reati tributari e confisca

Reati tributari "in fermento": dalla confisca allargata alla possibile rilevanza in chiave 231/2001

| 15/10/2019 12:08

Avvocato


É di questi giorni la notizia di un nuovo intervento del Legislatore in materia di reati tributari e confisca.
Le novità riguardano da una parte la possibilità di estendere la c.d. confisca allargata anche in materia penal-tributaria; dall'altra si vuole introdurre nel novero dei reati presupposto di cui al D. Lgs. n. 231/2001 i reati tributari (è già stata votata una delega in materia di imposta sul valore aggiunto, ma ora pare essere intenzione del Legislatore estendere la responsabilità degli enti da reato anche alle fattispecie in materia di imposta sui redditi).
Per quanto riguarda la confisca allargata, la disciplina di riferimento è quella di cui all'art. 240 bis c.p. introdotta con il D.Lgs. n. 21/2018, in cui è confluito il primo comma dell'art. 12 sexies D.L. n. 306/1992, che disciplinava, appunto, la confisca allargata o per sproporzione.
Si tratta di estendere la possibilità di confiscare denaro, beni o altre utilità di cui la persona condannata per uno dei reati previsti dalla norma non possa giustificarne la provenienza e di cui risulta essere titolare, anche per interposta persona, o comunque di cui ne abbia la disponibilità a qualsiasi titolo e che abbiano un valore sproporzionato al proprio reddito.
La norma era stata originariamente pensata per combattere i reati di criminalità organizzata e, come chiarito dalla Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi in merito alla costituzionalità tra i reati presupposto della ricettazione, «la misura patrimoniale prevista dalla norma censurata si colloca nell'alveo delle forme "moderne» di confisca alle quali, già da tempo, plurimi Stati europei hanno fatto ricorso per superare i limiti di efficacia della confisca penale "classica": limiti legati all'esigenza di dimostrare l'esistenza di un nesso di pertinenza - in termini di strumentalità o di derivazione - tra i beni da confiscare e il singolo reato per cui è pronunciata condanna. Le difficoltà cui tale prova va incontro hanno fatto sì che la confisca "tradizionale" si rivelasse inidonea a contrastare in modo adeguato il fenomeno dell'accumulazione di ricchezze illecite da parte della criminalità, e in specie della criminalità organizzata: fenomeno particolarmente allarmante, a fronte tanto del possibile reimpiego delle risorse per il finanziamento di ulteriori attività illecite, quanto del loro investimento nel sistema economico legale, con effetti distorsivi del funzionamento del mercato.
Di qui, dunque, la diffusa tendenza ad introdurre speciali tipologie di confisca, caratterizzate sia da un allentamento del rapporto tra l'oggetto dell'ablazione e il singolo reato, sia, soprattutto, da un affievolimento degli oneri probatori gravanti sull'accusa.
Tra i diversi modelli di intervento in tale direzione, il più diffuso nel panorama europeo è quello della cosiddetta confisca dei beni di sospetta origine illecita: modello al quale è riconducibile anche la confisca "allargata" prevista dalla norma oggi censurata. Esso poggia, nella sostanza, su una presunzione di provenienza criminosa dei beni posseduti dai soggetti condannati per taluni reati, per lo più (ma non sempre) connessi a forme di criminalità organizzata: in presenza di determinate condizioni, si presume, cioè, che il condannato abbia commesso non solo il delitto che ha dato luogo alla condanna, ma anche altri reati, non accertati giudizialmente, dai quali deriverebbero i beni di cui egli dispone" (Corte Costituzionale n. 33/2018).
Il novero dei reati per cui risulta applicabile la fattispecie di cui all'art. 240 bis c.p. (già art. 12 sexies D.L. n. 306/1992) si è andata ampliando nel corso degli anni, sino a non limitarsi più a punire condotte inerenti la criminalità organizzata.
