formazione e-learning, ovvero a distanza e a cura di centri di formazione accreditati. Contro la "quarantena intellettuale".

Infine, l'ultimo bias e' quello che scontano le previsioni relative alle diverse indennità in favore dei liberi professionisti, anche iscritti agli ordini, lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell'Inps, lavoratori stagionali, lavoratori del settore agricolo (dagli articoli da 27 a 30 del decreto "Cura Italia").

Questa moltiplicazione crea disorientamento, da essa sono rimaste escluse alcune importanti categorie come quella degli agenti di commercio, ma soprattutto l'importo complessivo dell'indennità e' insignificante. Si tratta di soli 600,00 euro.

E' ragionevole, viceversa, prevedere l'erogazione di un'indennità piu' alta a carico di un unico Fondo per coloro che, tra le categorie già incluse e quella degli agenti di commercio, comprovino determinate perdite di fatturato.

Del resto, l'emergenza ha diviso il mondo delle imprese e quindi dei professionisti che orbitano intorno ad esse, esattamente in due. Alcuni settori hanno intensificato la produzione, ad esempio quello delle industrie sanitaria (a partire dalla produzione di mascherine a quella dei letti in ospedali), farmaceutica e della grande distribuzione, altri sono vittime di una crisi senza precedenti, come il turismo, la ristorazione, la fieristica, il noleggio di auto. In definitiva, piu' che di una cura repentina, il Paese ha bisogno di una lunga terapia. E correggere i primi 5 bias e' soltanto il secondo dei tanti passi che sarà necessario compiere.

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