APPALTI

La responsabilità solidale del committente per il T.F.R. dovuto ai dipendenti dell’appaltatore

| 20 Dicembre 2013

Chiarimenti sulla responsabilità solidale del committente per il T.F.R. dovuto ai dipendenti dell’appaltatore: i limiti (ed i confini) della predetta responsabilità per il T.F.R. maturato dopo il 1°/1/2007 (non devoluto alla previdenza complementare) e versato al c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S., per il quale non sussiste l’obbligo di corresponsione del (debitore principale) appaltatore – datore di lavoro.

Necessità di effettuare il raccordo normativo tra l’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003 (e successive modifiche ed integrazioni) e la disciplina del T.F.R. risultante dal D. Lgs. n. 252/2005 e dalla legge n. 296/2006.

1. Il recentissimo precedente (in commento) del Tribunale del Lavoro di Torino (sentenza n. 1092/2013 dell’8/5/2013 - 6/7/2013): cenni ai profili di significatività della decisione ed inquadramento della problematica.

Il caso giudiziario in esame trae origine da un procedimento incardinato da un committente (trattavasi, nel caso di specie, di un’importante società (e di un primario operatore economico), con sedi e unità produttive dislocate capillarmente sull’intero territorio nazionale) che si è opposto al decreto ingiuntivo ottenuto, nei suoi confronti (quale responsabile in solido ai sensi dell’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003, in aggiunta al datore di lavoro – debitore principale), da svariati ex dipendenti di uno dei suoi appaltatori, per il pagamento del T.F.R. (oltre che di vari istituti retributivi di fine rapporto).

La peculiarità del caso di specie ha riguardato il fatto che il committente ha eccepito la propria (parziale) carenza di legittimazione passiva rispetto alle quote del T.F.R. maturate dopo il 1°/1/2007 (non destinate alla previdenza complementare) e versate al c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S., alla luce delle modifiche legislative intervenute, in subiecta materia, per opera del D. Lgs. n. 252/2005 e della legge n. 296/2006.

Si precisa che il c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S. cui si è sopra fatto riferimento coincide con il Fondo istituito ai sensi dell’art. 1, comma 755, della legge n. 296/2006 (c.d. legge finanziaria per il 2007), per il pagamento, ai lavoratori, del T.F.R. maturato dopo il 1°/1/2007 e non devoluto ad alcuna forma di previdenza complementare (nel corso del giudizio di opposizione, il Giudice aveva acquisito le certificazioni uniche dei redditi (o “C.U.D.”) dei vari lavoratori (che avevano agito in via monitoria), in base alle quali era stato possibile distinguere, rispetto alla domanda di pagamento del T.F.R. da essi svolta, a seconda dei casi, (i) gli importi rimasti in azienda, (ii) gli importi (maturati dal 1°/1/2007) e versati ai vari fondi di previdenza complementare e, infine, (iii) gli importi (sempre maturati dopo il 1°/1/2007) ma (in quanto non devoluti ad alcuna forma di previdenza complementare) versati dal datore (appaltatore) al c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S..).

Ebbene, la decisione in rassegna costituisce un’importante occasione per affrontare la questione, del tutto innovativa nel panorama della produzione giurisprudenziale (non risultando altri precedenti editi), relativa ai limiti della eventuale responsabilità solidale ex lege del committente per il pagamento del T.F.R., alla luce della non agevole (ma doverosa) attività esegetica rimessa all’interprete, chiamato a raccordare (in via interpretativa, stante l’indiscusso mancato raccordo a livello normativo) l’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003 (e successive modifiche ed integrazioni) con le recenti novelle legislative in tema di T.F.R. (il riferimento corre, segnatamente, al D. Lgs. n. 252/2005 ed alla legge n. 296/2006).

Per quanto maggiormente interessa ai nostri fini, va evidenziato che, a seguito delle novelle legislative in materia di T.F.R. sopra richiamate, il datore di lavoro (debitore principale della obbligazione in argomento) è tenuto ormai solamente in casi marginali (quale soggetto effettivamente titolare di un obbligo in tal senso) al pagamento diretto del T.F.R. in favore del lavoratore e tale dato non può non riflettersi sulla (correlativa) responsabilità solidale in capo al committente.

A tali ultimi riguardi, va, invece, evidenziato che, a carico del committente, l’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003 dispone (al 2° comma), come noto, che: “In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto [1] , nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell'inadempimento[2] [3].

