OSSERVATORIO 231

D.lgs. 231/2001 e "caporalato digitale". Il caso Uber conferma la centralità dei controlli sulle terze parti

03/07/2020 09:05

a cura dell'avv. Fabrizio Ventimilglia e del. Dott Marco Marengo, Studio Legale Ventimiglia


L'art. 25-quinquies, D.lgs. 231/2001, prevede la responsabilità amministrativa da reato degli enti in ipotesi di commissione di una serie di reati lesivi della personalità individuale, tra cui il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, previsto e punito dall'art. 603-bis cod. pen., noto anche come "caporalato".

La fattispecie è stata introdotta nel codice penale con il D.L. n. 138/2011 ed è stata in seguito modificata dalla L. n. 199/2016, che ne ha altresì previsto l'inserimento tra i reati presupposto della responsabilità ex D.lgs. 231/2001.

Il delitto nasce con l'intento di prevenire e reprimere gravi forme di sfruttamento e sottomissione dei lavoratori.

Nell'immaginario collettivo, "caporale" è, infatti, colui che recluta persone in stato di bisogno, solitamente per lo svolgimento di lavori agricoli, trattenendo per sé, dalla paga giornaliera dei lavoratori, una quota a titolo di compenso per la propria attività di "intermediazione". Invero, nella sua vigente formulazione, l'art. 603-bis cod. pen. si presta a intercettare una ben più vasta gamma di condotte lesive della dignità e della libertà di autodeterminazione dei lavoratori.
Di questa più ampia portata applicativa, recentemente, sembra aver fatto utilizzo il Tribunale di Milano, Sezione Misure di Prevenzione, che proprio con riferimento a un'ipotesi di agevolazione di condotte illecite ai sensi dell'art. 603-bis cod. pen. ha disposto l'amministrazione giudiziaria ex art. 34, D.lgs. n. 159/2011 (c.d. "Codice antimafia"), nei confronti di Uber Italy S.r.l., succursale italiana della nota Società di consegne a domicilio.

Com'è noto, il servizio offerto da Uber consiste nel mettere a disposizione degli utenti una piattaforma digitale volta a favorire l'incontro tra domanda e offerta di beni di consumo. Perfezionato l'acquisto, la merce viene consegnata a domicilio dai c.d. rider, ciclo-fattorini che prendono in carico gli ordini distribuiti dalla piattaforma in base a un algoritmo.

Peraltro, se quella appena descritta è la prima e più nota modalità di gestione degli ordini e delle consegne, ad essa si è affiancata nel tempo un'alternativa che prevede l'intermediazione di Società terze, c.d. fleet-partner. Tali imprese svolgono attività di reclutamento e gestione dei rider destinati ad essere impiegati, in maniera esclusiva, nell'evasione degli ordini riferibili a uno o a più determinati ristoratori (spesso appartenenti a grandi catene commerciali, caratterizzate dall'esigenza di poter contare su una "flotta" stabile di ciclo-fattorini).

Le indagini in corso per il delitto di cui all'art. 603-bis cod. pen. - parallelamente alle quali è stato anche avviato il procedimento di prevenzione - si riferiscono ad attività che sarebbero state poste in essere da Società terze rispetto alla "galassia Uber", ma operanti proprio in qualità di fleet-partner.

In particolare, le attività istruttorie, consistite nell'acquisizione di sommarie informazioni testimoniali, sequestri e intercettazioni, riferiscono a queste imprese condotte di "sopraffazione retributiva e trattamentale" ai danni dei ciclo-fattorini, costretti a lavorare per un compenso "a cottimo puro" pari a tre euro netti a consegna e per un monte orario incompatibile con la tutela della loro salute e sicurezza. Secondo quanto evidenziato dall'organo proponente, inoltre, i rider sarebbero stati appositamente reclutati tra persone migranti da paesi extracomunitari, spesso residenti presso i centri di accoglienza, allo scopo di sfruttarne le condizioni di fragilità e di impossibilità a far valere le proprie ragioni. In questo contesto, i dipendenti di Uber Italy S.r.l. avrebbero agevolato le attività illecite delle fleet-partner omettendo colposamente qualunque controllo sulle modalità di gestione del rapporto lavorativo con i rider, ciò che, unitamente alla ritenuta consistenza del quadro indiziario a carico degli indagati, ha giustificato la misura preventiva dell'amministrazione giudiziaria di cui all'art. 34, D.lgs. n. 159/2011 (cfr. pagg. 4 e ss. del Decreto).

