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ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE

I presupposti per l’assegnazione della casa familiare:quale interesse da tutelare?


In tema di assegnazione della casa familiare, il titolo ad abitare per il coniuge, è strumentale alla conservazione della comunità domestica ed è giustificato esclusivamente nell’interesse morale e materiale della prole affidatagli; in assenza di figli minori o maggiorenni non economicamente indipendenti, la casa coniugale non può perciò essere assegnata.

Con sentenza del 13 marzo 2013, n. 3439, il Tribunale di Milano ha rigettato la domanda di assegnazione della casa coniugale avanzata dal richiedente non sulla base delle necessità del figlio convivente, ma in relazione ad una vicenda di divisione di fatto, operata dai coniugi con accordi separati, ritenuta iniqua e lesiva del diritto di comproprietà dell’istante.

Il tribunale, ritenuto che il titolo ad abitare per il coniuge sia giustificato esclusivamente nell’interesse morale e materiale della prole affidatagli e posto che la valutazione circa l’iniquità dell’accordo esula dal thema decidendum devoluto al giudice della separazione, ha rigettato la richiesta.

La sentenza in commento offre lo spunto per alcune riflessioni sull’assegnazione della casa familiare in sede di separazione e divorzio, argomento sul quale molto si dibatte sia in giurisprudenza che in dottrina, non solo poiché costituisce una delle più frequenti cause di conflitto tra i coniugi nei giudizi successivi alla crisi del rapporto matrimoniale, ma, soprattutto, in quanto non c’è uniformità di vedute in merito all’individuazione dei presupposti che condizionerebbero la scelta del “contendente” cui riconoscere il diritto di abitare nella casa familiare.

Preliminarmente, è opportuno rammentare che la nozione di casa familiare ricomprende quell’insieme di beni, mobili e immobili, finalizzati all’esistenza domestica della comunità familiare ed alla conservazione degli interessi in cui si esprime e si articola la vita familiare (Frezza, Casa familiare, in Tratt. dir. fam., I, 2, II ed., Milano, 2011, 1753): così, oltre l’appartamento, rientrano in tale nozione anche tutti gli elementi che individuano lo “standard” di vita familiare oggettivato in quella organizzazione di beni e, quindi anche il “garage”, dal momento che questo risponde a specifiche esigenze del coniuge assegnatario e dei figli ad esso affidati (cfr. Pret. Firenze, sentenza 14 luglio 1984), nonché i beni mobili, gli arredi, gli elettrodomestici ed i servizi, con l’ovvia eccezione dei beni strettamente personali o che soddisfino esigenze peculiari del coniuge, privato del godimento della stessa (Cass., sentenza 9 dicembre 1983, n. 7303, Cass., sentenza 26 settembre 1994, n. 7865).

Delineato l’oggetto della trattazione, occorre poi circoscrivere i termini normativi della problematica, rappresentati, in tema di separazione, dall’art. 155 quater del codice civile (introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, in sostituzione del precedente comma 4 dell’art. 155, c.c.), il quale dispone che il godimento della casa familiare sia attribuito tenendo “prioritariamente conto dell’interesse dei figli” ed inoltre che “dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà”, cui fa eco, in tema di divorzio, il comma sesto dell’art. 6 della L. n. 74 del 1987, in base al quale: “l’abitazione della casa familiare, spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con i quali i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso, ai fini dell’assegnazione, il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione, favorendo così il coniuge più debole”.

La disputa circa l’assegnazione della casa familiare discende proprio dalla formulazione letterale delle citate norme: le disposizioni de quibus, poiché formulate in maniera frammentaria e stratificata, si sottraggono, infatti, a qualsivoglia operazione ermeneutica capace di individuare in modo chiaro (univoco) e convincente la ratio dell’istituto dell’assegnazione della casa familiare, dal che l’annosa questione relativa all’individuazione dei criteri di scelta del coniuge assegnatario.

