Processo del lavoro

Il nuovo rito "veloce" dopo la Riforma Fornero: prime applicazioni pratiche

| 09 Novembre 2012

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Riforma Fornero, prima applicazione pro lavoratore del nuovo articolo 18

CONTRATTI A TERMINE - Le modifiche apportate dal Dl Sviluppo alla Riforma Fornero


A seguito dell’entrata in vigore della l. 28.6.2012, n. 92, meglio nota come Riforma Fornero , è stato completamente rivisitato l’assetto normativo che – per circa 40 anni – ha disciplinato i rapporti di lavoro; in particolare, la Riforma ha toccato sia la c.d. “tutela reale” modificando profondamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, sia il processo del lavoro, creando un rito esclusivo e specifico per le sole controversie aventi ad oggetto l’accertamento della legittimità o meno del licenziamento: un rito nuovo, ad istruttoria sommaria, e dichiaratamente più snello e rapido.



Il nuovo rito “veloce” realizzato dalla Riforma ha sollevato più di un dubbio, soprattutto perché la norma è priva di una disposizione di raccordo che chiarisca se il rito “classico” ex art. 414 c.p.c. debba considerarsi sostituito a tutti gli effetti oppure solamente alternativo (a libera scelta delle parti); in effetti, a ben vedere, il Legislatore ha cercato con la Riforma di imprimere una maggiore celerità ai giudizi aventi ad oggetto l’accertamento della legittimità del licenziamento ma ha poi finito con il realizzare un’inspiegabile duplicazione di riti, stante la natura speciale sia del rito ex l. 92/2012 quanto di quello ex art. 414 c.p.c.

Ad ogni modo, lasciando che sia la pratica quotidiana a decidere se la Riforma è o non è efficiente, è opportuna una rapida analisi sulle prime decisioni di merito all’esito di una procedura “veloce”.

La Riforma Fornero ed il nuovo rito 'veloce' Prima di valutare alcune sentenze di merito, è opportuna una rapida analisi di cosa sia questo rito “veloce” e in che casi si applica. Come noto, il nuovo rito si applica solo ed esclusivamente alle controversie relative a rapporti di lavoro assistiti da “tutela reale” e quindi ai quali si applichi l’art. 18, l. 20.5.1970, n. 300, nella formulazione sia precedente che successiva a quella relativa all’entrata in vigore della l. 92/2012; la parte che intende agire in giudizio per ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento comminato dal datore di lavoro deve seguire due fasi distinte: a) una prima, necessaria, volta ad assicurare una tutela urgente del lavoratore che si conclude con una rapida decisione del giudice di accoglimento o rigetto della domanda; b) una seconda, eventuale, di impugnazione della precedente decisione del giudice e che si instaura ai sensi e per gli effetti del vecchio art. 414 c.p.c., non modificato e comunque valido per tutti gli altri giudizi. La prima fase è quella del nuovo rito e la procedura, in questo caso, si apre con un ricorso al tribunale del lavoro, con il quale di lavoratore agisce contro un licenziamento o per la corretta qualifica del proprio rapporto di lavoro; depositato il ricorso, il giudice è tenuto a fissare l’udienza entro 40 giorni ed è compito del ricorrente notificare il ricorso, unitamente al decreto di fissazione di udienza, entro 10 giorni dalla data di pronuncia del decreto e comunque 25 giorni prima dell’udienza fissata: ricevuto il ricorso, la controparte si può costituire in giudizio tramite una memoria difensiva che può depositare nella cancelleria del giudice fino a 5 giorni prima dell’udienza di prima comparizione.

Il ricorso viene redatto secondo le forme dell’art. 125 c.p.c. e quindi dovrà contenere l’indicazione di:

