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Amianto: responsabilità dell'imprenditore e risarcimento danni

15 Ottobre 2012

Non può essere riconosciuta alcuna attenuante per i comportamenti dolosi e le omissioni - caratterizzati da un dolo di elevatissima intensità - messi in atto dai vertici di una multinazionale chiamati in causa per i danni provocati dall'amianto lavorato nei loro stabilimenti. Le attività di contaminazione dei siti industriali derivanti dalle carenze strutturali, quale la assoluta inidoneità dei sistemi di aspirazione ovvero quelle derivanti dalle scelte sciagurate effettuate dalla direzione industriale, quali quelle di inquinamento delle acque e di frantumazione a cielo aperto degli scarti di produzione, sono direttamente riconducibili ai vertici societari e, cioè, agli imputati che avevano la responsabilità degli investimenti finanziari e delle scelte di politica industriale.

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Corte di Cassazione, sez. L., civ., sentenza 15 ottobre 2012, n. 17092

Infortuni sul lavoro e malattie professionali - Malattie professionali (in genere) - Lavoratore portuale deceduto per mesotelioma pleurico - Esposizione alla inalazione di fibre di amianto - Richiesta risarcimento, iure hereditario, del danno morale, esistenziale e biologico - Responsabilita' del datore di lavoro ex art. 2087 c.c.

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Guida al Diritto on line

Eternit, le motivazioni: «un dolo di elevatissima intensità» - 15 maggio 2012

Eternit, comportamenti dolosi e omissioni: 16 anni ai supermanager - 14 febbraio 2012

Amianto: confermata condanna vertici Michelin per morte operaio - 12 settembre 2011

Esposizione ad amianto, nuova pronuncia della Cassazione sul nesso di causalità e colpa degli amministratori - 30 dicembre 2010

Per provare il nesso causale il giudice deve 'ancorarsi' alla scienza - 4 novembre 2010
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Diritto 24

Processo Eternit: una sentenza storica e un emblematico caso di Litigation pr - 15 marzo 2012

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RESPONSABILITA' DEL DATORE DI LAVORO

Tribunale Torino, sez. I, pen., sentenza 14 maggio 2012

Sicurezza lavoro - Danni provocati dall'amianto - Eternit - Responsabilità - Vertici aziendali - Dolo di elevatissima intensità

Non può essere riconosciuta alcuna attenuante per i comportamenti dolosi e le omissioni - caratterizzati da un dolo di elevatissima intensità - messi in atto dai vertici di una multinazionale chiamati in causa per i danni provocati dall'amianto lavorato nei loro stabilimenti. Le attività di contaminazione dei siti industriali derivanti dalle carenze strutturali, quale la assoluta inidoneità dei sistemi di aspirazione ovvero quelle derivanti dalle scelte sciagurate effettuate dalla direzione industriale, quali quelle di inquinamento delle acque e di frantumazione a cielo aperto degli scarti di produzione, sono direttamente riconducibili ai vertici societari e, cioè, agli imputati che avevano la responsabilità degli investimenti finanziari e delle scelte di politica industriale. Nello stesso modo, le rimanenti attività di inquinamento ambientale, materialmente eseguite da persone diverse dagli attuali imputati, devono essere ricondotte anch'esse ad essi, nei periodi di rispettiva gestione, in quanto con la posizione assunta nella conduzione dell'azienda, hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione delle relative condotte criminose. I vertici dell'azienda erano a conoscenza dei problemi, ma nonostante tutto hanno continuato e non si sono fermati, né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione al fine di migliorare l'ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l'inquinamento. Inoltre hanno cercato di nascondere e minimizzare gli effetti nocivi.