La determinazione dei presupposti che condizionano l’attribuzione del diritto di abitare la casa coniugale (specie qualora questa non sia in comproprietà) costituisce, infatti, una delle principali problematiche su cui giurisprudenza e dottrina dibattono da anni.

Al riguardo, in dottrina ed in giurisprudenza si registrano due orientamenti di segno contrapposto: l’uno, che ammette l’assegnazione della casa familiare al coniuge non proprietario solo in presenza di un provvedimento di affidamento della prole; l’altro che estende l’ambito di applicabilità dell’istituto in parola anche al ricorrere di presupposti ulteriori ed alternativi a quello rappresentato dalla tutela dei figli.

Secondo l’orientamento (dominante) più restrittivo (che giunge ad escludere ogni possibile margine di tutela per il coniuge, o ex coniuge, non affidatario della prole né titolare di alcun diritto dominicale sull’immobile facente parte della casa coniugale), il potere del giudice di attribuire il godimento della casa coniugale al coniuge che su di essa non vanti alcun diritto, estromettendone il titolare, è di natura eccezionale (dunque non suscettibile di applicazione analogica) ed ancorato esclusivamente alle esigenze della prole, anche se maggiorenne, di mantenere il proprio habitat domestico (Il principio di massima secondo cui “il previgente art. 155 cod. civ. ed il vigente art. 155 quater cod. civ. in tema di separazione e l’art. 6 della legge sul divorzio subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente conviventi con i coniugi; in assenza di tale presupposto, sia la casa in comproprietà o appartenga a un solo coniuge, il giudice non potrà adottare, con la sentenza di separazione, un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non essendo la medesima neppure prevista dall'art. 156 cod. civ. in sostituzione o quale componente dell'assegno di mantenimento. In mancanza di norme ad hoc, la casa familiare in comproprietà resta soggetta alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione” si ritrova espresso in maniera pressoché identica in numerose pronunce, si vedano, in particolare: Cass., Sez. Un., sentenza 23 aprile 1982, n. 2494; Cass., Sez. Un., sentenza 28 ottobre 1995, n. 11297; Cass. civ., sentenza 4 luglio 2011, n. 14553; Cass. civ., sentenza 20 aprile 2011, n. 9079. In sintonia con la tesi c.d. restrittiva è inoltre anche la Corte Cost., sentenza 6-13 maggio 1998, n. 166, la quale, nel dichiarare applicabile la disposizione dell’art. 155 c.c. anche ai figli naturali, ha affermato come la tutela dell’interesse della prole rappresenti l’unica ratio ispiratrice dell’articolo in parola. In dottrina: Finocchiaro, Può il giudice della separazione assegnare l’abitazione della casa coniugale al coniuge cui vengono affidati i figli).

Solo la ricorrenza di tale indefettibile presupposto, cui si attribuisce valore di elemento tipico della fattispecie dell’assegnazione, consentirebbe, perciò, la compressione degli ordinari diritti di proprietà o godimento dell’altro coniuge, dal che l’impossibilità per il giudice della separazione o del divorzio (che può fare solo quello che gli è espressamente consentito dalla legge) di far leva su altri parametri alternativi o concorrenti, pena la violazione del principio di legalità.

L’assenza in capo al giudice del potere di attribuire l’assegnazione della casa familiare indipendentemente dall’affidamento della prole o dalla convivenza con figli maggiorenni, avuto riguardo solo alla debolezza economica del coniuge beneficiario, non sarebbe smentita nemmeno dall’’inciso “di preferenza”, “e ove sia possibile” contenuto nell’art. 155-quater del codice civile (in quanto, entrambe le locuzioni non si riferiebbero al destinatario dell’assegnazione, bensì all’opportunità o meno per il giudice di emanare il relativo provvedimento), né, tantomeno dalla nuova formulazione dell’art. 6 della l. div. a mente del quale “il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione, favorendo così il coniuge più debole”, la cui esatta interpretazione, così come esplicitato nei lavori preparatori alla l. div. (ed in particolare nella Relazione del sen. LIPARI nella Seconda Commissione permanente del Senato del 12 febbraio 1987, n. 13, ove si legge che “la Novella del 1987 ha avuto solo la funzione di consentire l’assegnazione della casa coniugale a quel coniuge convivente con figli maggiorenni non autosufficienti, visto che il codice civile la prevedeva solo in presenza di prole minorenne”) sarebbe solo quella di colmare una lacuna normativa, rappresentata dall’assenza di una disposizione che estendesse la tutela accordata ai minori anche ai figli maggiorenni non autosufficienti, fino a quel momento rimediabile solo ponendo mano all’analogia.