(i) ufficio giudiziario; (ii) parti e oggetto; (iii) le ragioni della domanda e le conclusioni o l’istanza; (iv) sottoscrizione del difensore o della parte, se sta in giudizio personalmente. Il giudice ha sempre la piena direzione del processo che, in questo caso, seguirà la falsa riga dei procedimenti cautelari ex art. 700 c.p.c. in quanto si potranno sentire informatori o chiedere eventuali esibizioni documentali, senza che ciò comporti quelle preclusioni e decadenze tipiche del giudizio “classico”; presumibilmente, il rito si chiude in un’unica udienza, e la causa viene definita con ordinanza motivata che può essere impugnata entro 30 giorni dalla comunicazione (anche via fax o email): tale impugnazione viene effettuate nella seconda fase e si introduce con un ricorso ex art. 414 c.p.c. Tra i dubbi, allo stato persistenti, il più rilevante sta nella modalità di utilizzo di questo rito che, alla lettera della legge, può essere attivato solo per domande inerenti la legittimità dei licenziamenti ex art. 18 St. Lav., qualificazione del rapporto e domande allo stesso connesse; non è chiaro cosa si intenda per domande connesse, ed è quindi presumibile che si possano verificare molti “mutamenti di rito” qualora non sia azionata la procedura più corretta: un ricorso introdotto ex legge 92 potrebbe essere automaticamente convertito in ricorso ex art. 414 c.p.c. da parte del giudice, seppur le differenze negli effetti pratici (come visto) finiscano per risolversi in mere sfumature. Quella del mutamento del rito sembra essere la soluzione più adeguata alla nuova situazione che è stata delineata dalla Riforma Fornero; nel silenzio del Legislatore, infatti, sarebbe preferibile accordare alla parte (che ha erroneamente introdotto un giudizio con il rito non esatto) la possibilità del mutamento del rito, ai sensi dell’art. 4, D.lgs. 1.9.2011, n. 150, che si applica a tutti i casi combinazione dei riti esistenti nel processo civile in generale (lavoro, ordinario di cognizione e sommario): una diversa interpretazione, per altro, sarebbe fin troppo restrittiva e non terrebbe nemmeno conto di quell’oggettiva difficoltà che si incontra, nel processo del lavoro, ad individuare se vi siano o meno i requisiti per il rito ex l. 92/2012. La posizione del Tribunale di Firenze Una delle prime posizioni in merito al “nuovo” rito è stata quella della Sezione Lavoro del Tribunale di Firenze che, all’unanimità dei magistrati, ha deciso quanto segue: a) il rito ex l. 92/2012 è facoltativo, ed è compito della parte scegliere se – per il proprio caso – è più utile questo oppure il “classico” rito ex art. 414 c.p.c., ma si esclude (conseguentemente) che con il rito veloce si possano avanzare domande non strettamente connesse al licenziamento o alla qualificazione del rapporto di lavoro come, ad esempio, la richiesta di pagamento di differenze retributive; b) il datore di lavoro può utilizzare il nuovo rito per ottenere, con tempi ridotti, l’accertamento della legittimità del licenziamento intimato al lavoratore; c) l’esistenza del nuovo rito “veloce” non elimina la tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. che continua a sopravvivere; d) sono inammissibili tutti i ricorsi rientranti nella tutela obbligatoria, o aventi ad oggetto la richiesta di ricostituzione del rapporto per nullità della clausola oppositiva del termine; e) nel nuovo rito il regime di preclusioni e decadenze è alleggerito in quanto non si decade dalla prova ma le parti devono offrire una completa prospettazione dei fatti costitutivi, modificativi, impeditivi ed estintivi; f) infine, il nuovo rito, inoltre, si applica a tutti i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della Riforma Fornero, ovvero il 18 luglio 2012, anche se il punto è pressoché pacifico. La posizione del Trinuale di Venezia Il Tribunale di Venezia con ordinanza 2.10.2012, est. Bortolaso, ha seguito l’interpretazione più rigida della Riforma ed ha deciso una controversia di licenziamento nel seguente modo (si riporta la massima): “Premesso che si tratta di azione promossa nelle forme del rito speciale ex art. 1, cc. 47 ss., legge n. 92/2012; rilevato che – secondo quanto espressamente ammesso dalla ricorrente alla luce delle difese e produzioni documentali avversarie – difetta per tale rimedio (tutela reale) il requisito numerico dei più di 15 dipendenti all’epoca del licenziamento; ritenuta quindi l’infondatezza del ricorso; ritenuta quanto alle spese di lite la sussistenza dei motivi per l’integrale compensazione in ragione del fatto che la ricorrente non aveva la disponibilità dei dati per ricostruire in modo preciso la consistenza numerica dell’organico; visto l’art. 1, c. 49, legge n. 92/2012, rigetta il ricorso; compensa integralmente tra le parti le spese del procedimento”. In brevis, il giudice venenziano ha aderito all’interpretazione più rigorosa della norma che prescrive l’applicazione del nuovo rito “veloce” solo ed esclusivamente nei casi di licenziamento o qualificazione del rapporto quando il rapporto di lavoro è assistito da tutela reale, quindi se