Il committente è, quindi, obbligato (solidale) verso i lavoratori (alle dipendenze dell’appaltatore) per il pagamento dei ratei di T.F.R. da costoro maturati in (stretta) concomitanza con il periodo di esecuzione dell’appalto. Sulla scorta di un’autorevole opinione(Cfr. RESCIGNO, “Studi sull’accollo”, Milano, 1958, pag. 251, in materia di responsabilità del committente ex art. 1676 c.c.), è da ritenersi che il committente sia obbligato in virtù di un accollo ex lege ( Cfr. PETRACCI, “Obblighi dell’appaltante verso i dipendenti dell’appaltatore”, in “Il lavoro nella giurisprudenza”, n. 4/2009, pagg. 345 e ss..), mentre, astrattamente, in favore del committente opera l’azione di regresso[4] contro l’appaltatore, per quanto da egli corrisposto ai terzi, dipendenti dell’appaltatore medesimo.

Ebbene, premesso il doveroso inquadramento normativo che precede, e venendo agli aspetti di maggiore rilevanza ai fini del presente commento, l’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003 (e successive modifiche ed integrazioni) sull’obbligo solidale (ex lege) del committente per i ratei di T.F.R. dovuti ai dipendenti dell’appaltatore (maturati medio tempore in concomitanza con l’esecuzione dell’appalto medesimo) deve, però, come anticipato, essere raccordato con le modifiche normative intervenute in materia di T.F.R.[5], in modo da limitare (e circoscrivere) la responsabilità solidale del committente ai soli casi in cui esista, a monte, l’obbligo dell’appaltatore (datore di lavoro e debitore principale della prestazione) di pagare il T.F.R. medesimo.

2. 2. Analisi delle recenti modifiche legislative in tema di T.F.R. di cui al D. Lgs. n. 252/2005 ed alla legge n. 296/2006 e individuazione delle ipotesi (residuali) in cui il datore di lavoro (appaltatore) è (tuttora) obbligato a pagare il T.F.R., con conseguente delineazione (anche sulla scorta della decisione in commento) dei confini della correlativa responsabilità solidale del committente.

Come noto, l’istituto del T.F.R. (originariamente previsto dall’art. 2120 c.c.) ha subito negli anni modifiche strutturali che ne hanno profondamente modificato la fisionomia, facendone (a seguito dell’emanazione del D. Lgs. n. 252/2005), da un emolumento della retribuzione c.d. differita (così, ex multis, Cass. Civ., Sez. Lav., 23/3/2001, n. 4261), uno dei pilastri su cui poggia, attualmente, la previdenza complementare.

E’ in tale contesto che il fulcro del meccanismo di pagamento del T.F.R. si è spostato dal datore di lavoro (debitore della retribuzione) all’I.N.P.S. (istituzionalmente deputato alla gestione degli istituti previdenziali ed alla erogazione delle relative prestazioni).

Come noto, il D. Lgs. n. 252/2005 (nel dare attuazione alla più ampia riforma della previdenza complementare prevista dalla legge n. 243/2004), con effetto dal 1°/1/2007, ha introdotto l’obbligo per i lavoratori di optare tra il mantenimento del proprio maturando T.F.R. in azienda ovvero per il conferimento del medesimo a forme di previdenza complementare[6]. Al predetto intervento normativo ha fatto seguito l’emanazione della legge n. 296/2006 (cfr. art. 1, commi 222, 755, 756 e 765), che ha, in particolare, istituito (presso l’I.N.P.S.) il c.d. Fondo di Tesoreria per l’erogazione del T.F.R. [7] ai lavoratori alle dipendenze di aziende con almeno 50 addetti, che non abbiano optato per la devoluzione del proprio (maturando) T.F.R. alle forme di previdenza complementare.

Per quanto maggiormente rileva ai fini odierni, va detto che, per i lavoratori che abbiano optato per il mantenimento del proprio (maturando) T.F.R. in azienda, il datore di lavoro (in luogo degli accantonamenti mensili previsti dall’art. 2120 c.c.) deve versare un contributo[8] mensile al menzionato Fondo di Tesoreria I.N.P.S., con la precisazione che sarà, poi, il predetto Fondo (con oneri, quindi, a carico dell’I.N.P.S.) - e non anche il datore - ad erogare il T.F.R. ai lavoratori, quale soggetto obbligato[9].

In pratica, rispetto al sistema previgente (ante riforma ex D. Lgs. n. 252/2005 e legge n. 296/2006), l’obbligo del datore (verso il dipendente) avente ad oggetto l’accantonamento dei ratei di T.F.R. è sostituito con l’obbligo del datore (verso il Fondo) a versare contributi corrispondenti ai predetti (ex) accantonamenti (in modo da finanziare il Fondo medesimo), mentre l’unico soggetto tenuto a versare al lavoratore il T.F.R. è (ripetesi) il Fondo.