Dunque, secondo tale indirizzo interpretativo, la nuova formulazione dell’art. 6 l. div. introdotta dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987, va considerata alla stregua di un mero adeguamento al previgente art. 155 del codice civile: l’unica modifica apportata al modello normativo di riferimento è stata solo quella relativa all’ampliamento della tutela a favore dei figli maggiorenni conviventi e non economicamente autosufficienti, senza alterare, anzi ribadendo, la funzione primaria della norma che rimane esclusivamente quella di tutelare la prole.

Peraltro, sempre secondo l’impostazione restrittiva, l’individuazione della ratio ispiratrice dell’istituto in parola nella tutela dell’interesse della prole rappresenterebbe l’unica soluzione compatibile con l’esigenza di protezione del diritto dominicale del coniuge estromesso, poiché solo le limitazioni al diritto di proprietà derivanti dall’esigenza di tutelare il diritto dalla conservazione dell’habitat familiare costituiscono espressioni della funzione sociale della proprietà così come sancita dall’art. 42 della Costituzione (cfr. Cass. civ., sentenza 11 dicembre 1992, n. 13126). Differentemente, ossia disancorando le disposizioni relative all’assegnazione della casa coniugale dall’esigenza di tutela dei figli, il provvedimento giudiziale si tradurrebbe in una sorta di “espropriazione senza indennizzo” per il coniuge estromesso titolare del diritto dominicale (Sez. Un., 28 ottobre 1995, n. 11297).

Secondo la tesi (minoritaria) estensiva, poiché il nuovo testo dell’articolo 155-quater del codice civile dispone che il godimento della casa familiare sia attribuito tenendo “prioritariamente” conto dell’interesse dei figli, l’abitazione potrebbe essere attribuita anche a quel coniuge separato (senza addebito) non affidatario della prole, nel caso in cui di essa costui abbia una prioritaria necessità (Il Tribunale di Viterbo, con la sentenza 18 ottobre 2006, con un “obiter dictum” ha affermato che: anche in assenza di prole è possibile l’assegnazione della casa familiare, poiché accanto al criterio, da valutarsi prioritariamente, dell’interesse dei figli, ne esistono altri, come ad esempio la debolezza economica o morale di un coniuge rispetto all’altro: in assenza di figli, mentre non è possibile l’assegnazione a chi non è proprietario, nell’ipotesi di casa in comproprietà, la stessa potrà essere assegnata solamente in base ad un criterio economico, per favorire la parte meno abbiente”; ma si vedano anche, in tal senso: Cass. civ., sentenza 28 gennaio 1998, n. 822; Cass. civ., sentenza 7 luglio 1997, n. 6106; Cass. civ., sentenza 20 febbraio 1984, n. 1198; in dottrina: Bianca, Diritto civile).

In sostanza, l’art. 155-quater contempla esclusivamente il criterio d’elezione che deve ispirare l’organo giudicante al momento dell’emissione del provvedimento di assegnazione, ma non esclude l’esistenza di criteri alternativi e/o sussidiari sulla base dei quali deve essere orientata la scelta del giudice in caso di assenza di prole.

Di contenuto diametralmente opposto a quelli presi in considerazione dall’orientamento restrittivo, anche i presupposti posti alla base di tale teoria.