Reato in genere - Rapporto di causalità - Patologie da esposizione all’amianto - Mesotelioma - Patologia dose-dipendente - Ragioni. (Cp, articoli 40 e 41)

Sussiste il rapporto di causalità tra le esposizioni all’amianto intervenute dopo quelle che abbiano provocato l’insorgere del mesotelioma e l’evento-morte, perché anche il mesotelioma (come il tumore polmonare e l’asbestosi), può definirsi patologia dose-correlata. (Il tribunale ha precisato che, in proposito, è possibile enunciare non una legge universale, in presenza di opinioni scientifiche discordi, bensì una affidabile relazione causale di tipo probabilistico accolta in via maggioritaria dalla comunità scientifica, che rende possibile giungere, nel caso concreto, a un giudizio di certezza, espresso in termini di probabilità logica o credibilità razionale).

Guida al Diritto 20.10.2012 - n. 42 - p.12
Caso eternit: ai manager degli stabilimenti italiani sedici anni di reclusione più il risarcimento danni - Beltrani Sergio


Guida al Diritto 20.10.2012 - n. 42 - p.15

Per i giudici di Torino c'è rapporto di causalità tra le esposizioni all'amianto e l'evento-morte - Beltrani Sergio

Ambiente & Sicurezza 27.3.2012 - n. 6 - p.50

Amianto - Il Tribunale di Torino condanna i responsabili per le malattie-infortunio

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Corte di Cassazione, sez. IV, pen., sentenza 27 agosto 2012, n. 33311

LAVORO - SICUREZZA - ESPOSIZIONE ALL'AMIANTO - OMESSA ADOZIONE IDONEE MISURE DI PROTEZIONE - DECESSO DEL LAVORATORE - NESSO DI CAUSALITÀ.

Sussiste il nesso di causalità tra l'omessa adozione da parte del datore di lavoro di idonee misure di protezione e il decesso del lavoratore in conseguenza della protratta esposizione alle polveri di amianto, quando, pur non essendo possibile determinare l'esatto momento dell'insorgenza della malattia, deve ritenersi prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul tempo di latenza.

Corte di Cassazione, sez. IV, pen., sentenza 21 giugno 2012, n. 24997


Malattie professionali - Responsabilità dei titolari della posizione di garanzia - Nesso causale - Accertamento - Dimostrazione - Fattispecie in tema di esposizione all'amianto. (Cp, articoli 40 e seguenti e 589)

La responsabilità per gli eventi dannosi legati all'inalazione di polveri di amianto (nella specie, si ipotizzava che l'esposizione all'amianto avesse determinato l'insorgenza di un mesotelioma pleurico che poi aveva causato la morte del lavoratore), pur in assenza di dati certi sull'epoca di maturazione della patologia, va attribuita causalmente alla condotta omissiva dei soggetti responsabili della gestione aziendale, anche se per una parte soltanto del periodo di tempo di esposizione della persona offesa, in quanto tale condotta, con riguardo a una patologia già insorta, ha ridotto i tempi di latenza della malattia, ovvero, con riguardo alle affezioni insorte successivamente, ha accelerato i tempi di insorgenza. E ciò sulla base della legge di copertura scientifica della cosiddetta dose cumulativa, secondo cui nella fase di induzione della malattia ogni esposizione ha un effetto causale concorrente, giacché, pur non essendovi certezze circa la dose sufficiente a scatenare la malattia, esiste un rapporto esponenziale tra dose cancerogena assorbita determinata dalla durata e dalla concentrazione dell'esposizione alle polveri di amianto e risposta tumorale. (Nella specie, relativa a rigetto del ricorso avverso la sentenza di condanna, la Corte ha addirittura evidenziato che, in sede di merito, non risultavano provate ulteriori cause alternative dell'insorgenza del tumore, che era stato ricondotto, quindi, all'esposizione del lavoratore alle polveri di amianto nel corso dell'attività lavorativa alle dipendenze dell'azienda degli imputati).

Corte di Cassazione, sez.L.,civ.,Sentenza 30 maggio 2012, n. 8655

Sicurezza sul lavoro - norme per la prevenzione infortuni - lavoratori esposti all'amianto - mancata adozione di misure preventive - responsabilità del datore - configurabilità - sussistenza

La responsabilità dell'imprenditore ex articolo 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l'omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrita' psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio.