l’azienda ha più di 15 dipendenti in ciascuna unità produttiva oppure più di 60 nel territorio nazionale; mancando la prova del requisito dimensionale il Giudice del Lavoro, invece che disporre il mutamento del rito, ha ritenuto inammissibile la domanda in quanto non esiste nella Riforma Fornero una norma che raccordi il nuovo rito “veloce” al rito “classico” così come accade invece ex art. 426 c.p.c. col il rito a cognizione ordinaria. Alcune decisioni del del Tribunale di Roma Diverse, ed altrettanto interessanti, sono alcune decisioni del Tribunale di Roma che si analizzano in sintesi, ovvero: Trib. Roma 31.10.2012, est. La Marra: la controversia aveva ad oggetto l’accertamento della legittimità di alcuni licenziamenti per giustificato motivo oggettivo intimati a seguito di passaggio di appalto da un datore all’altro; il Giudice del lavoro, per quel che riguarda l’aspetto procedurale, ha confermato l’applicazione del nuovo rito in quanto il ricorso è stato depositato dopo il 18 luglio (entrata in vigore della Riforma) seppur il licenziamento fosse stato intimato nel mese di giugno. Inoltre, è stata confermata l’applicazione del nuovo rito ai casi di richiesta di tutela reale ex art. 18 St. lav. seppur non possano essere proposte, con il medesimo ricorso, domande che non siano fondate su “identici fatti costitutivi”. Trib. Roma 31.10.2012, est. Casola: in questo caso il Giudice del lavoro, oltre a confermare la possibilità di utilizzo del rito anche nei casi relativi alla corretta qualificazione del rapporto, ha ritenuto opportuno chiarire che il rito “veloce” si applichi anche nel caso di un licenziamento nullo (ad es. se discriminatorio o in concomitanza di matrimonio) e indipendentemente dal fatto che il datore di lavoro rientri, per natura giuridica e requisiti dimensionali, nell’area di applicazione dello Statuto dei lavoratori; sulla questione “temporale” del rito, il Giudice del lavoro è conforme ad altre posizioni nel ritenere rilevante unicamente la data di deposito del ricorso ovvero: “… nei riguardi del rito speciale il nuovo testo dell’art. 18 St. lav. funzionerà pertanto come norma processuale, preordinata all’individuazione delle controversie che vi debbono essere assoggettate: le quali saranno tutte (e solo) quelle per le quali la nuova versione dell’art. 18 St. lav. prevede l’applicazione di qualcuna delle sanzioni ivi previste per il caso d’invalidità del licenziamento, indipendentemente dal fatto che poi, in concreto, tale disciplina sia applicabile ratione temporis”. Questa interpretazione comporta che, nella fase di transizione tra vecchia e nuova normativa, si potranno avere procedimenti con il rito nuovo ma con applicazione del vecchio art. 18 St. lav. e, analogamente, procedimenti nuovi con applicazione del nuovo art. 18 St. lav. Trib. Roma 31.10.2012, est. Pucci: la decisione in questione propone un interessante caso di mutamento del rito per mancata applicazione dell’art. 18 St. lav.; a prescindere dalla questione di merito stretto, il Giudice del lavoro ha interpretato la Riforma Fornero alla luce dell’art. 4., D.lgs. 1.9.2011, n. 150, che dispone il mutamento di rito nei casi di rapporto tra rito ordinario di cognizione, rito sommario di cognizione e rito del lavoro. Infatti si legge in motivazione che “… nel silenzio del legislatore, ritiene il giudicante che possa farsi riferimento all’art. 4 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, con il quale il legislatore ha optato per la soluzione del mutamento di rito tutte le volte in cui una delle controversie da trattare secondo uno dei modelli considerati dal decreto sia promossa seguendo un rito diverso da quello stabilito dallo stesso decreto legislativo per quella categoria di controversie”. La disposizione del D.lgs. 150/2011 è stata, quindi, ritenuta applicabile in via analogica per il passaggio dal rito ex l. 92/2012 a quello “classico” ex art. 414 c.p.c. non avendo la parte ricorrente richiesto la tutela reale del rapporto o comunque la reintegrazione nel posto di lavoro; il Giudice, all’esito della prima udienza, ha quindi rinviato ad una nuova prima udienza ai sensi dell’art. 420 c.p.c. conferendo termine per l’integrazione degli atti difensivi, onde sanare eventuali preclusioni e decadenze intervenute. Sulla questione temporale, invece, il Giudice è in controtendenza rispetto ad altre decisioni analizzate: infatti, ritiene il magistrato del lavoro che se la disciplina del nuovo art. 18 St. lav. si possa applicare solo ai licenziamenti intimati dopo il 18 luglio. E fin qui, nulla quaestio. In ragione di ciò, continua il giudicante, il nuovo rito si può applicare solo ai casi ex nuovo art. 18 St. lav. per cui, presumibilmente, una controversia per l’inefficacia del licenziamento e richiesta di reintegra sarà azionabile ai sensi della l. 92/2012 solo se il licenziamento stesso è stato intimato dopo l’entrata in vigore della Riforma Fornero poiché prima, a questo punto, il licenziamento era sì inefficace ma non dava il diritto alla reintegrazione.

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