Anzitutto, la tesi estensiva muove dall’assunto che tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge, deve ritenersi consentito. Perciò, per quel che concerne la separazione, anche se all’interno dell’art. 155-quater manca l’espresso riferimento all’utilizzabilità, da parte del giudice, di criteri alternativi a quello della tutela della prole, la decisione sull’assegnazione dell’abitazione familiare può poggiare anche su presupposti diversi.

Parimenti contestabile, secondo detto orientamento, la qualificazione della norma di cui all’art. 155-quater in termini di eccezionalità: la tesi dell’eccezionalità, avendo riguardo solo ed esclusivamente alla titolarità dell’alloggio risolve il contrasto insorto tra i coniugi secondo il criterio dell’appartenenza, facendo della proprietà uno schema incapace di cogliere la complessa realtà che sottende ai rapporti tra coniugi (Così A. Greco, L’assegnazione della casa coniugale: natura del diritto, strumento di tutela, opponibilità del provvedimento, Tribuna ed., ove si legge anche che: “proprio l’assioma secondo cui l’assegnazione dell’alloggio, quale componente in natura dell’obbligo di mantenimento, finisca per trasformarsi in una sottospecie di esproprio senza indennizzo a favore del coniuge non titolare di alcun diritto dominicale è fallace. Innanzi tutto, il fatto che il provvedimento di assegnazione debba presupporre sempre e comunque un arco temporale ragionevolmente delimitato è smentito anche nell’ipotesi in cui ci sia affidamento della prole: si pensi, ad esempio, al caso, purtroppo non rarissimo, che, il figlio maggiorenne sia totalmente inabile al lavoro per infermità. D’altronde anche l’assegno di mantenimento, così come quello divorzile, possono avere una durata tendenzialmente indeterminata ovverosia pari alla vita dell’avente diritto, nel momento in cui permangano nel tempo i presupposti che hanno originato il provvedimento presidenziale”)

Invece, una volta impostata la corretta lettura della norma, ossia come diretta ad indicare solo il criterio prioritario di scelta del coniuge assegnatario, nessun carattere di eccezionalità può esserle ricondotto (cfr. Giacobbe, nota a Corte Cost. 27 luglio 1989, n. 454, in Rass. dir. civ., 1990, 138, laddove si legge che “può riconoscersi che l’assegnazione della casa coniugale sia passata da istituto di natura eccezionale, volto alla tutela della prole, a strumento per attuare la responsabilità patrimoniale del coniuge obbligato al mantenimento o al versamento dell’assegno divorzile”) e, pertanto, il provvedimento giudiziale di assegnazione può legittimamente svolgere un ruolo polifunzionale, potendosi anche “manifestare come modalità del mantenimento “in favore del coniuge più debole economicamente a cui, però, non sia addebitata la separazione (Il principio secondo cui l’assegnazione della casa familiare rientra nel computo del mantenimento dovuto al coniuge più debole è stato ripetutamente ribadito dal Supremo Collegio. Così: Cass., sentenza 6 luglio 1978, n. 3344; Cass., sentenza 19 giugno 1980, n. 3900; Cass., sentenza 23 giugno 1980, n. 3934; Cass., sentenza 23 aprile 1982, n. 2494; Cass., sentenza 20 febbraio 1984, n. 1198; Cass., sentenza 23 marzo 1983, n. 2083; Cass., sentenza 28 gennaio 1986, n. 549. Per ulteriori riferimenti di giurisprudenza conforme cfr. Pini, Presupposti per la pronuncia dell’assegno in godimento, in Famiglia e diritto, 1994).

Per quanto concerne il divorzio, invece, detto orientamento ritiene che sia la stessa lettera dell’art. 6, l. div. ad aver esplicitato i parametri che sottendono all’assegnazione: in via preferenziale la tutela della prole, in subordine, la sperequazione tra le rispettive situazioni economiche dei due ex coniugi e la considerazione delle eventuali colpe.

Dure, inoltre, le critiche mosse verso l’interpretazione restrittiva dell’art. 6, l. div. da parte dei sostenitori della tesi di senso contrario....

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