principio di offensività

Cannabis light: reato la vendita anche con minimo effetto drogante

11/7/2019

Corte di cassazione - Sezioni unite - Sentenza 11 luglio 2019 n. 30475

La vendita al pubblico di foglie, inflorescenze, olio e resina derivanti dalla coltivazione di cannabis sativa L, è vietata anche se il contenuto di Thc è inferiore ai valori indicati nella legge 242/2016, salvo che sia in concreto priva di ogni efficacia drogante. È questo il principio contenuto nelle motivazioni delle Sezioni unite della Cassazione, sentenza n. 30475 di oggi, relative alla decisione del maggio scorso. «La commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa – si legge infatti nella decisione - non rientra nell'ambito di applicabilità della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l'attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole (articolo 17 direttiva 2002/53/Ce) e che elenca tassativamente i derivati della predetta coltivazione che possono essere commercializzati, sicché la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L, quali foglie, inflorescenze, olio, resina, sono condotte che integrano il reato di cui all'articolo 73 del Dpr 309/1990, anche a fronte di un contenuto di Thc inferiore ai valori indicati dall'articolo 4, commi 5 e 7, della legge 242/2016, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività».

La motivazione - Dunque, la coltivazione della cannabis è consentita senza necessità di autorizzazione esclusivamente per i prodotti elencanti dalla legge 242 del 2016: alimenti, fibre e carburanti ma non hashish e marijuana. E non vale come scriminante il livello di Thc inferiore allo 0,6%.
"La coltivazione della cannabis e la commercializzazione dei prodotti da essa ottenuti, quali foglie, inflorescenze, olio e resina, in assenza di alcun valore soglia preventivamente individuato dal legislatore penale rispetto alla percentuale di Thc", precisa la Cassazione, rientrano nell'ambito di applicazione del testo unico sugli stupefacenti, con la sola "eccezione" riguardante la "canapa coltivata esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali". La Cassazione richiama la disciplina europea, dalla quale quest'ultima legge deriva e, precisa, riguarda il solo ambito "agroindustriale". Pertanto la coltivazione "connessa e funzionale alla produzione di sostanza stupefacenti, rientra certamente tra le condotte che gli Stati membri sono chiamati a reprimere". Del resto, la legge del 2016 fa espresso riferimento alla finalità della coltivazione, che deve essere funzionale "esclusivamente" alla produzione di fibre e alla realizzazione di usi industriali "diversi" da quelli relativi alla produzione di sostanze stupefacenti. E', dunque, "tassativo" l'elenco dei prodotti che è possibile ottenere, che va dagli alimenti ai materiali per la bioedilizia, ma non include foglie, olio o resina ad ricreativo. Una precisazione resa necessaria da una precedente interpretazione "allargata" della stessa Cassazione, che ha poi richiesto l'intervento delle Sezioni Unite. Non è possibile invocare la scriminante, prevista sempre dalla legge del 2016, del livello di principio attivo "Thc" sotto lo 0,6%, che vale "esclusivamente per il coltivatore", per salvaguardare quei casi in cui la maturazione del prodotto faccia innalzare i livelli di Thc. Tanto più che la tabella allegata al testo unico sugli stupefacenti "richiama i derivati della cannabis, senza fare alcun riferimento alle concentrazione di Thc presente nel prodotto". Pertanto, "si impone - aggiunge la Cassazione - l'effettuazione della puntuale verifica della concreta offensività delle singole condotte, rispetto all'attitudine delle sostanza a produrre effetti psicotropi", significa che "occorre verificare la rilevanza penale della singola condotta, rispetto alla reale efficacia drogante.

Legge non chiara - Dalla Corte però arriva anche una precisazione rivolta agli inquirenti che è una sorta di "salvacondotto" per chi, infilandosi nelle maglie di una normativa non troppo chiara, quella sulla filiera della canapa, ha aperto attività come i cannabis shop e ora rischia guai con la legge. In sostanza, i commercianti potrebbero essere "salvati" dal fatto che la legge è troppo oscura. In calce alla sentenza sulla cannabis light, le Sezioni Unite rilevano che sull'argomento ci sono state "asimmetrie interpretative" e queste possono sortire "una ricaduta sull'elemento conoscitivo del dolo del soggetto, rispetto alla commercializzazione dei derivati della cannabis sativa light", effettuate all'indomani della entrata in vigore della nuova legge, e questo non può non avere un peso sui giudizi. A tale proposito, come principio generale, la Cassazione ricorda che al giudizio "sulla inevitabilità dell'errore sul divieto", cui consegue "l'esclusione della colpevolezza", deve tenere conto di criteri oggettivi, "quali l'assoluta oscurità del testo legislativo" o "l'atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari".

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