Tribunale Bari, sez.L., civ., sentenza 19 aprile 2012, n. 4405

Malattia professionale - Esposizione all'amianto - Infondatezza della domanda risarcitoria - Mancanza del nesso eziologico tra danno ed attività lavorativa - Accertamento dell'efficacia causale della condotta - Metodo dell'eliminazione causale.

E' infondata la domanda risarcitoria formulata in relazione alla patologia denunciata dal ricorrente all'INAIL, ritenuta dallo stesso eziologicamente riconducibile all'attività lavorativa svolta che aveva comportato una continua esposizione dello stesso all'amianto, laddove la perizia svolta in sede istruttoria evidenzi che l'esposizione a fattori occupazionali non è indicata quale concausa della malattia del ricorrente. L'efficacia causale di una condotta deve accertarsi, difatti, con il metodo dell'eliminazione causale della stessa, in modo da verificare se, eliminata la condotta, il risultato si sarebbe prodotto in identica maniera. Tale accertamento non può però basarsi su leggi universali, necessitando il riferimento a leggi statistiche che si limitino ad affermare che il verificarsi di un evento è accompagnato dal verificarsi di un altro evento in una certa percentuale di casi e con una frequenza relativa.


Corte di Cassazione, sez. IV, pen., sentenza 12 settembre 2011, n. 33734

OMICIDIO COLPOSO - ESPOSIZIONE ALL'AMIANTO - MORTE DIPENDENTE - RESPONSABILITÀ DIRIGENTI.

Sono responsabili del reato di omicidio colposo - in virtù della posizione di garanzia rivestita – i manager della multinazionale il cui dipendente, addetto alla manutenzione della centrale termica, sia morto a causa di venti anni di costante esposizione all'amianto, senza le dovute protezioni, che hanno procurato all'operaio il mesotelioma maligno. Nel caso si specie, i dirigenti avevano omesso di sottoporre il dipendente ad adeguato controllo sanitario mirato sul rischio specifico dell'amianto, nonché di informarsi e di informare il lavoratore sui rischi derivanti dall'esposizione all'amianto e sulle misure da adottare per ovviarvi, e di disporre o di sollecitare i vertici della multinazionale in questione ad adottare le misure necessarie a contenere i rischi di tale esposizione, di curare o sollecitare la fornitura e l'effettivo impiego di mezzi personali di protezione.

Corte di Cassazione, sez. IV, pen., sentenza 13 dicembre 2010, n. 43786

REATO - ELEMENTO SOGGETTIVO - COLPA - IN GENERE - Accertamento della colpa - Prevedibilità dell'evento - Possibilità che la condotta produca l'evento - Sufficienza - Fattispecie: esposizione a polveri di amianto.

In tema di delitti colposi contro la persona per violazione della normativa antinfortunistica (nella specie, omicidio colposo, conseguente all'insorgere di un mesotelioma pleurico, in danno di un lavoratore reiteratamente esposto, nel corso della sua esperienza lavorativa - esplicata in ambito ferroviario - all'amianto, sostanza oggettivamente nociva), si è in presenza di un comportamento soggettivamente rimproverabile a titolo di colpa quando l'attuazione delle cautele possibili all'epoca dei fatti avrebbe significativamente abbattuto le probabilità di contrarre la malattia. (La Corte ha evidenziato che la pericolosità dell'esposizione all'amianto per il rischio di mesotelioma risale - con riferimento al settore ferroviario - almeno agli anni sessanta, e che nella specie gli imputati avrebbero potuto acquisire tali conoscenze sia direttamente, sia tramite i soggetti eventualmente delegati in materia di igiene e sicurezza).

