RESPONSABILITA' AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI

231: scrimina l’adeguata adozione del modello organizzativo in presenza di elusione fraudolenta delle sue regole

| 08 Agosto 2012

A CURA DELLA REDAZIONE DI LEX24
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La Corte d’Appello di Milano, seconda sezione penale, con sentenza n. 1824 del 21.3.2012, depositata in cancelleria il 18.6.2012, ha sancito che la corretta ed adeguata adozione del modello organizzativo, prescritto dal D. Lgs. 8.6.2001, n. 231, è sufficiente per liberare l’ente dalla responsabilità connessa alla commissione di reati da parte di persone fisiche che ricoprono posizioni apicali al suo interno.

Il provvedimento costituisce una novità rispetto alla precedente produzione giurisprudenziale che finora, in circostanze analoghe, aveva sempre ravvisato la punibilità dell’ente.

La fattispecie sottoposta al giudizio della Corte aveva ad oggetto la commissione del reato di aggiotaggio ad opera del presidente del consiglio di amministrazione e dell'amministratore delegato di una società.

Questi ultimi si erano resi responsabili della diffusione di notizie false e concretamente idonee ad alterare il valore delle azioni dell'ente e delle obbligazioni da quest'ultimo emesse.

In particolare, i vertici aziendali non avevano rispettato il complesso sistema di elaborazione delle comunicazioni rivolte al mercato, previsto dalle procedure interne al fine di scongiurare il rischio specifico di commissione del reato di cui all'art. 2637 c.c.

Gli imputati avevano, infatti, manipolato la bozza di alcuni comunicati stampa elaborati (utilizzando dati corretti) dalle funzioni interne della società.

La Corte d’Appello ha preliminarmente osservato che il legislatore, con l’entrata in vigore del D. Lgs. n. 231/2001, ha introdotto specifiche procedure di controllo, adottabili dagli enti forniti di personalità giuridica e dalle società e/o associazioni, anche prive di personalità giuridica, idonee ad esonerare da ogni responsabilità concorrente in occasione di reati commessi da soggetti operanti al loro interno.

In particolare, le norme di cui agli artt. 6 e 7 del decreto in parola prescrivono che l’adozione ed efficace attuazione di un modello di organizzazione, gestione e controllo da parte dell’ente costituisce causa esimente.

L’efficacia scriminante può essere riconosciuta, però, solo a quei modelli adottati ex ante rispetto alla commissione del reato.

Gli stessi devono presentare il contenuto minimo essenziale prescritto dall’art. 6 del decreto e cioè riportare:

a) la nomina di un organismo di controllo del funzionamento e dell’osservanza del modello;

b) la corretta individuazione delle aree di rischio;

c) la previsione di specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l'attuazione delle decisioni dell'ente in relazione ai reati da prevenire;

d) la previsione di obblighi di informazione nei confronti dell'organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei modelli;

e) l’introduzione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate.

Per riconoscere la sussistenza dell’esimente è, quindi, necessario, che il modello adottato dall’ente rispetti i suddetti requisiti minimi.

A tal fine, è irrilevante che lo stesso sia o non conforme a precedenti codici di autodisciplina redatti da istituzioni rappresentative di determinati settori di attività.

Ciò premesso, la Corte milanese ha precisato che un modello organizzativo correttamente ed adeguatamente adottato dall’ente e connotato dai requisiti minimi prescritti dalla legge non può essere considerato automaticamente inefficace per il solo fatto che, nonostante la sua adozione, sia stato commesso un reato rilevante da soggetti di vertice dello stesso.

Occorre, infatti, preventivamente verificare la causa che ha agevolato la consumazione del reato medesimo.

Un’elusione fraudolenta del modello non può determinare una responsabilità in capo all’ente.

Se, infatti, si ammettesse il contrario, l’esimente di cui all’art. 6, D. Lgs. n. 231/01, non troverebbe mai pratica applicazione.

Il comportamento fraudolento del singolo, peraltro, non può essere impedito da nessun modello organizzativo, né dal più diligente degli organismi di vigilanza.

La frode, per essere punibile, deve colpire non già gli operatori di mercato cui l’informazione è diretta, bensì anche gli altri protagonisti della procedura.

Ciò in quanto essa deve avere funzione strumentale rispetto all’elusione del modello di organizzazione e delle sue procedure.


Nella caso sottoposto alla Corte, quindi, i soggetti attivi del reato hanno manipolato, in maniera dolosa, i dati forniti dagli uffici competenti della società e tale comportamento non può non qualificarsi come frode ai danni di altri protagonisti della procedura prevista dal modello organizzativo.

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