Rispetto al quadro sopra delineato, va unicamente precisato che l’art. 2 del decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale del 30/1/2007, emanato al fine di delineare le concrete modalità di erogazione del T.F.R. da parte del c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S., ha previsto che “Il Fondo eroga le prestazioni secondo le modalità previste dall'art. 2120 del c.c. … Le prestazioni … sono erogate dal datore di lavoro anche per la quota parte di competenza del Fondo, salvo conguaglio da valersi prioritariamente sui contributi dovuti al Fondo riferiti al mese di erogazione della prestazione e, in caso di incapienza, sull'ammontare dei contributi dovuti complessivamente agli enti previdenziali nello stesso mese”. In altri termini, il Fondo eroga il T.F.R. (ai lavoratori alle dipendenze di aziende con almeno 50 dipendenti che non abbiano optato per la devoluzione del T.F.R. medesimo alle forme di previdenza complementare) attraverso un pagamento che fa capo (materialmente, anche se non giuridicamente) al datore di lavoro, quale destinatario di una delegazione di pagamento[10] ex lege . D’altronde, che il datore di lavoro non sia più il soggetto giuridicamente obbligato a pagare il T.F.R. si ricava anche (ove mai ve ne fosse bisogno) dal menzionato diritto al “conguaglio” verso il Fondo (vale a dire alla compensazione ex art. 1241 c.c.), nel senso che il datore ha diritto di portare in detrazione le somme materialmente erogate (quale delegato al pagamento) da quanto dovuto al Fondo di Tesoreria I.N.P.S. a titolo di contributo mensile obbligatorio (ai sensi del comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006 e dell’art. 1 del più volte citato decreto ministeriale del 30/1/2007) ovvero (in caso di relativa incapienza) da quanto dovuto complessivamente all’I.N.P.S. a titolo contributivo.

Una notazione finale: l’obbligo del Fondo di Tesoreria I.N.P.S. avente ad oggetto il pagamento del T.F.R. (nei termini sopra chiariti) sembra, però, essere delimitato e circoscritto dalla legge ai soli contributi versati al Fondo medesimo ex comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006. Ed invero, ai sensi del citato art. 1, comma 755, della legge n. 296/2006, il Fondo di Tesoreria I.N.P.S. “garantisce ai lavoratori dipendenti del settore privato l'erogazione dei trattamenti di fine rapporto di cui all'art. 2120 del c.c., per la quota corrispondente ai versamenti di cui al comma 756 , secondo quanto previsto dal codice civile medesimo”. D’altro canto, ai sensi del comma 756 della medesima disposizione: “La liquidazione del trattamento di fine rapporto … viene effettuata … dal Fondo … limitatamente alla quota corrispondente ai versamenti effettuati al Fondo medesimo , mentre per la parte rimanente resta a carico del datore di lavoro ”.

Ebbene, tirando le fila dei ragionamenti finora articolati, la sentenza in commento ha colto l’esigenza di raccordare la responsabilità solidale per il pagamento del T.F.R. a carico del committente (ai sensi dell’art. 29, 2° comma, del D. Lgs. n. 276/2003 e successive modifiche ed integrazioni) con la riforma in materia di T.F.R. sopra delineata, in modo da circoscrivere e delimitare la responsabilità del committente ai soli effettivi e residuali casi in cui l’appaltatore (in qualità di datore di lavoro) sia tuttora tenuto a pagare il T.F.R. ai propri dipendenti. Ed invero, come è evidente, in tanto può considerarsi sussistente l’obbligazione ex lege del condebitore in solido (vale a dire del committente), in quanto sussista, a monte, l’obbligo del debitore principale (vale a dire del datore di lavoro e appaltatore), mancando, altrimenti, il presupposto legale per l’attivazione della chiamata in solido del committente medesimo[11].