Corte di Cassazione, sez. IV, pen., sentenza 4 novembre 2010, n. 38991

LAVORO - INFORTUNIO SUL LAVORO DI ALCUNI DIPENDENTI - RESPONSABILITÀ PENALE - SOCIETÀ DI CAPITALI - RISPETTO DELLE NORME SULLA SICUREZZA SUL LAVORO - DELEGA CONFERITA A UNO O PIÙ AMMINISTRATORI - RESPONSABILITÀ PENALE ANCHE DEGLI ALTRI COMPONENTI DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE - SUSSISTENZA - MOTIVI.

La presenza di un'eventuale delega di gestione conferita a uno o più amministratori, specifica e comprensiva dei poteri di deliberazione e spesa, può ridurre la portata della posizione di garanzia attribuita agli ulteriori componenti del consiglio, ma non escluderla interamente, poiché non possono comunque essere trasferiti i doveri di controllo sul generale andamento della gestione e di intervento sostitutivo nel caso di mancato esercizio della delega. A fronte dell'esistenza di amministratori muniti di delega per l'adozione di misure di protezione concernenti i singoli lavoratori o aspetti particolari dell'attività produttiva, grava su tutti i componenti del consiglio di amministrazione il compito di vigilare sulle complessive politiche della sicurezza in azienda.

REATO - CAUSALITÀ (RAPPORTO DI) - IN GENERE - Malattie professionali conseguenti ad esposizione all'amianto - Asbestosi.

La responsabilità per gli eventi dannosi legati all'inalazione di polveri di amianto, pur in assenza di dati certi sull'epoca di maturazione della patologia (nella specie: asbestosi), va attribuita causalmente alla condotta omissiva dei soggetti responsabili della gestione aziendale, anche se per una parte soltanto del periodo di tempo di esposizione delle persone offese, in quanto tale condotta, con riguardo alle patologie già insorte, ha ridotto i tempi di latenza della malattia, ovvero, con riguardo alle affezioni insorte successivamente, ha accelerato i tempi di insorgenza.

Guida al Lavoro 19.11.2010 n. 45 pg.15 - Sicurezza del lavoro: la Cassazione sulla responsabilità del Cda (Gallo Mario)

Corte Costituzionale, sentenza 1 agosto 2008, n. 327


REATI E PENE - CROLLO DI COSTRUZIONI E ALTRI DISASTRI DOLOSI - DISASTRO INNOMINATO - FATTISPECIE DI DISASTRO AMBIENTALE - DEDOTTA INDETERMINATEZZA DELLA NORMA INCRIMINATRICE - ASSERITA VIOLAZIONE DEI PRINCIPI DI TASSATIVITÀ DELLA FATTISPECIE PENALE, DI COLPEVOLEZZA, DELLA FINALITÀ DI PREVENZIONE GENERALE, NONCHÉ DEL DIRITTO DI DIFESA - ESCLUSIONE - NON FONDATEZZA DELLE QUESTIONI - AUSPICIO CHE L'IPOTESI DEL C.D. DISASTRO AMBIENTALE FORMI OGGETTO DI AUTONOMA CONSIDERAZIONE DA PARTE DEL LEGISLATORE PENALE.

