INTERNET E DIRITTO

Provider e motori di ricerca non responsabili per i contenuti veicolati da terzi

| 04 Giugno 2012

Tribunale ordinario civile di Firenze - Sezione marchi e brevetti - Sentenza 25 maggio 2012

Con un’ordinanza depositata lo scorso 25 maggio, la Sezione proprietà industriale del Tribunale di Firenze fa chiarezza in merito alla responsabilità dei motori di ricerca. La vicenda è facilmente riassumibile. Un imprenditore, navigando su internet, si imbatte in un sito nel quale, a suo dire, sarebbero pubblicate alcune immagini che lo ritraggono, pur in assenza di una preventiva autorizzazione, nonché affermazioni dal contenuto diffamatorio nei confronti della sua società. Il sito in questione è gestito anonimamente e non vi è alcun recapito per contattare il webmaster o il gestore del sito. L’imprenditore si rivolge allora alla Google Inc. (ossia alla sede centrale americana), chiedendo che sia impedito il collegamento dal motore di ricerca al sito oggetto di lite. Dinanzi al rifiuto di Google, decide di adire le vie giudiziarie.



L’ordinanza del Tribunale di Firenze appare interessante per molteplici aspetti. Innanzi tutto, giova evidenziare che le richieste formulate da parte attrice sono state giudicate infondate e che il Tribunale abbia ritenuto insussistente il fumus boni juris, giacché le fotografie ritrarrebbero l’imprenditore in contesti pubblici.

La decisione si dilunga poi sulle funzioni e sugli obblighi dei motori di ricerca. Quanto al primo aspetto, l’ordinanza è dell’avviso che quella dei motori di ricerca sia un’attività di caching, atteso che sarebbe limitata “alla indicizzazione dei siti ed alla formazione di copie cache dei loro contenuti, con memorizzazione temporanea delle informazioni”. Quella sul caching (articolo 13 della direttiva sul commercio elettronico e 15 del Dlgs70/2003) è, tra le disposizioni che interessano gli intermediari della Rete, quella che ha trovato più raramente applicazione. Eppure, tale norma è già stata richiamata in altri casi per qualificare l’attività svolta dai motori di ricerca: si pensi, ad esempio, all’ordinanza del Tribunale di Roma relativa al caso About Elly (sebbene, in quel caso, si era giunti ad una condanna per Yahoo, poi riformata in sede di giudizio di reclamo).


L’ordinanza – e questo è il passaggio che merita la maggiore attenzione – si interessa anche degli obblighi dei motori di ricerca nel caso in cui ricevano richieste di rimozione o di disattivazione dell’accesso a determinati contenuti. Sul punto, il giudice fiorentino sembra non aver dubbi, precisando che “la conoscenza effettiva della pretesa illiceità dei contenuti del sito de quo non possa essere desunta neppure dal contenuto delle diffide di parte, trattandosi di prospettazioni unilaterali” e che la stessa conoscenza non sia neanche desumibile dal decreto di archiviazione del GIP, “trattandosi di un provvedimento privo di efficacia di giudicato e comunque reso perché ignoti gli autori del reato, senza alcun accertamento, dunque, sulla sussistenza del reato stesso, che non si può dare per presupposto”.


Dunque, perché possa ritenersi che un motore di ricerca (o altro intermediario di internet) abbia effettiva conoscenza dell’illiceità commessa da terzi, è necessario che un “organo competente abbia dichiarato che i dati sono illeciti, oppure abbia ordinato la rimozione o la disabilitazione dell’accesso agli stessi, ovvero che sia stata dichiarata l’esistenza di un danno” o, ancora, “che l’ISP stesso sia a conoscenza di una tale decisione dell’autorità competente”.


Un passo importante, perché sembra spazzar via l’indirizzo assunto da parte della giurisprudenza che, per mezzo di un'interpretazione (forse eccessivamente) estensiva del Dlgs 70/2003, ha ritenuto sufficiente che il soggetto che pretenda di aver subito una lesione possa limitarsi a comunicare all’intermediario l’indirizzo Url contenente il presunto materiale illecito.


La decisione fiorentina appare ancora più importante per Google se si allarga l’angolo prospettico e si considera la decisione, del 29 maggio scorso, del Tribunal de Grande Instance di Parigi, che ha statuito che YouTube non possa essere ritenuto responsabile in caso di pubblicazione, da parte dei propri utenti, di video tutelati dal diritto d’autore. Anche in questo caso, la posizione della giurisprudenza appare netta: gli operatori di internet sono degli intermediari e, in quanto tali, non possono essere considerati responsabili dei contenuti veicolati da terzi, né, tanto meno, essere equiparati a degli editori, neanche laddove, come nel caso deciso in Francia, operino una selezione di taluni contenuti ritenuti “contrari alla propria linea editoriale” ovvero organizzino i video, anche per mezzo di specifici suggerimenti agli utenti, o vendano spazi pubblicitari.


In definitiva, si avverte l’impressione che, dopo vacillamenti e tentennamenti, la giurisprudenza – non solo italiana – si avvii finalmente verso una faticosa quadratura del cerchio nell’individuazione dei doveri e delle responsabilità dei motori di ricerca.