XXXIV CONGRESSO FORENSE

“Monocommittenza”, uno statuto per gli Avvocati

| 8/10/2018

La cifra politica del XXXIV Congresso Nazionale Forense, benché dedicato all'ambizioso tema dell'avvocato nella Costituzione, si può racchiudere in un numero: 141. È la numerazione della mozione sull'avvocato “monocommittente” approvata a larghissima maggioranza dall'Assise congressuale. In breve, l'Avvocatura ha definitivamente preso atto della esistenza, all'interno della categoria, di una vasta platea di professionisti che prestano la loro opera negli studi professionali di ogni dimensione ma non hanno – per scelta o per necessità – una propria clientela. Ebbene, il Congresso ha riconosciuto e – potremmo dire – sdoganato questa realtà, affidando agli Organismi di rappresentanza il mandato di adoperarsi affinché il legislatore disciplini la materia.

Certo, esaminando la mozione si coglie immediatamente lo sforzo di tutelare maggiormente questi professionisti senza vulnerarne la autonomia ed indipendenza; ed infatti la mozione 141, a differenza di altre che invece viravano in direzione più energica verso il rapporto di impiego subordinato, ribadisce che l'avvocato monocommittente è e rimane un libero professionista, anche se con uno status particolare. D'altronde, sarebbe stata una evidente fuga in avanti una diversa opzione, tanto più in un Congresso in cui si parlava della dignità costituzionale della professione forense.

E non può sfuggire l'importanza di una mozione che solo alcuni anni addietro verosimilmente sarebbe stata bocciata in modo sonoro da una categoria abbastanza refrattaria alle novità. Segno, a me sembra, dei tempi che cambiano e di un atteggiamento più laico di un ceto professionale comunque attento alla conservazione. Tanto attento alla tradizione da prevedere ed auspicare la tipizzazione dell'avvocato monocommittente che presti la propria opera a favore e nell'interesse di un altro avvocato o di uno studio professionale, trascurando letteralmente di disciplinare il caso in cui il rapporto di monocommittenza sia direttamente con il cliente. Dimenticanza probabilmente non casuale, che tradisce comunque la diffidenza ancora marcata verso le logiche più prossime al mondo dell'impresa.

Ne sono in qualche modo testimonianza le mozioni sulle società tra avvocati.

Il Congresso, infatti, ha ribadito, approvando la mozione n. 155, la assoluta contrarietà al socio di capitale, anche se – molto pragmaticamente – ha previsto una serie di subordinate, affidando agli organi di rappresentanza la “mission” di fare recepire al legislatore una serie di modifiche che almeno neutralizzino le minacce più gravi per l'autonomia ed indipendenza che – secondo i più – si celano dietro l'attuale assetto normativo delle società tra avvocati e che inoltre favoriscano la diffusione di questi modelli organizzativi, ancora pressoché sconosciuti. In tale ultima prospettiva, sono certamente interessanti le mozioni 178 e 179 (quest'ultima presentata dall'Aiga) che auspicano – tra l'altro - la estensione alle società tra avvocati dei criteri di distribuzione degli utili delle associazioni professionali.

In conclusone, sebbene le altre – numerose – mozioni politiche approvate dal Congresso non siano meno importanti, a me pare che quella sull'avvocato monocommittente e quelle sulle società tra avvocati siano maggiormente sintomatiche di un cambiamento di prospettiva di un ceto professionale che deve essere guidato in un continuo ed inesorabile processo di modernizzazione. Questo è il compito di chi aspira ad essere classe dirigente e dunque questa è la sfida del rinnovato Organismo Congressuale Forense.

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