Sono infondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 434 cod. pen., nella parte in cui punisce il c.d. disastro innominato, sollevate in riferimento agli artt. 24, 25, secondo comma, e 27 della Costituzione, in quanto la norma nella sua formulazione non sarebbe idonea ad assicurare il rispetto del principio di tassatività della fattispecie penale. La nozione di 'altro disastro', su cui gravita la descrizione del fatto illecito, si connette all'impossibilità pratica di elencare analiticamente tutte le situazioni astrattamente idonee a mettere in pericolo la pubblica incolumità e, ciò, soprattutto in correlazione all'incessante progresso tecnologico che fa continuamente affiorare nuovi fonti di rischio e, con esse, ulteriori e non preventivabili modalità di aggressione del bene protetto. Inoltre, l'aver anteposto, nella descrizione della fattispecie criminosa, al termine 'disastro', l'aggettivo 'altro', fa si che il senso di detto concetto - spesso in sé alquanto indeterminato - riceva 'luce' dalle species dei disastri preliminarmente enumerati e contemplati negli articoli compresi nel capo relativo ai 'delitti di comune pericolo mediante violenza' (c.d. disastri tipici) che richiamano una nozione unitaria di disastro, inteso come evento distruttivo di proporzioni straordinarie, anche se non necessariamente immani, atto a produrre effetti dannosi, gravi, complessi ed estesi, ed idoneo a determinare un pericolo per la vita e l'integrità fisica di un numero indeterminato di persone (senza che sia richiesta anche l'effettiva verificazione della morte o della lesione di uno o più soggetti). La verifica del rispetto del principio di determinatezza va, del resto, condotta non già valutando il singolo elemento descrittivo dell'illecito, ma raccordandolo con gli altri elementi costitutivi della fattispecie, nell'ambito della disciplina in cui si inserisce. In particolare, l'inclusione nella formula descrittiva dell'illecito di espressioni sommarie, di vocaboli polisensi, ovvero di clausole generali o concetti elastici, non comporta un vulnus del parametro costituzionale evocato, quando la descrizione complessiva del fatto incriminato consenta al giudice - avuto riguardo alle finalità perseguite dall'incriminazione ed al più ampio contesto ordinamentale in cui essa si colloca - di stabilire il significato di tale elemento mediante un'operazione interpretativa non esorbitante dall'ordinario compito a lui affidato, permettendo, al contempo, al destinatario della norma, di avere una percezione sufficientemente chiara ed immediata del relativo valore percettivo. L'accertata insussistenza di un vulnus al principio di determinatezza, travolge altresì le ulteriori censure relative al diritto di difesa, al principio di colpevolezza e alla finalità di prevenzione speciale della pena. Tuttavia, in relazione ai problemi interpretativi che possono porsi nel ricondurre alcune ipotesi al paradigma del c.d. disastro innominato (tra le quali, segnatamente, l'ipotesi del disastro ambientale), è auspicabile un intervento del legislatore penale che disciplini in modo autonomo tali fattispecie criminose. - Sulla compatibilità con il principio di determinatezza dell'uso, nella formula descrittiva dell'illecito penale, di espressioni sommarie, di vocaboli polisensi ovvero di clausole generali o concetti 'elastici', vedi citata la sentenza n. 5/2004, nonché, ex plurimis le sentenze n. 34/1995; n. 122/1993 e n. 247/1989; le ordinanze n. 395/2005; n. 302/2004 e n. 80/2004. - Nel senso che la sufficiente determinatezza della fattispecie penale assicura, da un lato, il principio della divisione di poteri e della riserva di legge in materia penale (evitando che il giudice assuma un ruolo creativo nell'individuare il confine tra ciò che è lecito ed illecito) e, dall'altro, garantisce la libera determinazione individuale permettendo del destinatario della norma penale di conoscere le conseguenze giuridico-penali del proprio agire, vedi citate, le sentenze n. 185/1992 e n. 364/1988. - Sulla legittimità costituzionale delle fattispecie c.d. ad analogia esplicita, vedi citata, la sentenza n. 120/1963.

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RISARCIMENTO DANNI

Corte di Cassazione, sez. L., civ., Sentenza 16 febbraio 2012, n. 2251

INFORTUNI SUL LAVORO E MALATTIE PROFESSIONALI - RISARCIMENTO - Decesso a causa di neoplasia polmonare causata dall'inalazione delle fibre di amianto - Danno non patrimoniale - Valutazione - Criteri


In caso di lesione dell'integrità fisica conseguente a malattia occorsa al lavoratore per la violazione dell'obbligo di sicurezza posto a carico del datore di lavoro ex articolo 2087 c.c., ove dalla malattia sia derivato l'esito letale e la vittima abbia percepito lucidamente l'approssimarsi della fine attivando un processo di sofferenza psichica, l'entita' del danno non patrimoniale (il cui risarcimento e' reclamabile dagli eredi) deve essere determinata sulla base non gia' (e non solo) della durata dell'intervallo tra la manifestazione conclamata della malattia e la morte, ma dell'intensita' della sofferenza provata, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e delle altre particolarita' del caso concreto.

