Diritto al rispetto della vita privata e familiare

| 19 Febbraio 2013

Il Diritto al rispetto della vita privata e familiare, previsto dall’articolo 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, alla luce di quanto accertato dalle Sentenze Piazzi del 2.11.2010 e Lombardo del 29.01.2013, resta un principio difficile da tutelare per lo Stato Italiano.

La Convenzione per la Salvaguardia dei diritti dell’uomo, con il suo art. 34 consente l’accesso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ad ogni persona fisica che assuma di essere vittima di una “violazione”, posta in essere da uno degli Stati firmatari la Convenzione.

La condizione di “procedibilità” dell’accesso alla Corte è prevista dall’art. 35 che individua nell’aver esaurito “tutte le vie di ricorso interne” ed entro un periodo di sei mesi dalla data della decisione interna definitiva, il suo momento costitutivo.

È sulla base di questi semplici e chiari principi che, in ben due occasioni, l’Italia è stata condannata ad un risarcimento in favore di due suoi “Cittadini” che lamentavano la grave violazione del Diritto alle relazioni familiari, posta l’impossibilità di esplicare con naturalezza e con la doverosa tutela, il sacrosanto esercizio della genitorialità con il loro figlio, che risultava, in entrambi i casi, loro precluso da numerosi anni.

In spregio quindi, non solo dell’art. 8 sopra citato, ma di tutte le convenzioni a tutela del cosiddetto “superiore” interesse del Minore, cui ha aderito l’Italia.

Nella realtà, pur prevedendo rimedi giurisdizionali, il nostro sistema, di fatto resta inattivo, nell’assoluta difficoltà di prendere concreti ed efficaci provvedimenti correttivi la “compressione indebita” del diritto del figlio a godere del rapporto con entrambi i propri genitori, anche e soprattutto, nel caso del fallimento del progetto di vita comune degli stessi.

Sia nel caso di cui al Ricorso Piazzi (Sentenza del 2010) che nel caso del Ricorso Lombardo (Sentenza del 2013) il nostro stato si è vista comminare la condanna a risarcire i ricorrenti per non aver assicurato agli stessi, o meglio ancora, ai figli degli stessi, una vera tutela del Diritto alle relazioni familiari, che proprio per i minori viene prevista come “condizione per una serena crescita”.

Le due “vicende umane”, che sottostanno alle sentenze di condanna, sono tragicamente simili e descrivono il calvario che, i ricorrenti ed i loro figli, hanno dovuto percorrere per poter incontrare un Giudice che, al di là dei singoli provvedimenti sul merito, potesse leggere l’intera vicenda ed emettere una pronuncia di condanna che sanzionasse la condizione di reale “denegata giustizia” che aveva, nei fatti, stravolta la serena crescita nella prima giovinezza, dei quei due figli minorenni.

In entrambi i casi, dopo la chiusura della storia relazionale tra i genitori, il figlio della coppia era stato “allocato” presso la madre, in entrambi i casi, il rapporto tra la madre ed il figlio (o la figlia come nel caso del Prof. Lombardo) si era attestato su di un legame così tanto “fusionale” da portare il minore stesso a “rifiutare” di avere rapporti sereni con il padre e questo nonostante il padre, non avesse “mai cessato di cercare” il rapporto con il proprio figlio/a.

Nella prima vicenda, si trattava di una coppia sposata che separatasi aveva avuto con il provvedimento giurisdizionale, delle precise regole di visita e frequentazione: tutte, poi, messe nel nulla dal pervicace rifiuto della madre di consentire al proprio figlio, l’accesso alla figura del padre.

Nella seconda vicenda umana, si trattava di una coppia di genitori di fatto che, cessato il progetto comune, avevano avuto dal Tribunale per i minorenni della capitale, regole e modalità per la frequentazione della loro bimba, provvedimento poi messo nel nulla, sia dal trasferimento delle madre in una altra regione, sia dal fatto che nonostante le successive disposizioni di tutte le autorità giurisdizionali competenti intervenute (giudice tutelare, Corte di Appello Minori di Roma, Tribunale di Campobasso, Corte di Appello Minori di Campobasso) “mai la madre aveva cessato di impedire” il rapporto tra la figlia ed il proprio padre.

In buona sostanza, sia nella vicenda umana di Piazzi che in quella del Lombardo,il sistema della giurisdizione italiana, aveva pacificamente riconosciuto “l’esistenza della difficoltà di un naturale rapporto genitoriale tra il figlio ed il padre, a causa del comportamento fortemente ostativo della madre” ed aveva emesso un ordine di “ripresa” dei rapporti genitoriali violati dal genitore convivente.