Per quanto maggiormente interessa ai fini del presente commento, si legge nella sentenza in rassegna: “I datori di lavoro, anziché accantonare il T.F.R. maturato dopo il 1°/1/2007, debbono versare mensilmente all’I.N.P.S. una contribuzione di pari importo ed il Fondo liquida il T.F.R. al lavoratore nella quota corrispondente agli effettivi versamenti, restando, per il caso di mancato versamento, l’obbligo a carico del datore di lavoro; è, quindi, evidente, in base alle disposizioni legislative sopra riportate, che la titolarità passiva dell’obbligazione di pagamento del T.F.R., per le sole quote corrispondenti ai versamenti effettuati, grava sul Fondo e non sul datore di lavoro, che deve ritenersi liberato dell’obbligo ex art. 2120 c.c. . Con meccanismo analogo a quanto previsto dalla legge per l’indennità di cassa integrazione o di malattia, il decreto ministeriale attuativo ha previsto che l’erogazione delle somme al lavoratore (la cui liquidazione comunque viene effettuata inequivocabilmente, per quanto disposto dal comma 756, “dal fondo”) avvenga da parte del datore di lavoro anche per la quota parte di competenza del Fondo”, salvo conguaglio con la contribuzione dovuta dallo stesso datore di lavoro, con riferimento al mese di erogazione della prestazione, prioritariamente al Fondo ed eventualmente all’ente previdenziale. Si tratta, quindi, di un meccanismo anticipatorio, che vede il datore di lavoro – che per le quote maturate dal 2007 ha già versato i contributi in misura corrispondente al T.F.R. maturato – erogare somme di competenza del Fondo, compensandole direttamente con il proprio debito mensile verso il Fondo stesso, o direttamente con i contributi dovuti all’I.N.P.S.. La posizione del datore di lavoro quale mero anticipatore della somma per conto del Fondo Tesoreria in forza di una delegazione di pagamento ex lege, e non di debitore effettivo degli importi, non consente di far rientrare le somme giacenti nel Fondo nell’obbligo retributivo che fa scattare la responsabilità solidale del committente nel caso di appalto: il datore di lavoro, nei limiti in cui ha ottemperato al versamento della contribuzione al Fondo, deve ritenersi liberato dell’obbligo relativo alla quota corrispondente del T.F.R., per cui, non essendovi l’inadempimento datoriale, non può operare la responsabilità solidale del committente, né tale responsabilità può essere invocata in relazione all’obbligo di anticipazione per conto dell’I.N.P.S., che discende dalla legge in forza del rapporto previdenziale a cui il committente è totalmente estraneo . Non è, infatti, possibile immaginare l’operatività del meccanismo di conguaglio contributivo nei confronti del committente, né una diversa soluzione appare conforme alla ratio dell’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003, che è anche di incentivare il committente ad accertarsi della correttezza dell’adempimento dell’appaltatore nei confronti dei propri dipendenti: il committente che abbia verificato puntualmente l’adempimento dell’appaltatore all’obbligo dei versamenti al Fondo nel corso della durata dell’appalto, non avrebbe di che dolersi nei confronti della controparte contrattuale, ma si troverebbe in ogni caso esposto al rischio finale di insolvenza”.

Ebbene, come accennato, il pregio della sentenza in commento è sicuramente quello di non avere (acriticamente) ritenuto che il committente sia tout court obbligato al pagamento del T.F.R., posto che la sua responsabilità deve essere (correttamente) limitata ai soli casi in cui sussista un obbligo del datore di lavoro (e appaltatore) avente ad oggetto il predetto pagamento del T.F.R., il che (secondo la sentenza), nei casi di operatività del c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S. (vale a dire per i ratei di T.F.R. maturati a decorrere dal 1°/1/2007 per i lavoratori che non abbiano optato per la devoluzione del T.F.R. a forme di previdenza complementare[12]), avviene solamente qualora il datore non abbia adempiuto ai propri obblighi contributivi ai sensi del comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006.

3. Aspetti rimasti problematici anche a seguito della emanazione della decisione in commento.

Suscita, invero, qualche perplessità il convincimento espresso nella sentenza in rassegna, secondo cui, qualora il datore (appaltatore) non abbia effettuato i versamenti contributivi previsti del comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006, riprenderebbe pieno vigore la responsabilità solidale del committente per il pagamento del T.F.R., dato il perdurare dell’obbligo datoriale avente ad oggetto il pagamento del T.F.R. medesimo. Segnatamente, si legge nella sentenza per cui è l’odierno commento: “Il meccanismo così ricostruito vede il datore di lavoro non come obbligato diretto verso il lavoratore, bensì come mero anticipatore di somme che potrà nello stesso mese compensare con la contribuzione dovuta, secondo un sistema che prevede indubbiamente che l’impresa sia ancora attiva e sia ancora parte del rapporto contributivo, sì da poter operare la compensazione , agevolando nello stesso tempo il lavoratore nel ricevere dallo stesso soggetto l’intero T.F.R., anche per la parte di competenza del Fondo. Ma se tale schema anticipatorio non opera – perché l’impresa è cessata o insolvente – non vi è dubbio che il lavoratore abbia diritto di ricevere direttamente [dal datore, n.d.r.] la somma maturata dal Fondo .

Ai riguardi di cui sopra, da un lato, occorre ricordare che l’obbligo del Fondo di Tesoreria I.N.P.S. avente ad oggetto il pagamento del T.F.R. pare porsi in stretta correlazione con gli effettivi contributi versati dal datore al Fondo (cfr. combinato disposto dei commi 755 e 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006).

Dall’altro lato, è, però, doveroso ricordare che, anche nel caso dell’omissione contributiva del datore ai sensi del citato comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006 (sia o meno la predetta omissione dipesa dal pregresso stato di insolvenza del datore medesimo), in virtù del principio di automaticità delle prestazioni ex art. 2116 c.c.[13], il Fondo di Tesoreria I.N.P.S. è, comunque, direttamente tenuto verso il lavoratore a corrispondergli il T.F.R. (con riguardo agli importi maturati dal 1°/1/2007[14]) (cfr. circolare I.N.P.S. n. 70 del 3/4/2007 e messaggi I.N.P.S. n. 17020 del 19/10/2012[15], n. 15687 dell’8/7/2009 e n. 2057 del 3/2/2009; in dottrina, cfr. MANZI, “Insolvenza del datore di lavoro e tutela previdenziale del T.F.R. dei dipendenti tramite il Fondo di garanzia”, op. cit. alla nota n. 9). Conseguentemente, parrebbe l’ I.N.P.S. il soggetto al quale il lavoratore dovrebbe comunque rivolgersi per ottenere il T.F.R. maturato, ed invero per l’intero importo; salva la facoltà per l’Istituto di esperire azione nei confronti del committente, nel termine decadenziale di due anni previsto dalla norma, per recuperare le quote non versate, che peraltro solo il richiamato Ente ha la possibilità di accertare e certificare come effettivamente omesse dal datore (esattamente come per quanto attiene al mancato versamento dei “normali” contributi previdenziali).