È interessante notare, peraltro, come nel disporre la misura il Tribunale di Milano abbia scelto di non attribuire al "commissario" il compito (e i poteri) di sostituirsi in toto all'organo gestorio, soluzione ritenuta non appropriata al caso di specie anche in considerazione delle specifiche com petenze necessarie a garantire l'efficace proseguimento dell'attività. Un ruolo centrale, invece, viene attribuito alla necessità di verificare l'esistenza e l'adeguatezza di un Modello organizzativo ex D.lgs. 231/2001, compito del quale l'Amministratore Giudiziario è espressamente chiamato a farsi carico. Al riguardo, se la verifica dovesse dare esito negativo, potrebbe quindi aprirsi la strada anche per una contestazione alla Società della responsabilità da reato degli enti.

Il richiamo al D.lgs. 231/2001 è del resto coerente con l'impianto motivazionale del decreto e con i tratti della vicenda come sin qui emersi. In particolare, si pensi a come l'elemento dell'omesso controllo, ipotizzato in capo ai dipendenti Uber Italy S.r.l., possa porsi proprio quale indice di gravi deficienze organizzative che l'adozione e l'efficace attuazione di un Modello organizzativo ex D.lgs. 231/2001 avrebbe potuto e dovuto intercettare e sopperire. Come già ricordato, infatti, l'art. 603-bis, cod. pen., è ricompreso nel catalogo dei reati presupposto che possono determinare la responsabilità dell'ente ai sensi del D.lgs. 231/2001.

Ancorché il "caso Uber" presenti tratti del tutto peculiari, associati inoltre a una interpretazione evolutiva della fattispecie di cui all'art. 603-bis cod. pen., il tema di fondo, con riferimento al D.lgs. 231/2001, sembra essere ancora una volta quello della predisposizione e dell'efficace attuazione di controlli tracciabili ed effettivi sulle c.d. "terze parti" e, in particolar modo, sulle Società presso le quali siano esternalizzate porzioni più o meno ampie dell'attività di impresa. Al riguardo, le best practice consolidatesi in quasi vent'anni di applicazione del D.lgs. 231/2001 prevedono una
vasta gamma di soluzioni, dalla semplice raccomandazione di scambi informativi frequenti e tracciabili, ideale per le realtà imprenditoriali più ridotte, fino alla definizione di articolati report periodici e piani di audit per le aziende più strutturate.

L'impresa che scelga di avvalersi di aiuti esterni nello svolgimento di determinate funzioni e/o attività aziendali ovvero nell'adempimento di obblighi legali (si pensi alla tenuta della contabilità o agli adempimenti fiscali), come conferma la vicenda in oggetto, non può quindi disinteressarsi di quanto compiuto dal terzo per proprio conto, ma è chiamata a individuare, tra le molteplici soluzioni possibili, quella più adeguata a garantire il monitoraggio circa la costante professionalità e correttezza dei propri partner commerciali, consulenti e fornitori.

Va dato atto, peraltro, di come l'incessante evoluzione della scienza e della tecnica, unitamente agli sforzi della giurisprudenza nell'adeguare un impianto normativo non sempre all'altezza di tali cambiamenti, possano mettere a dura prova i sistemi di compliance strutturati anche dalle realtà più attente al rispetto dei principi di corporate governance. In questo contesto, a nostro avviso, l'Organismo di Vigilanza previsto dall'art. 6, comma 1, lett. b), D.lgs. 231/2001, sarà chiamato a svolgere nel tempo un ruolo sempre più importante nell'agevolare l'individuazione dei rischi emergenti e delle soluzioni più appropriate al caso singolo.

Con riferimento al caso di specie, in particolare, l'eventuale consolidarsi dell'interpretazione evolutiva della fattispecie di cui all'art. 603-bis, cod. pen., potrebbe portare, in alcune realtà, all'esigenza di ripensare l'analisi dei rischi già effettuata con riferimento ai delitti contro la personalità individuale (art. 25-quinquies, D.lgs. 231/2001). Sarà fondamentale, pertanto, monitorare nei prossimi mesi gli sviluppi di questa e di altre analoghe vicende, che sembrano delineare i tratti di quello che è stato definito come il nuovo "caporalato digitale".

L'Osservatorio è curato per Diritto24 dall'avv. Fabrizio VENTIMIGLIA, Avvocato Penalista Studio legale Ventimiglia e Presidente Centro Studi Borgogna.

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