Ma in nessuno dei due casi, i giudici dei Tribunali per i Minorenni, chiamati a “tutelare i diritto del Minore”, erano riusciti a “dare giustizia”, fermandosi ad emettere una serie di disposizioni che si “limitavano a delegare ai servizi sociali” la gestione degli incontri, resi impossibili dalla contrarietà della madre.

E, nella reiterata impossibilità di dar luogo agli stessi incontri, nulla era stato fatto, né dall’autorità giudiziaria né dai Servizi, per garantire ai piccoli un sano rapporto con il padre, come se gli specialisti, pur presenti nelle Istituzioni coinvolte, non fossero a conoscenza di quali gravi ed irrimediabili danni, comporti l’ablazione di una figura genitoriale, per di più se generata dalla stessa “volontaria opposizione” dell’altro genitore.


In entrambi i casi trattati, la Corte Europea si è trovata di fronte a misure del Tribunale per i Minorenni italiano che non ha esitato a definire “misure automatiche e stereotipate, quali le successive richieste d’informazioni e la delega ai servizi sociali sul controllo successivo, previo ordine di far rispettare il diritto di visita del ricorrente” (paragrafo 61 della Sentenza Piazzi e paragrafo 92 della Sentenza Lombardo).

Verificata pertanto la concreta impossibilità per i due minori di poter godere nella loro crescita del contributo del padre, a causa dell’inerzia e della non adeguatezza, dell’azione giurisdizionale dello Stato italiano, la Corte è giunta a considerare “sussistente la violazione del precetto a tutela della vita privata e familiare” e quindi ha emesso la sanzione che è identica nelle due pronunce per quanto riguarda la stima del danno morale, determinato in via equitativa in € 15.000,00, mentre vede raddoppiare la condanna alla refusione delle spese nella seconda decisione, quasi a voler essere di monito ulteriore.

Così riassunti schematicamente gli estremi più propriamente fattuali e quelli di diritto, non possiamo non sottolineare come la Seconda sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non si sia limitata alla sola analisi dell’esistenza dei presupposti della denunciata violazione, e verificatili, abbia emesso la condanna, ma in entrambe le Sentenze di condanna dello Stato italiano, abbia voluto ricordare un principio “metagiuridico” che è il principio cardine da applicare con estrema attenzione, laddove sia debba tutelare un minore, principio del quale è stata fatta strage, proprio da quella specializzata istituzione che è il Tribunale per i Minorenni.

Intendiamo riferirci al principio dell’inutile “enorme” trascorrere del tempo dal momento della prima richiesta di Giustizia, formulata nell’interesse dei loro figli dai due genitori, sino alla “maturazione” dei presupposti per ricorre alla CEDU, ovvero “l’esaurimento di tutte le vie” di ricorso interno.

Sia per il caso Piazzi che per il caso Lombardo, tra la prima sentenza che regolava la genitorialità ed l’ultima inadeguata pronuncia, che confermava inutilmente l’obbligo per il genitore convivente con il figlio, di consentire la frequentazione del padre, sono, dolorosamente ed inutilmente, trascorsi 7 anni nel primo ed 8 anni nel secondo caso.
Anni che hanno fatto sfumare ogni possibilità, per quei due minori, di poter avere un rapporto di qualunque genere con il loro papà, anni nei quali il contributo dell’altro genitore va a soddisfare alcune delle più importanti esigenze per una corretta formazione di una idea del se, come quella dell’affermare l’esistenza di regole interiori.

L’impossibilità di ricevere un tale contributo, nei tempi giusti, per il minore, comporterà l’irrimediabilità del danno, nel senso i contributi alla crescita forniti dai genitori, sono insostituibili proprio perché, in una situazione tutelata, intervengono coerentemente all’età evolutiva del figlio, ed ove vengano negati “nel tempo giusto”, la successiva crescita del figlio, di fatto impedisce l’assunzione di “quelle regole interne” così come, efficacemente ed inequivocabilmente, dimostrato dai numerosi studi, italiani ed internazionali, sui minori in “stato di adozione” !!

Ed in merito a tale profilo, la Cedu è stata assolutamente chiara nel sottolineare, già con la sentenza Piazzi c/ Italia, come il “carattere adeguato di una misura veniva riportato alla rapidità della sua esecuzione” (giusto il precedente specifico affermato nella Sentenza Maire c/ Portogallo nr. 48206/99) giungendo ad affermare come “simili ritardi non siano giustificabili in quanto è compito di ciascuno stato contraente organizzare il sistema giudiziario in modo tale da assicurare il rispetto degli obblighi positivi sussistenti in capo al medesimo in virtù dell’art. 8 della Convenzione”.