Né si può ritenere, per quanto sopra, che l’I.N.P.S. possa in qualche misura considerarsi esentato – a garanzia dei lavoratori e del funzionamento dell’intero sistema - da qualsivoglia verifica circa il corretto e tempestivo versamento operato dalle aziende altresì delle quote di T.F.R., sebbene allo stato manchi un idoneo strumento finalizzato a certificare anche tale tipo di regolarità contributiva, così come invece avviene per il versamento dei “normali” contributi con il rilascio del DURC, documento che forse potrebbe essere implementato, banalmente, anche con tale informazione, facendo automaticamente “scattare”, in caso di accertata irregolarità, tutte quelle tutele già previste dalle norme in vigore (accertamenti ispettivi da parte delle DTL, blocco dei pagamenti all’appaltatore da parte del committente a garanzia del credito degli istituti previdenziali ed assicurativi, e quindi – aggiungeremmo – anche dei fondi di previdenza complementare e del Fondo di Tesoreria, nell’interesse dei lavoratori).

Alla luce di quanto appena rilevato, si ha l’impressione che la sentenza in commento rappresenti (per il profilo in esame) un’occasione mancata per una più ardita opera di esegesi, in modo da armonizzare la responsabilità (residuale) del committente per il pagamento del T.F.R. con un sistema (quello attuale) in cui (per i lavoratori che non abbiano devoluto il predetto T.F.R. a forme di previdenza complementare) il T.F.R. è erogato, in ultima istanza, pressoché integralmente[16], dall’I.N.P.S. (è interessante rilevare che, nel caso deciso dalla sentenza in rassegna, il committente aveva anche agito affinchè fosse accertato il suo diritto a surrogarsi ex art. 1203 c.c. nei diritti dei lavoratori verso il c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S. e, per l’effetto, affinchè fossero liquidati in suo favore gli importi a carico del predetto Fondo. Per la soluzione affermativa in giurisprudenza, rispetto al (diverso) caso di una domanda di surroga avanzata nei confronti del Fondo di Garanzia ex artt. 2 della legge n. 297/1982 e 2 del D. Lgs. n. 80/1992, cfr. Cass. Civ., Sez. Lav., 1°/12/2011, n. 25685.), in una logica previdenziale che nulla (o poco) ha a che vedere con le obbligazioni retributive del datore di lavoro (appaltatore).


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[1] L’inciso “comprese le quote di trattamento di fine rapporto” è stato inserito solamente dall’art. 21 del decreto legge n. 5/2012 (c.d. “decreto – semplificazioni”, convertito, con modificazioni, nella legge n. 35/2012). A tali riguardi, la circolare n. 2/2012 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha chiarito che “dalla nuova formulazione normativa si evince che la solidarietà, quanto al profilo retributivo, comprende 'le quote di trattamento di fine rapporto ... in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto', con ciò eliminando ogni ipotesi interpretativa volta ad addebitare al responsabile in solido l'intero ammontare del T.F.R. dovuto al lavoratore dell'appaltatore/subappaltatore che durante il periodo di svolgimento dell'appalto, abbia maturato il diritto al trattamento”.

[2] Come noto, il regime di solidarietà (legale) appena descritto non opera nelle ipotesi di interposizione vietata, nelle quali il lavoratore è considerato effettivo dipendente dell’utilizzatore, che è l’unico soggetto tenuto a corrispondergli i trattamenti retributivi (comprese le quote di T.F.R.) e previdenziali dovuti (cfr., ex plurimis, Tribunale di Bologna, 8/6/2010, in “Jurisdata”, Milano, 2012; Tribunale di Milano, 18/11/2008, in “Riv. Crit. Dir. Lav.”, 2009, pag. 226; Tribunale di Pavia, 29/4/2006, ibidem, 2006, pag. 539; T.A.R. Lombardia - Milano, 13/11/2008, n. 1627).

