responsabilità penale d’impresa

“Bribery Act 2010”, corruzione privata e D.Lgs. n. 231/2001

| 06 Aprile 2012

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Dal luglio 2011 è entrato in vigore nel Regno Unito il “Bribery Act 2010”, con il quale è stata disciplinata sia la corruzione nell’ambito della Pubblica Amministrazione sia la corruzione privata, con abrogazione della precedente normativa.

Oltre a prevedere varie fattispecie di reato in relazione a fenomeni corruttivi (si tratta, in particolare della: corruzione attiva verso soggetti pubblici o privati (Section 1); corruzione passiva verso soggetti pubblici o privati (Section 2); corruzione di un pubblico funzionario straniero (Section 6); mancata prevenzione della corruzione da parte della società (Section 7), esso ha introdotto nell’ordinamento inglese la responsabilità penale dell’impresa per i reati di corruzione commessi da soggetti che operano in nome e per conto della medesima, ogni qual volta l’azienda non si sia dotata di Modelli Organizzativi interni, volti a prevenire tali atti.



Notevole, dunque, appare il parallelismo tra la norma britannica e quanto stabilito dal D.Lgs. 231/2001, in quanto la responsabilità dell’ente sussiste nel caso di commissione di un reato di corruzione da parte di una persona che abbia con l’ente una relazione qualificata, preesistente alla commissione del reato e sempre che non esistano modelli organizzativi e procedure adeguate.

Con l’adozione di idonee misure, l’ente può infatti difendersi dimostrando che, nonostante la corruzione sia avvenuta, esistevano adeguate procedure volte ad impedire tali atti di corruzione. Per individuare siffatti protocolli, il Ministero della Giustizia inglese ha pubblicato, nel marzo 2011, la “Guidance about procedures which relevant commercial organisations can put into place to prevent persons associated with them from bribing (section 9 of the Bribery Act 2010)” , ossia una guida sulle procedure che le aziende possono mettere in atto per impedire alle persone ad esse associate di compiere atti di corruzione.

Il documento, ideato per essere una linea guida generale, contiene sei principi, ognuno dei quali presenta anche commenti ed esempi, ma, per espressa indicazione del Ministero della Giustizia britannico, i suggerimenti ivi contenuti non possono essere considerati come applicabili immediatamente ed indiscriminatamente in ogni situazione.

Decidere se l’organizzazione abbia adeguate procedure per prevenire la corruzione nell’ambito di un procedimento giudiziario è una questione complessa che può essere risolta solo dal Giudice, tenendo conto dei fatti e delle circostanze del caso. Rimane tuttavia a carico dell’organizzazione – che intenda difendersi – dimostrare di possedere procedure adeguate per prevenire la corruzione, che nel caso di organizzazioni di piccole o medie dimensioni è probabile ritenere siano diverse da quelle adatte per una grande azienda multinazionale.

La legge britannica ridefinisce, dunque, il concetto di corruzione (naturalmente già preesistente) e recepisce la convenzione internazionale Ocse sugli illeciti pagamenti a funzionari stranieri, contemplando il bribery come la concessione di un vantaggio ad un altro soggetto affinché quest’ultimo abbia un comportamento “inappropriato” (improper): la principale differenza rispetto alla normativa italiana è che in Gran Bretagna si commette bribery sia quando il soggetto corrotto è pubblico sia quando esso è privato.

Ciò significa che è stato introdotto in Gran Bretagna il reato di corruzione privata che, in adempimento della Decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio UE sulla lotta contro la corruzione nel settore privato (a data 22 luglio 2003), gli Stati Membri erano tenuti ad introdurre nei propri ordinamenti entro il termine del 22 luglio 2005, ma che in Italia attende ancora una esaustiva codificazione.

Con la Legge Comunitaria 2007 (L. 25 febbraio 2008, n. 34, artt. 28 e 29) è stato, infatti, delegato il Governo a dare attuazione alla suddetta Decisione quadro entro il 21 marzo 2009. La delega al Governo ha previsto l’introduzione di una nuova fattispecie di reato societario relativa agli atti di “distorsione della concorrenza” (c.d. corruzione privata), nonché la conseguente estensione della responsabilità amministrativa degli Enti (di cui al D.Lgs. 231/2001). Purtroppo, però, il termine è decorso inutilmente.