Tale principio è stato poi fortemente ribadito nella Sentenza Lombardo c/ Italia, nella quale si ricorda come il portato di cui all’art.8 abbia, come oggetto, quello di premunire l’individuo contro le “ingerenze arbitrarie” dei poteri pubblici, ma “non si accontenta” di ordinare allo Stato di astenersi da tali ingerenze : a questo obbligo, di carattere negativo, non possono che aggiungersi delle obbligazioni positive, riguardanti il rispetto effettivo delle vita privata e familiare.

E prosegue “tali obbligazioni possono implicare l’adozione di misure volte al rispetto della vita familiare, fino alle relazioni degli individui tra loro, da cui consegue l’attuazione di un sistema giuridico adeguato e sufficiente per assicurare i diritti legittimi degli interessati, così come il rispetto delle decisioni giudiziarie o delle misure specifiche appropriate”.

Ed ancora, la Corte arriva nel caso Lombardo, a pronunciare un principio chiaro ed univoco nella sua cogenza : “Questo sistema deve permettere allo Stato di adottare delle misure intese a riunire il genitore a suo figlio, anche nei casi di conflitto che contrappongono i due genitori.”

Poi, evidentemente, alla luce dell’inutilità della prima sentenza (Piazzi) nel caso della Sentenza Lombardo i Giudici dei Diritti dell’Uomo, ricordano come le obbligazioni positive non consistano soltanto nel vigilare, affinchè un bambino possa raggiungere il suo genitore od avere un contatto con lui, ma comprendano anche l’insieme delle “misure preparatorie” che permettono di giungere a tale risultato.

Ed infine, vista l’enormità del tempo trascorso, tra la prima istanza di giustizia formulata avanti il paese firmatario e l’emissione del provvedimento finale, che accomuna entrambi i casi (Piazzi e Lombardo), la Corte riafferma “per essere adeguate le misure volte a riunire il genitore a suo figlio devono essere attuate rapidamente, poiché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sul rapporto tra il bambino ed il genitore che non vive con lui (paragrafo 81 Sentenza Lombardo).

Così individuati i canoni più rilevanti delle “omissioni reiterate” dello Stato italiano, rilevate dalla CEDU, non v’è chi non veda come il diverso contesto normativo, in atto nel nostro paese dal gennaio di quest’anno, potrà forse consentire per il futuro una realtà più aderente al dettato di cui all’art. 8 della Convezione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo.

Intendiamo riferirci alla nuova realtà introdotta dalla Legge 10 dicembre 2012 nr. 219, (disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali) che permette, con il suo art. 3 (che modifica l’art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile) l’attribuzione di tutte le questioni che abbiano a che vedere con la determinazione delle modalità di esercizio della genitorialità, sotto l’egida dei Tribunali Ordinari.
Una tale equiparazione del Giudice competente a trattare del Diritto del Minore, come previsto chiaramente dal 155 Codice Civile, non può che farci immaginare, un diverso e più “concreto ed operativo” intervento di giustizia, essendo tutti i giudici “civili” ben adusi a gestire le situazioni critiche delle separazioni, per l’aspetto che riguarda i figli, con l’applicazione delle norme di cui al 709 ter introdotto dalla Legge 2006/54, quella sull’affido condiviso.


Per altro è vero che, la notizia delle condanne dell’Italia avanti un contesto europeo per la violazione di un diritto come quello alle relazioni familiari, non possa esaurirsi nella semplice parabola della “notizia di cronaca” ma, comportando una duplice condanna all’intero sistema Giustizia nazionale nella materia della tutela della Famiglia, obblighi tutti gli operatori del Diritto a prendere coscienza come, qualunque sia l’autorità giurisdizionale a tutelare il Diritto del Minore di cui all’art. 155 del Codice Civile, non possano più consentirsi tempi di gestione della decisione che non siano in armonia con il diritto che si ha l’obbligo di tutelare.

E come, il provvedimento giurisdizionale, non si possa più limitare a contenere una serie di “misure automatiche e stereotipate” lasciando così senza reagire, che si consolidi una situazione di fatto e che si radichi nonostante, ed a dispetto, di quanto disposto dalle decisioni giudiziarie, perché alla sanzione di tali reati deve provvede, con i suoi tempi e con le sue priorità, l’altra autorità giudiziaria, quella penale.

Nella tematiche delle “relazioni familiari e del diritto del minore ad una crescita serena ed equilibrata” è evidente come “il tempo e la negazione della figura del genitore negato” siano di pregiudizio assoluto per il minore stesso.