[3] Come noto, sul testo dell’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003 (2° comma) hanno inciso vari interventi normativi. Tra gli ultimi (a parte il decreto legge n. 5/2012, già menzionato alla nota n. 3), si devono ricordare l'art. 4, 31° comma, lett. “a” e “b”, della legge n. 92/2012 (c.d. “Riforma Fornero”) e l’art. 9, 1° comma, del decreto legge n. 76/2013 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 99/2013). Tralasciando, volutamente, le modifiche di rilevanza processuale introdotte dalla legge n. 92/2012 per concentrarci sui soli aspetti di rilevanza sostanziale, a seguito del decreto legge n. 76/2013 (in vigore dal 23/8/2013), “Le disposizioni di cui all'art. 29, 2° comma, del D. Lgs. 10/9/2003, n. 276 e successive modificazioni, trovano applicazione anche in relazione ai compensi e agli obblighi di natura previdenziale e assicurativa nei confronti dei lavoratori con contratto di lavoro autonomo. Le medesime disposizioni non trovano applicazione in relazione ai contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, 2° comma, del D. Lgs. 30/3/2001, n. 165. Le disposizioni dei contratti collettivi di cui all'art. 29, 2° comma, del D. Lgs. 10/9/2003, n. 276 e successive modificazioni, hanno effetto esclusivamente in relazione ai trattamenti retributivi dovuti ai lavoratori impiegati nell'appalto con esclusione di qualsiasi effetto in relazione ai contributi previdenziali e assicurativi' (su tale, recentissima, novella legislativa, che non può essere approfondita nella presente sede, ci sia consentito rinviare alle considerazioni di LIPPOLIS, “Responsabilità solidale negli appalti”, in “Diritto & Pratica del Lavoro”, n. 41/2013, pagg. 2419 e ss.). In relazione, poi, alla (connessa) tematica della solidarietà fiscale tra committente e appaltatore, vanno (quantomeno) citati il decreto legge n. 83/2012 (c.d. “decreto sviluppo” o “decreto crescita”), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134/2012) ed il decreto legge n. 69/2013 (c.d. “decreto del fare”, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 98/2013), con la precisazione che i (soli) appaltatori sono obbligati in solido con i subappaltatori per il versamento all’erario delle ritenute fiscali, mentre i committenti (che non hanno alcuna responsabilità solidale di pagamento in materia) sono unicamente tenuti ad effettuare, prima del pagamento dei corrispettivi degli appalti, i controlli sugli adempimenti fiscali sull’intera filiera, pena l’applicazione di sanzioni amministrative (essendo, quindi, unicamente titolari di obblighi di controllo degli adempimenti sulla intera filiera dell’appalto). Per comodità, si riporta il testo vigente (e aggiornato) del comma 28 dell'art. 35 del decreto-legge n. 223/2006 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248/2006), che, come noto, è il riferimento normativo (unitamente ai neo introdotti commi 28 bis e 28 ter) della responsabilità solidale per le obbligazioni fiscali nella filiera degli appalti: “In caso di appalto di opere o di servizi, l'appaltatore risponde in solido con il subappaltatore, nei limiti dell'ammontare del corrispettivo dovuto, del versamento all'erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente dovute dal subappaltatore all'erario in relazione alle prestazioni effettuate nell'ambito del rapporto di subappalto. La responsabilita' solidale viene meno se l'appaltatore verifica, acquisendo la documentazione prima del versamento del corrispettivo, che gli adempimenti di cui al periodo precedente, scaduti alla data del versamento, sono stati correttamente eseguiti dal subappaltatoreL'appaltatore puo' sospendere il pagamento del corrispettivo fino all'esibizione della predetta documentazione da parte del subappaltatoreIl committente provvede al pagamento del corrispettivo dovuto all'appaltatore previa esibizione da parte di quest'ultimo della documentazione attestante che gli adempimenti di cui al comma 28, scaduti alla data del pagamento del corrispettivo, sono stati correttamente eseguiti dall'appaltatore e dagli eventuali subappaltatori. Il committente puo' sospendere il pagamento del corrispettivo fino all'esibizione della predetta documentazione da parte dell'appaltatore. L'inosservanza delle modalita' di pagamento previste a carico del committente e' punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da € 5.000 a € 200.000 se gli adempimenti di cui al comma 28 non sono stati correttamente eseguiti dall'appaltatore e dal subappaltatore …”.

[4] Ed invero, l’art. 21, 1° comma, del decreto legge n. 5/2012 (già menzionato alla nota n. 3) ha aggiunto al 2° comma dell’art. 29 del D. Lgs. n. 276/2003 l’inciso finale secondo cui “Il committente imprenditore o datore di lavoro che ha eseguito il pagamento può esercitare l'azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”.

Merita ricordare che, in generale, l’azione di regresso contro il condebitore solidale è prevista dall’art. 1299 c.c., secondo cui “Il debitore in solido che ha pagato l'intero debito può ripetere dai condebitori soltanto la parte di ciascuno di essi”, mentre, sotto altro profilo, l’art. 1298 c.c. dispone che “ Nei rapporti interni l'obbligazione in solido si divide tra i diversi debitori o tra i diversi creditori, salvo che sia stata contratta nell'interesse esclusivo di alcuno di essi [tale sembra essere il nostro caso, in cui il committente risponde di debiti solidali contratti nell’esclusivo interesse dell’appaltatore, debitore principale, n.d.r.]”.