Al riguardo la Corte Costituzionale, nell'ambito della summenzionata sentenza, ha chiarito che «sebbene l'obiettivo della confisca "allargata" fosse stato esplicitamente individuato nel contrasto all'accumulazione dei patrimoni della criminalità organizzata, e mafiosa in specie, e alla loro infiltrazione massiccia nel circuito economico, la scelta dei "reati matrice" è risultata fin dal principio non rigorosamente sintonica rispetto a tale dichiarazione d'intenti.
A fianco di figure criminose che postulano un'organizzazione stabile e strutturata, diretta al conseguimento di profitti illeciti, quali l'associazione di tipo mafioso o l'associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, la norma censurata richiamava, infatti, sin dall'origine, una serie di altri delitti - quali l'estorsione, il sequestro di persona a scopo di estorsione, l'usura, il riciclaggio, il reimpiego, l'intestazione fittizia di beni, il traffico illecito di stupefacenti, il contrabbando aggravato (oltre, appunto, alla ricettazione, esclusa l'ipotesi del fatto di lieve entità di cui all'art. 648, secondo comma, cod. pen.) - i quali, pur essendo considerati tipici della criminalità organizzata (e mafiosa in particolare), in fatto ben possono essere perpetrati in contesti del tutto avulsi da questa e che neppure implicano, in modo assoluto e indefettibile, la qualità di delinquente "seriale" del loro autore" (Corte Costituzionale n. 33/2018).
É in questo contesto, dunque, che si andrebbe ad inserire la novella legislativa in materia penal-tributaria.
Tra i requisiti che devono essere presenti per l'applicazione della norma in esame, vi è quello della sproporzione tra i beni posseduti, anche per interposta persona, ed il reddito dichiarato o i proventi dell'attività economica esercitata.
Con riguardo all'accertamento di questa sproporzione è utile citare ancora la sentenza della Corte Costituzionale, laddove ha chiarito che «la presunzione di origine illecita dei beni del condannato insorge, d'altro canto, non per effetto della mera condanna, ma unicamente ove si appuri - con onere probatorio a carico della pubblica accusa - la sproporzione tra detti beni e il reddito dichiarato o le attività economiche del condannato stesso: sproporzione che - secondo i correnti indirizzi giurisprudenziali - non consiste in una qualsiasi discrepanza tra guadagni e possidenze, ma in uno squilibrio incongruo e significativo, da verificare con riferimento al momento dell'acquisizione dei singoli beni.
La presunzione, d'altra parte, è solo relativa, rimanendo confutabile dal condannato tramite la giustificazione della provenienza dei cespiti. Per giurisprudenza costante - almeno a partire dalla citata sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 920 del 2004 - non si tratta neppure di una vera e propria inversione dell'onere della prova, ma di un semplice onere di allegazione di elementi che rendano credibile la provenienza lecita dei beni» (Corte Costituzionale n. 33/2018).
Si tratta, in conclusione, di una scelta che appare coerente con le modifiche che hanno riguardato la confisca allargata nel corso degli anni e che andrà, presumibilmente, a sostituire l'art. 12 bis nel D.Lgs. n. 74/2000, che disciplina, ad oggi, in materia penal-tributaria la c.d. confisca per equivalente.
Un ultimo, breve cenno alla seconda modifica che si pensa di introdurre con riferimento al D.Lgs. n. 231/2001.
Da tempo, invero, si discute della possibilità di introdurre i reati tributari nel novero dei reati presupposto.
Già nel corso del 2019, il Legislatore era intervenuto con la Legge di delegazione europea 2018 con cui si prevedeva l'introduzione tra i reati presupposto dei reati tributari in materia di I.V.A..
Con l'inserimento dei reati tributari nel novero dei reati presupposto si farebbe certamente ordine nella gestione di tali fattispecie in ambito 231 (reati tributari che sono già stati oggetto di applicazione in ambito 231 o come reati scopo dell'associazione a delinquere o come reati presupposto del riciclaggio e dell'autoriciclaggio).

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