Corte di Cassazione, sez. L., civ., sentenza del 11 luglio 2011, n. 15156

IMPUGNAZIONI CIVILI - CASSAZIONE (RICORSO PER) - MOTIVI DEL RICORSO - VIZI DI MOTIVAZIONE - Giudice - Convincimento - Valutazione complessiva degli elementi di prova - Onere del ricorrente - Critica di un solo elemento della valutazione - Insufficienza - Fattispecie.

Ove il convincimento del giudice di merito si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti, considerati nel loro complesso, il ricorso per cassazione deve evidenziare l'inadeguatezza, l'incongruenza e l'illogicità della motivazione, alla stregua degli elementi complessivamente utilizzati dal giudice, e di eventuali altri elementi di cui dimostri la decisività, onde consentire l'apprezzamento dell'incidenza causale del vizio di motivazione sul 'decisum', non potendo limitarsi, in particolare, ad inficiare uno solo degli elementi della complessiva valutazione. (Nella specie, relativa ad una azione risarcitoria promossa dagli eredi di un lavoratore deceduto per mesotelioma pleurico, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha rilevato che correttamente la corte territoriale aveva sottolineato l'efficienza causale dell'esposizione a fibre d'amianto, alla quale il lavoratore era stato soggetto in quanto addetto ai lavori di scoibentazione dei tubi di riscaldamento e che era comprovata dalla presenza di una cospicua quantità di fibre nei polmoni, il cui nesso eziologico non era rimasto interrotto, in applicazione dell'art. 41 cod. pen., dal tabagismo del dipendente medesimo).

Corte di Cassazione, sez. L., civ., Sentenza 21 aprile 2011, n. 9238

RISARCIMENTO DEL DANNO - PATRIMONIALE E NON PATRIMONIALE (DANNI MORALI) - Lesione di diritto fondamentale della persona - Risarcimento - Integralità - Pregiudizi esistenziali - Inclusione - Liquidazione - Personalizzazione - Necessità - Criteri - Fattispecie.

In materia di risarcimento danni, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola, secondo la quale il risarcimento deve ristorare interamente il danno subito, impone di tenere conto dell'insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purchè sia provata nel giudizio l'autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo il giudice, a tal fine, provvedere all'integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno. (Nella specie, relativa ad una azione risarcitoria promossa dagli eredi di un lavoratore deceduto per mesotelioma pleurico per esposizione a fibre di amianto, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha ritenuto corretta la decisione della corte territoriale, la quale, ai fini della determinazione della misura del danno esistenziale, aveva tenuto conto delle ripercussioni 'massimamente penalizzanti' della malattia sulla vita del danneggiato ed aveva valorizzato la penosità della sofferenza, le quotidiane difficoltà, le cure estenuanti e l'assenza di ogni prospettiva di guarigione, quantificando il risarcimento in misura doppia al danno biologico).

Corte di Cassazione, sez. L., civ., sentenza 1 febbraio 2008, n. 2491

Infortuni sul lavoro e malattie professionali - igiene e sicurezza del lavoro - obbligo del datore di lavoro di adottare idonee misure a tutela dell'integrità psicofisica dei lavoratori - art. 2087 c.c. - portata

La responsabilità dell'imprenditore ex art. 2087 cod.civ., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l'omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza della Corte territoriale che, con completa e coerente motivazione, aveva affermato la responsabilità, ex art. 2087 cod. civ., del datore di lavoro, esattamente considerando come noto al tempo dei fatti di causa - 1975/1995 - il rischio da inalazione di polveri di amianto e rilevando l'insufficienza di un torrino d'aspirazione predisposto dall'imprenditore nonché ravvisando il danno biologico nel semplice pericolo cagionato da un'alterazione anatomica pur non avente attuale incidenza funzionale).



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