[5] La problematicità sul mancato raccordo tra le normative in discorso è, altresì, rilevata (sia pure a fini diversi da quelli che ci occupano in questa sede) da MANZI, “Insolvenza del datore di lavoro e tutela previdenziale del T.F.R. dei dipendenti tramite il Fondo di garanzia”, in “Il lavoro nella giurisprudenza”, n. 4/2012, pagg. 355 e ss..

[6] Va precisato che, in caso di inerzia dei lavoratori ad effettuare la scelta di cui si è detto, opera il meccanismo del c.d. silenzio assenso in favore della previdenza complementare, per cui il datore di lavoro è obbligato a trasferire il maturando T.F.R. presso la forma pensionistica collettiva prevista dai C.C.N.L. ovvero, in presenza di più forme pensionistiche, presso la forma pensionistica alla quale ha aderito il maggior numero di lavoratori, mentre, in via del tutto residuale, quando non risultino concretamente applicabili le precedenti ipotesi, il datore di lavoro deve trasferire il T.F.R. maturando alla forma pensionistica complementare istituita presso l’I.N.P.S. e, quindi, al c.d. FONDINPS (Fondo complementare I.N.P.S.) (cfr. art. 9 del D. Lgs. n. 252/2005 e Decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale del 30/1/2007).

[7] Per esigenze sistematiche di completezza espositiva, va precisato che, presso l’I.N.P.S., sono stati istituiti tre diversi fondi di rilevanza ai fini delle problematiche esposte nel presente commento e precisamente:

- il c.d. Fondo di Garanzia per il pagamento del T.F.R. in caso di insolvenza del datore, istituito dall’art. 2, 1° comma, legge n. 297/1982 e la cui operatività è stata ampliata dall’art. 2 D. Lgs. n. 80/1992 (di attuazione della direttiva comunitaria n. 80/1987/CEE);

- il c.d. Fondo di Garanzia per la previdenza complementare, istituito ai sensi dell’art. 5, 1° comma, D. Lgs. n. 80/1992;

- il c.d. Fondo di Tesoreria I.N.P.S. per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato del T.F.R., a prescindere dalle situazioni di insolvenza del datore e/o dagli inadempimenti contributivi del medesimo, istituito dall’art. 1, commi 755 ss., della legge n. 296/2006 (è quello che maggiormente rileva ai fini odierni).

Per approfondimenti sui tre diversi fondi di cui sopra, si rinvia a MANZI, “Insolvenza del datore di lavoro e tutela previdenziale del T.F.R. dei dipendenti tramite il Fondo di garanzia”, in “Il lavoro nella giurisprudenza”, op. cit..

[8] Ai sensi del comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006, al contributo mensile di cui al testo si applicano le disposizioni in materia di accertamento e riscossione dei contributi previdenziali obbligatori. Trattasi, in altri termini, di un contributo obbligatorio verso l’I.N.P.S., secondo quanto chiarito (anche) dall’art. 1, 3° comma, del decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale del 30/1/2007 (emanato in attuazione del comma 757 dell’art. 1 della legge n. 296/2006).

[9] Ed infatti, ai sensi del comma 756 dell’art. 1 della legge n. 296/2006: “Con effetto sui periodi di paga decorrenti dal 1°/1/2007, al fine del finanziamento del Fondo di cui al comma 755, al medesimo Fondo affluisce un contributo pari alla quota di cui all'art. 2120 del c.c., al netto del contributo di cui all'art. 3, ultimo comma, della legge 29/5/1982, n. 297, maturata a decorrere dalla predetta data e non destinata alle forme pensionistiche complementari di cui al D. Lgs. 5/12/2005, n. 252. Il predetto contributo è versato mensilmente dai datori di lavoro al Fondo di cui al comma 755, secondo le modalità stabilite con il decreto di cui al comma 757. Non sono tenuti al versamento del predetto contributo i datori di lavoro che abbiano alle proprie dipendenze meno di 50 addetti. La liquidazione del trattamento di fine rapporto e delle relative anticipazioni al lavoratore viene effettuata, sulla base di un'unica domanda, presentata dal lavoratore al proprio datore di lavoro, secondo le modalità stabilite con il decreto di cui al comma 757, dal Fondo di cui al comma 755, limitatamente alla quota corrispondente ai versamenti effettuati al Fondo medesimo, mentre per la parte rimanente resta a carico del datore di lavoro. Al contributo di cui al presente comma si applicano le disposizioni in materia di accertamento e riscossione dei contributi previdenziali obbligatori, con esclusione di qualsiasi forma di agevolazione contributiva”.

