accesso aGLI ATTI LIMITATO

Risk management sanitario, gestione insindacabile dal privato

| 24/5/2019

Consiglio di Stato - Sentenza n. 3263/2019

La gestione del "Risk management" sanitario, da parte dell'ospedale, non è sindacabile dal privato. Il cittadino, infatti, non ha una posizione di "interesse legittimo" tutelabile avanti al giudice amministrativo sugli atti con i quali l'amministrazione organizza e attua l'attività di prevenzione e gestione del rischio. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, sentenza n. 3263/2019, accogliendo il ricorso dell'Azienda sanitaria locale di Pescara. In primo grado, invece, il Tar aveva annullato, su richiesta dei parenti di una donna deceduta «dopo numerosi reinterventi chirurgici», la nota emessa dalla Asl, in risposta alla richiesta di accesso agli atti, con cui l'amministrazione dichiarava di non aver qualificato l'evento come «sentinella», e dunque di non averlo considerato «potenzialmente evitabile». La Terza Sezione, ribaltando il verdetto, chiarisce però che il paziente, o i parenti, non possono sindacare se l'ospedale abbia qualificato correttamente o meno l'evento come "sentinella". L'azione annullatoria infatti non può tradursi in un "monito" per il futuro, ed indirizzare la gestione della PA.

L'attività di risk management, ricorda la decisione, ha trovato applicazione in ogni settore dell'economia moderna e, quindi, anche dell'attività pubblica. È definibile come quel processo attraverso il quale si identifica, si stima o misura un rischio e, successivamente, si sviluppano strategie mediante il coordinamento delle risorse per minimizzarlo e governarlo. E se la sicurezza delle cure è parte costitutiva del «diritto alla salute», è pur vero – prosegue la sentenza - che (articolo 1, co. 2, della l. n. 24 del 2017) «la sicurezza delle cure si realizza anche mediante l'insieme di tutte le attività finalizzate alla prevenzione e alla gestione del rischio connesso all'erogazione di prestazioni sanitarie e l'utilizzo appropriato delle risorse strutturali, tecnologiche e organizzative». In tal modo l'ordinamento ha abbandonato «il culto per la responsabilità personale per promuovere la cultura della sicurezza curativa, in un approccio sistemico al rischio clinico». Passando da una responsabilità retrospettiva, che guarda a chi ha commesso l'errore, ad una responsabilità prospettiva, che guarda al perché è accaduto l'errore e a come evitarlo.
In questo senso, la dimensione esclusivamente collettiva del diritto della salute impedisce che il privato possa ritenersi portatore di un interesse legittimo al suo corretto esercizio che, in ultima analisi, non coincida con un interesse al ristoro del danno subito. In questo caso però la tutela dovrà essere perseguita in sede civilistica o anche penalistica e non davanti al giudice amministrativo.

La segnalazione del c.d. evento sentinella, dunque, non esplica alcun effetto sulla sfera giuridica del paziente e dei suoi parenti. Su questa linea, l'art. 1, co. 539, lett. a), l. n. 208 del 2015 come modificato dall'art. 16, co. 1, l. n. 24 del 2017, prevede che «i verbali e gli atti conseguenti all'attività di gestione del rischio clinico non possono essere acquisiti o utilizzati nell'ambito di procedimenti giudiziari». Viceversa, conclude sul punto il Cds, si riconoscerebbe al privato «una superlegittimazione di stampo popolare e di carattere inquisitorio sull'esercizio dell'attività di gestione del rischio sanitario, che è e resta di insindacabile apprezzamento della sola autorità sanitaria preposta alla gestione del rischio sanitario per approntare strumenti efficaci per il futuro, "imparando dall'errore", per quanto questo errore abbia potuto, in ipotesi, danneggiare il singolo».
Infine, la decisione chiarisce che il tempo della comunicazione tra medico e paziente, che (art. 1, comma 8, della l. n. 219 del 2017) costituisce «tempo di cura», è un «momento essenziale» e non dipende dalla qualificazione dell'evento come sentinella, perché anzi, proprio a fronte dell'exitus che ha colpito il paziente dopo la terapia, il medico ha il dovere di informare i parenti con chiarezza, veridicità e semplicità, ma anche con una sensibilità che tenga conto del loro dolore.