corte costituzionale

Consulta: dirigenti pubblici, reddito e patrimonio online solo per apicali

22/2/2019

Cade l'obbligo di pubblicare online i dati personali sul reddito e sul patrimonio dei dirigenti pubblici diversi da quelli che ricoprono incarichi apicali. Con la sentenza n. 20 depositata oggi (relatore Nicolò Zanon), la Corte costituzionale ha infatti dichiarato illegittima la disposizione che estendeva a tutti i dirigenti pubblici gli stessi obblighi di pubblicazione previsti per i titolari di incarichi politici. La pubblicazione riguarda, in particolare, i compensi percepiti per lo svolgimento dell'incarico e i dati patrimoniali ricavabili dalla dichiarazione dei redditi e da apposite attestazioni sui diritti reali sui beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri, sulle azioni di società e sulle quote di partecipazione a società.

Questi dati, in base alla disposizione censurata dalla Corte, dovevano essere diffusi attraverso i siti istituzionali e potevano essere trattati secondo modalità che ne avessero consentito l'indicizzazione, la rintracciabilità tramite i motori d ricerca web e anche il loro riutilizzo. La Corte ha però ritenuto "irragionevole" il bilanciamento operato dalla legge tra due diritti: "quello alla riservatezza dei dati personali" e quello "dei cittadini al libero accesso ai dati e alle
informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni".

Per il Garante per la privacy, Antonello Soro: "La sentenza indica con nettezza un percorso virtuoso di bilanciamento tra la protezione dei dati personali e gli altri interessi costituzionalmente rilevanti, che alla prima possano contrapporsi nell'ambito delle politiche pubbliche". "Il legislatore spesso, anche in queste settimane - sottolinea Soro - ha opposto una certa insofferenza al nostro richiamo al rispetto del principio di proporzionalità che deve governare il bilanciamento tra diritti, libertà e altri beni giuridici primari. Sarebbe bene se, in futuro, si facesse ricorso a un supplemento di prudenza, seguendo l'indirizzo tracciato dalla Corte, nel segno del principio di ragionevolezza".

La motivazione
Secondo i giudici costituzionali, il legislatore, nell'estendere tutti questi obblighi di pubblicazione alla totalità dei circa 140.000 dirigenti pubblici (e, se consenzienti, ai loro coniugi e parenti entro il secondo grado), ha "violato il principio di proporzionalità, cardine della tutela dei dati personali e presidiato dall'articolo 3 della Costituzione". Pur riconoscendo che gli obblighi in questione sono funzionali all'obiettivo della trasparenza, e in particolare alla lotta alla corruzione nella Pubblica
amministrazione, la Corte ha infatti ritenuto che "tra le diverse misure appropriate non è stata prescelta, come richiesto dal principio di proporzionalità, quella che meno sacrifica i diritti a confronto". In vista della trasformazione della Pa in una "casa di vetro", il legislatore "può prevedere strumenti che consentano a chiunque di accedere liberamente alle informazioni
purché, però, la loro conoscenza sia ragionevolmente ed effettivamente collegata all'esercizio di un controllo".
Ora, ciò "vale certamente per i compensi di qualsiasi natura connessi all'assunzione della carica nonché per le spese relative ai viaggi di servizio e alle missioni pagate con fondi pubblici, il cui obbligo di pubblicazione viene preservato, dalla sentenza, per tutti i dirigenti pubblici. Non così per gli altri dati relativi ai redditi e al patrimonio personali, la cui pubblicazione era imposta, senza alcuna distinzione, per tutti i titolari di incarichi dirigenziali". Si tratta, infatti, di "dati che non sono necessariamente e direttamente collegati all'espletamento dell'incarico affidato". Inoltre, "la loro pubblicazione non può essere sempre giustificata - come avviene invece per i titolari di incarichi politici - dalla necessità di rendere conto ai cittadini di ogni aspetto della propria condizione economica e sociale allo scopo di mantenere saldo, durante il mandato, il rapporto di fiducia che alimenta il consenso popolare". A ciò si aggiunga che "la pubblicazione di quantità così massicce di dati (...) non agevola affatto la ricerca di quelli più significativi, anche a fini anticorruttivi, e rischia, anzi, di generare 'opacità per confusione' oltre che di stimolare forme di ricerca tendenti unicamente a soddisfare mere curiosità".
Secondo la Corte - che lascia al legislatore la riforma della materia - la sentenza "garantisce, insieme al diritto alla privacy, la tutela minima delle esigenze di trasparenza amministrativa individuando nei dirigenti apicali delle amministrazioni statali coloro ai quali sono applicabili gli obblighi di pubblicazione imposti" dalla legge.

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