regolamentazione del settore della canapa industriale

La nuova interpretazione della Corte di Cassazione della Legge 242 del 2016 e i riflessi sul "cannabidiolo"

12/03/2019 11:18

a cura di Avv. Spartak Kodra (Associate – Herbert Smith Freehills Milano)


Il 2 dicembre 2016, con l'approvazione della Legge n. 242 del 2016, in molti hanno esultato credendo che finalmente la nuova regolamentazione del settore della canapa industriale avrebbe portato assoluta chiarezza in un ambito che per troppo tempo era stato disciplinato da sole circolari ministeriali.

La Legge n. 242 del 2016, oltre a dare la definizione di canapa industriale (cioè tutte le varietà di canapa sativa - Cannabis sativa - munita di regolare cartellino ed iscritta negli appositi registri comunitari), si pone come obiettivo il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (dalla cui infiorescenza si ricava il CBD). In particolare, l'articolo 3, lettere b) e d) della legge prevede il sostegno della coltura della canapa per l'incentivazione dell'impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali nonché la produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori. Questo sostegno alla promozione della canapa industriale, tuttavia, trova anche dei limiti, come quello della presenza di una percentuale ricompresa tra lo 0.2% e lo 0.6% del chemiotipo delta-9-tetraidrocannabinolo ("THC", nonché la sostanza psicotropa che rende illegale il libero utilizzo della Cannabis sativa) nella canapa coltivata e una percentuale massima di THC negli alimenti (che ancora oggi deve essere stabilita dal Ministero della Salute anche se la Legge 242 del 2016 è entrata in vigore il 14 gennaio 2017).

Ma cosa hanno a che fare i limiti posti dalla Legge n. 242 del 2 dicembre 2016 al THC con il cannabidiolo ("CBD") che, pur essendo un cannabinoide, non presenta effetti psicotropi? Ebbene, con parere del 10 aprile 2018 sulla cosiddetta "cannabis light", il Consiglio Superiore della Sanità ("CSS") non si è limitato ad esprimersi solo sul THC e la sua possibilità di utilizzo nei vari prodotti, ma ha reso la sua autorevole opinione coinvolgendo anche il CBD. Il CSS sosteneva infatti che il "THC e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine" e raccomandava di vietare la vendita di prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, proprio come il CBD. Peraltro, il CSS non si limitava ad una mera considerazione scientifica, ma interpretava la Legge n. 242 del 2 dicembre 2016 affermando che tra le sue finalità non vi fosse la produzione delle infiorescenze di canapa – e quindi neppure dei suoi derivati come il CBD – e/o la loro libera vendita al pubblico.

Il parere del CSS ha avuto un effetto considerevole e quasi destabilizzante tra gli operatori commerciali di prodotti contenenti CBD. Ciò anche perché il Ministero della Salute, a tutt'oggi, non ha ancora preso alcuna posizione ufficiale in merito. Per esempio, a seguito del parere del CSS, il Ministero non si è ancora pronunciato sui livelli massimi di THC tollerabili negli alimenti poiché è in attesa di ulteriori chiarimenti da varie amministrazioni. Ciò ha avuto sicuramente un forte impatto anche sul CBD come sostanza alimentare. Al momento, l'utilizzo di CBD per prodotti alimentari è sostanzialmente bloccato seppure il CBD deve considerarsi un "novel food" ai sensi del Regolamento (UE) 2015/2283 ed è da tempo in corso a livello UE una procedura per la sua autorizzazione come tale. Altro esempio della portata del parere del CSS nei confronti del CBD è la circolare del 15 maggio 2018 dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Con questa circolare l'Agenzia dichiarava di non voler più rilasciare codici per la commercializzazione di prodotti contenenti CBD relativamente i liquidi da inalazione (e che pertanto non sarebbero più potuti essere immessi in consumo) in attesa di decisioni in merito da parte del Ministro della Salute. Questa decisione, ovviamente, ha inciso molto sull'utilizzo del CBD nelle sigarette elettroniche.

Si segnala però che una recente sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, potrebbe aiutare a rivedere il modo in cui è trattato il CBD. Difatti, se la Corte di Cassazione Penale con la sentenza n. 56737 del 17 dicembre 2018 aveva ritenuto che tra le finalità espresse e tassative della Legge n. 242 del 2 dicembre 2016 non vi era la commercializzazione dei prodotti derivanti dalla coltivazione di cannabis sativa quali le infiorescenze (quindi riprendendo le conclusioni del parere del CSS), la Sezione Sesta Penale della stessa Corte ha dato una interpretazione totalmente diversa alla Legge n. 242 del 2 dicembre 2016. La Corte, con la sentenza n. 4920 del 31 gennaio 2019 ha sostenuto infatti che la disciplina regolata dalla legge n. 242 del 2016, non rende lecita solo la coltivazione della cannabis contenente THC in misura non superiore allo 0,6%, ma anche la commercializzazione dei prodotti da essa ricavati, comprese le infiorescenze, per qualsiasi utilizzo che l'acquirente vorrà farne e che potrebbero riguardare l'alimentazione (infusi, tè, birre), la realizzazione di prodotti cosmetici, ma anche il "fumo".

A tale conclusione si deve giungere nel rispetto del "principio generale secondo il quale la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illeceità deve, in assenza di specifici divieti o controlli preventivi previsti dalla legge, ritenersi consentita nell'ambito del generale potere (agere licere) delle persone di agire per il soddisfacimento dei loro interessi (facultas agendi)". Il ragionamento della Corte pare essere molto lineare: anche se la commercializzazione della canapa coltivata non risulta essere indicata tra le finalità della Legge n. 242 del 2 dicembre 2016, ciò non deve significare che tale commercializzazione sia di per sé vietata. Infatti, la Legge in esame si riferisce ai produttori e alle aziende di trasformazione della canapa coltivata e non ai successivi passaggi della sua commercializzazione nelle varie forme. Essendo una legge di sostegno per la produzione della canapa, il riferimento ad una tipologia d'uso non comporta di per sé che gli altri usi possibili non menzionati siano per questo vietati. In altre parole, la Legge n. 242 del 2 dicembre 2016, rendendo lecita la coltivazione della Cannabis sativa nel rispetto dei parametri stabiliti, rende lecita anche la commercializzazione dei suoi derivati, come le infiorescenze (e il CBD da queste estratto), che rispettano gli stessi parametri. Pertanto, ai sensi di questa sentenza si potrebbe ritenere che il CBD ottenuto da infiorescenze commercializzate nel rispetto dei parametri stabiliti della Legge n. 242 del 2 dicembre 2016 debba essere considerato legalmente utilizzabile. Tale posizione è avvalorata anche dal fatto che il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo, con circolare del 22 maggio 2018 n. 70, ha ricondotto le infiorescenze alla categoria del florovivaismo e considerato lecito il loro commercio.

Seppure la sentenza n. 4920 del 31 gennaio 2019 sia un'apertura verso la libera commercializzazione del CBD in Italia, il fatto che la Corte di Cassazione abbia emesso due sentenze totalmente contrastanti in un lasso di tempo così ristretto (17 dicembre 2018 – 31 gennaio 2019), non fa altro che aumentare la necessità di ulteriori chiarimenti da parte delle amministrazioni e di una presa di posizione ufficiale da parte del Ministero della Salute sulla sua effettiva commercializzazione.