Affidamento in prova "allargato": interpretazione costituzionalmente orientata

28/04/2017 15:47


Fabrizio Ventimiglia, avvocato - Studio Legale Ventimiglia

La Sezione XI Penale del Tribunale di Milano, chiamata a pronunciarsi in merito ad un incidente di esecuzione avverso un ordine di esecuzione di una pena di anni tre e mesi nove di reclusione, ha emesso un'importante ordinanza con riferimento all'istituto dell'affidamento in prova, c.d. "allargato", introdotto con il D.L. n. 146 del 2013, aderendo ad un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 656, co. 5., c.p.p..

La materia del contendere trae origine dal mancato coordinamento tra la predetta norma e il nuovo comma 3 bis dell'art. 47 O.P., che ha appunto introdotto tale nuova ipotesi di affidamento in prova anche per pene sino ai quattro anni.

Tale disallineamento ha dato vita ad evidenti disparità di trattamento tra chi risulti condannato a pena infratriennale (e dunque ammesso all'affidamento in prova ex art. 47, commi 1, 2, 3, O.P.) e chi, invece, risulti condannato a pena infraquadriennale (e dunque ammesso all'affidamento in prova ex art. 47, comm3 bis, O.P.), che dovrebbe passare necessariamente dal carcere per richiedere la misura in oggetto.

Seppur, invero, con l'introduzione della nuova ipotesi di affidamento in prova non si sia proceduto semplicemente a modificare il tetto della pena massima eseguibile in affidamento, ma si sia creata una figura a sé stante, diversa certamente per il più lungo periodo di osservazione (un anno, in detenzione, misura cautelare o in libertà), ciò non pare tuttavia sufficiente a giustificare una così evidente disparità di trattamento, incidente sui principi costituzionali di cui all'art. 3 e 27, co. 3, Cost..

Di qui la scelta operata dall'XI Sezione del Tribunale di Milano con l'ordinanza in commento, volta appunto a fornire un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 656, co. 5, c.p.p. in grado di sopperire a tale vulnus normativo.

Orbene, il Tribunale nel caso in esame ha rilevato come la norma di cui all'art. 656, co. 5, c.p.p. vada necessariamente letta in combinato disposto con l'art. 47, co. 3 bis, O.P., dal momento che quest'ultimo prevede espressamente che il beneficio dell'affidamento in prova possa essere concesso anche al condannato che si trovi in libertà.

Tale interpretazione trova, peraltro, conferma in quella che è la ratio dell'affidamento in prova c.d. "allargato" pacificamente mirato verso una deflazione carceraria per i condannati in grado di ottenere l'ammissione alla suddetta misura alternativa; ratio che sarebbe altrimenti inevitabilmente disattesa.

Né potrebbe sostenersi che il P.M. nei casi di cui all'art. 47, co. 3 bis, O.P. non possa sospendere l'ordine di esecuzione poiché ciò implicherebbe una valutazione discrezionale sul merito del comportamento del condannato.

Difatti, afferma il Tribunale, il P.M. non dovrà far altro che operare una valutazione su dati formali emergenti in atti, come il limite di pena, l'assenza di pendenze, l'assenza di condanne per reati commessi nell'anno antecedente alla presentazione dell'istanza; proprio quanto è chiamato a fare nei casi di detenzione domiciliare ovvero di affidamento terapeutico già previsti dall'art. 656 co. 5 c.p.p..

Sarà poi ovviamente la Magistratura di Sorveglianza ad entrare nel merito della questione, valutando la fondatezza della richiesta mediante una autonoma ed approfondita decisione, che potrà certamente disattendere il giudizio "prognostico" operato dal P.M..

Alla luce di tale netta presa di posizione, pare oggi ancor più doveroso un intervento chiarificatore sul punto da parte della Suprema Corte di Cassazione, auspicabilmente volto a confermare l'interpretazione fatta propria, nell'ordinanza in commento, dal Tribunale di Milano.

Vetrina