Con riferimento alle ulteriori disposizioni che regolano, anche a livello internazionale, la materia della lotta alla corruzione, v’è da segnalare che, in data 14 marzo 2012, il Senato ha approvato il disegno di legge relativo alla ratifica della Convenzione penale sulla corruzione, fatta a Strasburgo il 27 gennaio 1999 ed in vigore dal luglio 2002 (DDL S.850). L’esame del disegno di legge è dunque passato alla Camera (DDL C.5058).

Inoltre, il c.d. “DDL anticorruzione” (DDL S.2156, approvato dal Senato il 15 giugno 2011 e in attea di approvazione alla Camera: C.4434), se pure attualmente in un momento di stallo, ha di recente formato oggetto del dossier conclusivo della prima fase di attività e pubblicato dalla Commissione di Studio su trasparenza e corruzione nella P.A. (cd. “Commissione Patroni Griffi”) il 22 marzo 2012. Tra le proposte della Commissione, l’affidamento ai Prefetti dei compiti di supporto e monitoraggio dei Piani comunali di prevenzione della corruzione, con verifica costante della coerenza degli stessi rispetto alle Linee Guida elaborate dell’Autorità nazionale anticorruzione, nonché il rafforzamento della figura del Segretario comunale, cui affidare la responsabilità della prevenzione.

Peraltro, la Commissione Europea, con la Relazione al Parlamento Europeo e al Consiglio (del 6 giugno 2011), ha segnalato numerose inefficienze a carico di alcuni Stati Membri (tra i quali l’Italia), che non hanno dato completo recepimento alla decisione quadro sulla corruzione privata; dal canto suo, il Parlamento Europeo, con una Risoluzione approvata a larga maggioranza il 15 settembre 2011, ha chiesto alla Commissione di intensificare la lotta alla corruzione, sottolineando non solo l’importanza di contrastare il fenomeno in modo serio, ma auspicando anche una “maggiore trasparenza delle operazioni finanziarie, specie quelle che interessano le cosiddette giurisdizioni offshore all’interno della UE e nel resto del mondo”. Inoltre, il 14 marzo 2012, il Parlamento di Strasburgo ha istituito la prima commissione speciale sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio.

La legge britannica vigente dal luglio 2011 è, d’altro canto, molto chiara nello stabilire che chiunque eserciti “business¨ nel Regno Unito, a prescindere dalla sede dell'impresa, dovrà adeguarsi al Bribery Act.

Con ciò diviene ipotizzabile l’applicazione delle previsioni contenute nel Bribery Act anche per le aziende italiane, con conseguente sottoposizione ad indagini da parte degli organi di polizia giudiziaria per conto delle agenzie investigative britanniche, sia nel caso in cui esse siano presenti nel Regno Unito, ad esempio, attraverso una propria società controllata, sia anche nell’ipotesi in cui esse ivi svolgano unicamente la propria attività, attraverso agenti, distributori e associazioni temporanee di imprese. Lo stesso accade naturalmente anche con riguardo alle società aventi sede in Italia e facenti parte di gruppi costituiti nel Regno Unito.



In tal modo un procedimento di indagine, avviato ad opera delle agenzie investigative britanniche, potrà sfociare in un’informazione di garanzia ex art. 57 D.Lgs. 231/2001, in virtù del quale la società si troverà a dover fornire la prova di aver predisposto misure adeguate rispetto a due distinti sistemi di compliance, ovvero il “Decreto 231” ed il “Bribery Act”, con conseguente integrazione del Modello Organizzativo eventualmente adottato ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

La mossa del legislatore britannico evidenzia un movimento sempre più diffuso a livello internazionale di lotta alla criminalità di impresa e in particolar modo alla corruzione, che è da considerare una pratica distorsiva del corretto funzionamento del mercato e della concorrenza, altamente insidiosa, con un ampio spettro di effetti corrosivi nei vari ambienti sociali, in grado di minacciare la democrazia e lo stato di diritto ed aiutare lo sviluppo sia della criminalità organizzata che del terrorismo.

Ovviamente, riuscire ad imporre alle imprese standard di comportamento omogenei che prescindono dalla nazionalità di provenienza, comporterà maggior tutela della concorrenza, in quanto gli oneri sopportati da alcune (e, nel caso di specie, le italiane) per adeguare la struttura organizzativa a dettami legislativi di settore (come il D.Lgs. 231/2001), diventeranno un fattore che mette meno a rischio la competitività, nei confronti delle aziende straniere.