Per poter dar concreta efficacia ai precetti ribaditi dalle sentenze Piazzi e Lombardo il nostro sistema normativo ha già previsto il rimedio: la lettura e “l’applicazione sistematica e tempestiva” dell’art. 709 ter del nostro Codice di Procedura Civile potrebbe consentirci addirittura di indicare una via, semplice e percorribile, anche per gli altri Stati membri.

I rimedi previsti per legge dalla rubrica del 709 ter, introdotto a tutela dell’effettivo esercizio della genitorialità, consentono concretamente la possibilità per il Giudice di intervenire.

Ed infatti la riforma della competenza per materia, che fa transitare tutti i figli (sia nati all’interno di una storia matrimoniale che all’esterno di un matrimonio) sotto lo scudo del Giudice del Tribunale Civile, consente di ritenere che il magistrato della “separazione e del divorzio”, alla luce della sua specifica esperienza, ove chiamato a riportare il “rispetto della bigenitorialità” saprà tempestivamente “modificare”, ex art. 709 ter, i provvedimenti in vigore, intervenendo anche sulla allocazione dei ragazzi, per assicurare il diritto dei figli a godere di entrambi i genitori, potendo inoltre applicare congiuntamente un’ulteriore e codificata “batteria” di provvedimenti quali quelli di 1) ammonire il genitore inadempiente; 2) disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore; 3) disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro; 4) condannare il genitore inadempiente ad una sanzione amministrativa pecuniaria.

La nuova risorsa costituita dalla modifica della competenza a decidere sul destino di “tutti i figli” in tema di corretta fruizione dei genitori, ben si integra con il contributo specialistico offerto alla battaglia per la tutela del minore, dallo sforzo della Comunità scientifica Giuspsicologica italiana, che ha varato nel dicembre appena trascorso, la Carta di Civitanova Marche.

Tale documento individua da un lato gli “Indirizzi giuridici per l’applicazione delle decisioni giudiziarie in tema di tutela dei diritti relazionali del Minore” e sancisce quello che può individuarsi come il “repertorio” delle buone prassi psicologiche e socio-sanitarie per l’attuazione dei provvedimenti giudiziali in tema di tutela dei diritti anche relazionali dei minori, a rischio di pregiudizio.

La Carta di Civitanova Marche, sottoscritta dai maggiori studiosi della neuropsichiatria e della psicologia forense e dalle firme più illustri del mondo forense impegnato nella tutela del Diritto del minore, incentra il suo intervento proprio sul rispetto dell’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, e nelle sue premesse, ripercorre i medesimi principi e le criticità rilevate dalle Sentenze della Cedu in commento, giungendo ad individuare, in modo autonomo e perciò maggiormente rappresentativo l’importanza di un tale contesto, sia la pericolosità insita nell’inutile e pericoloso trascorrere del tempo, tra l’evidenza di una violazione e l’intervento concreto a tutela della salute del minore, sia al suo punto 22 (ostacoli al diritto alla bigenitorialità) prevedendo l’esigenza della messa in opera di vere e proprie “sanzioni punitive” a carico del genitore che si rifiuti di “facilitare il passaggio del figlio all’altro genitore”.

Con ciò sostanzialmente sottolineando, per altra via, l’importanza e la centralità del precetto contenuto nell’art. 709 ter, che assicura al Giudice competente ad intervenire a tutela del minore, con la facoltà di “modificare le allocazioni dei figli inizialmente disposte” la possibilità, concreta, reale e “tempestiva” di impedire che si possano radicare comportamenti che siano di danno al sereno sviluppo dei figli minori.

In buona sostanza, possiamo concludere come la giurisdizione italiana si trovi finalmente dotata di un “nuovo” contesto di competenza dei suoi giudici, che potrebbe con l’applicazione del contenuto normativo già in vigore (709 ter) per il futuro, effettivamente, metterla al riparo da altre condanne avanti alla CEDU, per la violazione dell’art. 8 della Convenzione sui diritti dell’uomo.

Sarà sufficiente infatti che il Giudice del Tribunale Civile, nel tutelare la bigenitorialità, applichi nell’interesse del minore, quanto disposto specificamente dalla norma di cui all’art. 709 ter, assicurando così da subito a tutti i figli di poter godere di entrambe le figure genitoriali.

Clicca qui per visualizzare la Carta di Civitanova Marche, condivisa dagli esperti della Psicologia e del Diritto di Famiglia, che individua gli “Indirizzi giuridici per l'applicazione delle decisioni giudiziarie in tema di tutela dei diritti relazionali del Minore”.

Clicca qui per leggere la Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle liberta' fondamentali

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