Cfr. anche art. 1 del decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale del 30/1/2007 (emanato in attuazione del comma 757 dell’art. 1 della legge n. 296/2006), con cui sono state chiarite le modalità attuative di funzionamento del Fondo e della liquidazione del T.F.R. ai lavoratori.

[10] La delegazione di pagamento è regolata, in generale, dall’art. 1269 c.c., secondo cui “Se il debitore per eseguire il pagamento ha delegato un terzo, questi può obbligarsi verso il creditore, salvo che il debitore l'abbia vietato. Il terzo delegato per eseguire il pagamento non è tenuto ad accettare l'incarico, ancorché sia debitore del delegante. Sono salvi gli usi diversi”.

[11] Tanto più che, come noto, l’art. 4, 31° comma, della legge n. 92/2012 ha introdotto il litisconsorzio processuale necessario tra committente ed appaltatore, disponendo che “Il committente imprenditore o datore di lavoro è convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all'appaltatore e con gli eventuali ulteriori subappaltatori”.

Sul fatto che, mancando l’obbligo dell’appaltatore-datore di lavoro, non sussiste il presupposto per l’attivazione della chiamata in solido del committente, cfr., sia pure ad altri fini, LIPPOLIS, “Responsabilità solidale negli appalti”, in “Diritto & Pratica del Lavoro”, op. cit..

[12] Merita rilevare che, per i lavoratori che abbiano, invece, optato per la devoluzione dell’intero T.F.R. alle forme pensionistiche complementari, operando l’art. 8 del D. Lgs. n. 252/2005 (cfr. 7° comma) sul “conferimento del T.F.R. maturando”, il datore non è soggetto ad alcun obbligo di erogazione, né (comunque) ad obblighi contributivi (cfr. 10° comma). Ed invero, in tali ipotesi, a fronte della integrale devoluzione del T.F.R. ai fondi di previdenza complementare, saranno questi ultimi ad erogare le prestazioni ex art. 11 D. Lgs. n. 252/2005, al tempo della maturazione dei relativi requisiti.

[13] Come noto, ai sensi del citato art. 2116 c.c., “Le prestazioni indicate nell'art. 2114 [trattasi delle prestazioni di previdenza e di assistenza obbligatorie, n.d.r.] sono dovute al prestatore di lavoro, anche quando l'imprenditore non ha versato regolarmente i contributi dovuti alle istituzioni di previdenza e di assistenza, salvo diverse disposizioni delle leggi speciali [o delle norme corporative].

Nei casi in cui, secondo tali disposizioni, le istituzioni di previdenza e di assistenza, per mancata o irregolare contribuzione, non sono tenute a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni dovute, l'imprenditore è responsabile del danno che ne deriva al prestatore di lavoro”.

[14] Con riguardo agli importanti maturati nel periodo precedente al 1°/1/2007, il T.F.R. è liquidato dal Fondo di Garanzia ex art. 2 della legge n. 297/1982 (cfr. nota n. 11).

[15] Il messaggio I.N.P.S. n. 17020/2012 ha chiarito anche che, a seguito del pagamento ex art. 2116 c.c., il Fondo di Tesoreria I.N.P.S. è legittimato all’ammissione allo stato passivo, in relazione all’omissione contributiva del datore di lavoro inadempiente.

[16] Merita rilevare che, astrattamente (anche a voler prescindere dai casi di integrale devoluzione del T.F.R., maturato successivamente al 1°/1/2007, alle forme di previdenza complementare), l’I.N.P.S., nel sistema attuale, non è tenuto ad erogare le quote di T.F.R. maturate prima del 1°/1/2007.

La questione mantiene rilevanza ai fini dell’odierno commento, posto che, astrattamente, in relazione ad eventuali appalti ai quali siano stati apposti notevoli termini di durata, i lavoratori in ipotesi impiegati nei predetti appalti, al cessare dei loro rapporti di lavoro alle dipendenze degli appaltatori, potrebbero attivare la responsabilità solidale dei committenti anche per le quote di T.F.R. maturate prima del 1°/1/2007 (rimaste in azienda). Sui termini di prescrizione, va, in effetti, tenuto presente che il termine (quinquennale) di prescrizione ex art. 2948, n. 5, c.c., decorre solamente dal termine del rapporto di lavoro con l’appaltatore, alla luce del fatto che il diritto alla erogazione del T.F.R. sorge in capo al lavoratore solamente alla cessazione del predetto rapporto di lavoro (cfr., ex multis, Cass. Civ., Sez. Lav., 18/2/2010, n. 3894 e Cass. Civ., Sez. Lav., 18/11/1997, n. 11470; in Dottrina, cfr. PESSI, “Trattamento di fine rapporto: la maturazione del diritto”, in “DLRI”, 1983, pag. 321).

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